AVERSA, UNA CRISI CHIUSA SOLO IN APPARENZA: L’INCOERENZA DI UNA SOLUZIONE DI POTERE.
IL FALLIMENTO DI UNA LEADERSHIP: IL SINDACO E IL MESTIERE DI RESTARE A GALLA
La crisi comunale di Aversa è stata archiviata formalmente. Politicamente, invece, resta apertissima. Non perché manchino delibere, decreti o altro, ma perché la soluzione partorita dal sindaco Franco Mata-cene somiglia più a un disperato esercizio di equilibrismo che a un atto di governo. Un’operazione che solleva interrogativi seri – e sempre meno eludibili – sulla coerenza dell’azione amministrativa, sulla qualità della leadership e sul rispetto del mandato elettorale conferito dai cittadini.
Il nodo centrale è una contraddizione talmente evidente da risultare quasi didattica. Mata-cene ha dichiarato inadeguata la giunta che egli stesso aveva nominato, difeso e sostenuto fino all’ultimo respiro. Inoltre, sempre Mata-cene, dopo il cosiddetto rimpasto, ha proclamato “l’avvio di una nuova fase amministrativa, fondata su responsabilità, determinazione e visione”. Quindi, se si vuole attribuire significato e senso alle sue parole, si deve concludere che la precedente giunta era inadeguata perché irresponsabile, non determinata e priva di visione. E su tutto questo la quasi totalità degli aversani concorda. Tuttavia, Mata-cene, invece di trarne le logiche conseguenze, ha deciso di “correggere” il tiro limitandosi alla rimozione di soli tre assessori. Tre. Non uno in più, non uno in meno. Una sorta di numero perfetto per dimostrare che qualcosa è cambiato, senza però cambiare davvero nulla.
E così, mentre la giunta veniva bollata come inadeguata nel suo complesso, perché priva di responsabilità, determinazione e visione, l’intervento si è rivelato un modesto tagliando di manutenzione, più simile a una toppa che a una (doverosa) rifondazione politica. Una scelta, quella di Mata-cene, che appare funzionale non al rilancio amministrativo, ma alla più spregiudicata delle arti politiche contemporanee: la sopravvivenza personale e della maggioranza consiliare.
Se una giunta è davvero inadeguata, la responsabilità è innanzitutto politica e ricade su chi l’ha costruita, diretta e legittimata. Colpire solo una parte dell’esecutivo, lasciando intatto l’impianto complessivo (e soprattutto alcune figure notoriamente “problematiche” e inidonee), trasmette l’idea non di una revisione seria, ma di una punizione selettiva. Una sorta di sacrificio rituale, utile a placare momentaneamente gli equilibri interni e le ben note imposizioni esterne, che, insieme, evidentemente contano più dell’interesse cittadino.
Colpisce, in particolare, che siano stati riconfermati assessori la cui “inaffidabilità” è ormai patrimonio condiviso e, in particolare, ridato fiducia a uno di essi, che ha svolto il proprio ruolo con un approccio talmente dilettantesco e allo sbaraglio, da fare rimpiangere l’assenza di manuali di istruzioni. Ma si sa: in una certa politica, la competenza è opzionale e la fedeltà molto meno, ma sempre e comunque temporanea e condizionata.
A rendere il quadro ancora più eloquente, poi, è l’arrivo di assessori completamente estranei al territorio aversano. In una città che avrebbe disperato bisogno di figure radicate e autorevoli, si è preferito optare per profili “importati”, come se – incredibile a dirsi – Aversa fosse improvvisamente diventata incapace di esprimere una classe dirigente all’altezza. Una scelta, quella di Mata-cene & company, che sancisce definitivamente la rinuncia alla rappresentanza territoriale, sacrificata sull’altare delle esigenze numeriche della maggioranza, delle poltrone da difendere e dei burattinai da accontentare.
La crisi, dunque, non è stata risolta: è stata semplicemente congelata, senza un chiarimento politico, ma solo con un fragile compromesso a scadenza. Non una nuova visione, ma una redistribuzione chirurgica di incarichi per garantire continuità di potere e poltrona. La stabilità, evocata come valore prioritario, di fatto è uno scoperto e patetico alibi, mentre la governabilità si riduce a una banale operazione di aritmetica consiliare.
Il sindaco Mata-cene, che di fatto ha ammesso la propria incapacità di costruire una squadra credibile, ha tentato di assolversi scaricando le responsabilità su tre assessori trasformati in capri espiatori. La loro rimozione, presentata come svolta risolutiva, appare, invece, per ciò che è: una manovra cosmetica, priva di visione e, soprattutto, di onestà politica. Di fronte a una giunta definita inadeguata, l’unica risposta coerente sarebbe stata un cambio radicale di rotta o un atto di responsabilità istituzionale. Ma questo avrebbe richiesto forza, capacità, onestà politica e coraggio, qualità, però, se possedute, ormai neglette. Molto più semplice colpire pochi per salvare sé stessi e confermare, con ostinazione e spregiudicato interesse, chi non lo merita. Quella messa in atto, perciò, non è stata una riforma, ma una punizione selettiva; non un rilancio, ma un regolamento di conti interno, finalizzato esclusivamente alla tutela del sindaco e di dinamiche interne ed esterne, ma lontanissime da una sana amministrazione della città.
In definitiva, se restava ancora qualche dubbio sulla reale natura della “soluzione” adottata per chiudere la crisi comunale di Aversa, la cacciata dei tre assessori, l’arruolamento dei tre “forestieri” e la discutibile conferma di assessori inconfermabili lo hanno definitivamente dissipato. Non siamo di fronte a un errore di valutazione, ma a una scelta consapevole : a una “matacenata” ! E proprio per questo, politicamente imperdonabile. Perché quando la politica smette di rappresentare una Comunità e si limita a obbedire a imposizioni interne ed esterne pur di restare a galla, la crisi non finisce: cambia solo forma. E diventa, per la città, decisamente più pericolosa, quasi esiziale.