Aversa è da sempre una città calzaturiera e in un tempo non troppo lontano gli “scarpari” lavoravano incollati e piegati “arete ‘o bancariello”, piccola e scalcagnata base di lavoro del tutto sconosciuta ai giorni nostri. Dopo avere quasi completato una scarpa, gli scarpari con una tenaglia estraevano dalla forma, per recuperarle, le “semmenzelle” (le puntine servite per “montare”- fissare – la tomaia e comporre i tacchi), le raddrizzavano, perché, inchiodandole, le avevano ingobbite, e le reimpiegavano per la lavorazione di un’altra scarpa. Alla raddrizzatura delle semmenzelle (vera e primordiale operazione di recupero e riciclaggio e di economia circolare) venivano addetti giovanissimi apprendisti. Questi adolescenti dopo un pò; di tempo diventavano dei veri campioni in un’operazione che richiedeva un attento uso del martello da calzolaio, tanta pazienza, una certa abilità e un tempo di lavoro infinito. Quando arrivava un nuovo apprendista che, incominciando maldestramente quella operazione di recupero, più che raddrizzare le semmenzelle, si martellava di continuo le dita delle mani e non era quindi pronto a consegnare semmenzelle raddrizzate al suo scarparo, questi lo canzonava con un avvertimento che è diventato uno dei detti più popolari del nostro territorio. Da allora, viene rivolto con sorriso beffardo a chi non è idoneo né capace a svolgere una certa mansione o attività. Il detto, un pò “colorito, come del resto quasi tutti quelli del dialetto napoletano, recita così : “si nun sapite fà ‘e scarpare, nun cacate ‘o cazzo ‘e semmenzelle” . Nato nell’area scarpara, venne subito riferito ad ogni attività manuale, professionale, politica e istituzionale. C’è poco da tradurre e da illustrare (potenza sinottica delle massime di saggezza popolare); ma se proprio bisogna avventurarsi a tanto, in favore anche dei non “disposti” al vernacolo, bisogna rassegnarsi al fatto che la formale traduzione ed esplicazione del detto di saggezza scarpara ne sviliscono la sferzante icasticità perché diventano necessariamente prolisse e “fredde”. Questo è il burocratico foglietto di istruzioni contenuto in quella massima: se non avete capacità, preparazione, idoneità e esperienza, non dovete pretendere di misurarvi in certe imprese, non fatevi quindi impiegare in quelle che non sono alla vostra portata e, soprattutto, imparate a non scalpitare per ottenere l’investitura di certi incarichi e/o mansioni che non saprete mai adeguatamente svolgere. Perché se, malgrado tutto, con forza o altro esigete di ottenere quanto immotivatamente chiedete, e se, per varie e spesso indicibili ragioni, siete accontentati, sappiate che non farete altro che infastidire e irritare (scoperto eufemismo, in sostituzione dell’imperioso e più efficace “nun c…èo c…o”, apparentemente rivolto a materia inanimata) i destinatari delle vostre incompetenti e sciagurate azioni e che, addirittura, procurerete solo confusione, risentimento e danni vari, suscitando disistima e derisione. A cosa è dovuta questa rimembranza scarpara ? Al resoconto di chi ha avuto la pazienza e il coraggio di seguire il consiglio comunale di venerdì-sabato scorsi. Nelle interminabili 13 ore della seduta sono state messe a nudo, senza “scuorno” – come direbbe il saggio scarparo – il dilettantismo, la confusione, ;l’inadeguatezza, l’impreparazione, le liti interne, e chi ne ha più ne metta, della maggioranza e della giunta zanninian- mataceniana. Questo quadro, però, appena qualche ora dopo il termine della seduta, emblematica pagina nera di questa amministrazione, è stato oscurato e miseramente imbellettato e addirittura commentato con toni agiografici da interessate e fuorvianti narrazioni social, nel disperato ma vano tentativo di edulcorare quel triste e deprimente spettacolo. La protagonista della indimenticabile soiré de gala svoltasi nell’aula del consiglio comunale è stata l’assessora all’ambiente dr.ssa Olga Diana, che, benché specializzata in malattie dell’apparato respiratorio, è stata capace, con le sue gaffes, i suoi silenzi, i suoi confusi e imbarazzati interventi e le sue gravi omissioni, di asfissiare la sua stessa maggioranza e addirittura di provocare una crisi di anossia alla povera consigliera Federica Turco, costretta ad uscire dall’ aula per riprendersi con una boccata di aria fresca. Imbarazzo, incredulità e ira repressa hanno assalito anche l’assessore al bilancio Mariano D’Amore, costretto a ricorrere a discutibili sofismi, a strumentali e astute distinzioni e omissioni e, a sua personale salvaguardia, a prudenti prese di distanza per sminuire alcune situazioni contabili passibili di gravi conseguenze e driblare pungenti e imbarazzanti domande dell’opposizione. Lo stesso sindaco Matacena, per un malcelato disagio che rasentava la vergogna, è stato costretto a togliersi la maschera sorridente che indossa in permanenza, a poggiarla sul banco della presidenza e a mostrare tutta la sua prostrazione. Dietro quel banco, con il vestito della domenica, troneggiava il dr. Giovanni Innocenti, che, armato di frusta e bacchetta da direttore d’orchestra, ordinava, ammoniva, predicava, dispensava perle di saggezza