La “legge truffa” e la memoria corta del PD. Il premio di maggioranza piace a chi lo propone e diventa uno scandalo quando lo propone l’avversario.

In Italia le leggi elettorali hanno una caratteristica singolare: cambiano nome e definizioni a seconda di chi le propone. Se le scrive la propria parte politica, sono strumenti di governabilità e di stabilità; se le presenta l’avversario, diventano attentati alla democrazia. È il curioso principio della doppia morale, ormai diventato una specialità della politica italiana, ma specie di una parte di essa.
La nuova legge elettorale, approvata giovedì scorso dalla maggioranza di centrodestra, è stata bollata dal Partito Democratico come una «legge truffa», evocando quella del 1953, quando la Democrazia Cristiana tentò di assicurarsi un premio di maggioranza per consolidare il proprio governo.
A questo proposito, mi piace ricordare che uno dei suoi ideatori e redattori fu il deputato Alfonso Tesauro, ordinario di diritto costituzionale dell’Università di Napoli, con il quale sostenni l’esame di diritto costituzionale, appunto. In una lezione, il docente illustrò e difese il meccanismo di quella legge, spiegandoci i principi ispiratori -gli stessi che oggi il centrodestra richiama a sostegno della propria riforma – e citando i Paesi che avevano regole elettorali simili.
L’accostamento fatto dal PD alla legge del 1953 è politicamente suggestivo, ma solleva una domanda scomoda: il PD considera davvero illegittimo il principio del premio di maggioranza oppure lo considera illegittimo soltanto quando a beneficiarne potrebbe essere il centrodestra?
La domanda non è provocatoria, né nasce dal nulla. Chi ha voglia e pazienza, può verificare sul sito della Camera che nel marzo del 2017 tre deputati del Partito Democratico, Fragomeli, Malpezzi e Rotta, presentarono una proposta di legge (A.C. 4363) che prevedeva un premio fino al 52% dei seggi, con una soglia del 37% e un doppio turno elettorale. Tradotto: non un premio di maggioranza, ma un premio di maggioranza con gli interessi. La soglia era più bassa, il premio più alto e il meccanismo più complicato: una specie di truffa, per usare il lessico oggi caro al PD, con il doppio turno in omaggio. Evidentemente anche le truffe elettorali possono prevedere formule premium.
Certo, i due sistemi non sono identici: la legge attuale assegna un numero fisso di seggi aggiuntivi al raggiungimento della soglia del 42%, mentre la proposta del PD prevedeva l’attribuzione del premio a partire da una soglia del 37% e contemplava un ballottaggio. Le differenze esistono e vanno dette, non nascoste sotto il tappeto dell’indignazione. Ma la domanda politica resta intera: se il premio di maggioranza è legittimo quando lo propone il PD, con quale argomento diventa una «truffa» quando lo introduce il centrodestra? Forse in Italia non cambiano soltanto le leggi elettorali: cambiano anche i principi democratici, a seconda di chi rischia di vincere le elezioni.
Il richiamo al 1953 merita comunque attenzione. La definizione di «legge truffa» nacque nella battaglia politica contro la riforma della Democrazia Cristiana, che prevedeva un premio per la coalizione capace di superare il 50% dei voti. Quella soglia non fu raggiunta e il premio non venne assegnato. Il PCI trasformò quella espressione icastica in una parola d’ordine trainante della propria campagna elettorale, consegnandola così alla storia del Paese. Tant’è che viene tirata fuori ogni volta che una riforma elettorale non piace o si scopre che, conti alla mano, non conviene a chi dovrebbe sostenerla: come si è verificato anche stavolta.
E qui la satira viene spontanea: se una legge elettorale è una truffa perché attribuisce un premio di maggioranza, come dovremmo chiamare la proposta del Pd che prevedeva anch’essa un premio consistente? Un tentativo di truffa preventiva? Una truffa in bianco, in attesa dell’approvazione?
Naturalmente, una battuta non dimostra l’identità tra due sistemi. Ma illumina una contraddizione che meriterebbe una spiegazione. Il centrodestra dovrà ora dimostrare che la legge non è un instrumentum regni, ma un equilibrio ragionevole tra governabilità e rappresentanza. Le opposizioni dovranno decidere se costruire un’alternativa credibile nella logica di coalizione imposta dal nuovo sistema, oppure continuare a inseguire alleanze occasionali o posticce e a condurre estenuanti trattative tra leaderismi concorrenti, più impegnati a contendersi la guida della coalizione che a definirne un progetto politico comune.
Il PD, dal canto suo, dovrebbe anche spiegare perché meccanismi maggioritari contemplati in una propria proposta debbano essere giudicati diversamente da quelli introdotti dall’avversario. Perché la coerenza, si sa, è una virtù richiesta soprattutto agli altri: agli avversari si chiede la purezza evangelica; per sé stessi, invece, basta una flessibilità elastica da adattarsi ad ogni convenienza.
Il problema della politica italiana è proprio questo: troppo spesso i partiti trattano i principi come gli abiti di stagione. Quando sono all’opposizione invocano la difesa delle istituzioni; quando governano o immaginano di farlo, scoprono improvvisamente le virtù della governabilità. E così la legge elettorale diventa una questione di convenienza, mentre i cittadini assistono a una disputa in cui tutti giurano di difendere la democrazia e nessuno è disposto a rinunciare a una regola che potrebbe favorirlo.
La conclusione è semplice: la nuova legge può essere criticata, contestata e persino impugnata. Ma chiamarla «legge truffa» richiede argomenti più solidi di un’etichetta storica tirata fuori dall’armadio e liberata dalla naftalina ogni volta che torna utile. Perché, se il premio di maggioranza è democratico quando lo immagina il PD e antidemocratico quando lo introduce il centrodestra, il problema potrebbe non essere soltanto la legge. Potrebbe essere la memoria interessatamente selettiva, comoda ma imbarazzante, di chi la giudica.
Pasquale Giuliano
Presidente di “ALLEANZA per l’ITALIA”