spicciola e di diritto, subdolamente sferzando di tanto in tanto anche il povero assessore D’Amore, nella speranza, si commentava, di indurlo a dimettersi per sostituirlo con un noto professionista di sua fiducia. Seduto, alle spalle di Innocenti, quasi ad autoconvincersi della sua presenza nella cerchia di quelli che contano, ha oziato a chattare per tutte le sacrosante 13 ore l’avvocato Alfonso Oliva, meglio noto come il dilettante allo sbaraglio, già strenuo sostenitore della “falsità” dei bilanci comunali della precedente amministrazione e attuale ma provvisorio vicesindaco a sua insaputa. Questo è stato il quadro reale della rappresentazione consiliare di cui la dottoressa Olga Diana è stata l’assoluta prima donna. L’étoile ha portato all’ approvazione del Consiglio un P.O.D, (acronimo di un “piano operativo dettagliato”, rivelatosi per la poverina un letale corpo contundente che l’ha rasa al suolo politico) senza conoscerne il contenuto in tutti i suoi risvolti, alcuni dei quali ignoti anche alla stessa maggioranza. In estrema sintesi: non sapeva o non ha voluto in un primo momento ammettere che quel piano era scaduto, che ne era stata chiesta, ad insaputa di tutti, una proroga, che però non è ancora arrivata, e che era stato radicalmente rimodulato, sempre all’insaputa di tutti, e perciò richiedeva un nuovo parere dei revisori dei conti. E qui, come gesto di umana e caritatevole tolleranza è opportuno fermarsi. Sarebbe spietato infierire e raccontare anche le numerose e interminabili sospensioni alle quali è stato costretto il Consiglio per le manchevolezze della pupilla zanniniana. Basti pensare che a un certo punto, il subcomandante Innocenti è stato obbligato a mandare in frigidaire e a “congelare” il piano proposto dalla sua compagna di cordata. Da ultimo, va segnalato il “do di petto” emesso, passando dal falsetto al tenorile, da un frastornato Matacena per riprendersi la scena, dalla quale era stato messo ai margini. Con toni veementi, del tutto inappropriati, ha comunicato alla maggioranza e all’opposizione – quest’ultima mostratasi eccessivamente corretta e perfino non ostile alla rimodulazione del piano – che aveva nientemeno chiamato a consulto i massimi esperti di contabilità pubblica del panorama italiano e che da questi sommi maestri aveva ricevuto il via libera alla sua manovra. Bisogna ammetterlo: buona presenza scenica, voce stentorea e buona interpretazione di Matacena della scena madre, nel corso della quale, per di più, ha giustamente rivendicato la sua veste di stagionato commercialista esperto anche di contabilità pubblica. Che bravo che è stato ad immedesimarsi nella non facile parte di difensore del piano, anche se non è ancora chiaro se per questa sua manovra di “copertura” concordata con i luminari del settore si sia o meno adontato il professore Mariano D’amore. Indubbiamente, Matacena ha avuto un apprezzabile coraggio a confessare, perché non è da tutti ammettere l’avvertita necessità di essersi rivolti a terzi per sbrogliare i fili di una sua difficile matassa contabile e ottenere suggerimenti e avallo – ma forse anche un “ombrello” – per operazioni e decisioni che presentano più rischi che vantaggi, specie per chi le proponga e/o le approvi. Però è anche evidente che sarebbe stato corretto e onesto, se non necessario e rispettoso, comunicare all’uditorio se e quali dati, notizie e documenti siano stati messi a disposizione dei luminari che hanno schiarito le tenebre e inondato con luce di conoscenza la mente di Matacena (forse aveva concluso che il professore D’Amore non aveva già sufficientemente provveduto ad illuminarlo e convincerlo?). Tutto questo, però, il sindaco, forse perché ancora colpito e distratto dalla relazione di Olga Diana, ha dimenticato di farlo presente al Consiglio comunale. Non va trascurato che il luminare che viene chiamato al capezzale dell’ammalato grave, quasi in stato comatoso, deve conoscere l’anamnesi del paziente, i risultati degli accertamenti di laboratorio, quelli dei referti radiografici, i farmaci somministrati e altro e altro ancora. Se tutto questo non gli viene messo a disposizione e comunicato, al povero e ignaro luminare non resta che avallare quello che gli è stato riferito, o che è convenuto riferirgli per ottenere, a scanso di responsabilità professionali, la conferma della diagnosi, della prognosi e della terapia già effettuate proprio da coloro che lo hanno voluto al capezzale. Comunque, su questi delicati e preoccupanti macigni contabili, sui quali, malgrado i luminari consultati e quelli presenti, restano ancora avvolti da pesanti tenebre e chiaroscuri, sarà il caso di ritornarci in maniera serena, guidati dal buon senso, da documenti ufficiali e, soprattutto, dalle auree regole di una sana e trasparente amministrazione: regole leggibili e interpretabili anche alla sola luce di una semplice e modesta candela. Ne va della sopravvivenza dell’ammalato grave che è la nostra cara città. Abbiamo tutti il dovere, ricorrendo anche ai doverosi gesti apotropaici, di evitare che, per colpa di qualcuno, diventi la virtuosa ma cara estinta.
Isidoro Sr Orabona (figlio di scarparo)