Il cavillo nell’uovo del potere di Pasquale Giuliano·20 settembre 2026
DA ALLEANZA PER L’ITALIA RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO
Nel grande teatro della politica sta andando in scena l’ennesimo atto del dissidio tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte. Un tempo, sottobraccio, promettevano di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Oggi sembrano intenti a cercare, l’uno nell’altro, il modo più elegante per richiuderla e infilarcisi dentro.
Grillo, che della parola ha sempre fatto una clava appuntita, saccheggiando e parafrasando il titolo di un vecchio film di Robert Redford (“L’uomo che sussurrava ai cavalli”), ha trovato per Conte una definizione destinata a rimanere nell’album delle metafore politiche: “Colui che sussurra ai cavilli”. Una formula di rara grazia velenosa, una definizione feroce proprio perché elegante e perché riesce nell’impresa di evocare contemporaneamente un notaio, un domatore e un esegeta interessato del regolamento “condominiale”.
Il sussurro, del resto, è l’esatto contrario dell’urlo grillino. È una parola pronunciata sottovoce, quasi con sospetta deferenza, mentre il cavillo -creatura notoriamente permalosa- richiede la cautela riservata agli oggetti contundenti. Conte, nell’immaginario di Grillo, suo antico “inventore” e mentore e ora suo miglior nemico, non avrebbe dunque bisogno di gridare: gli basta chinarsi sul comma, accarezzare una postilla e attendere che la realtà politica, quasi per osmosi giuridica, si adegui.
È qui che il duello assume una sua involontaria eleganza teatrale. Da una parte c’è Grillo, padre fondatore di un movimento nato all’insegna dell’irruenza, dell’antipolitica, dell’assalto al potere e della demolizione delle convenzioni. Dall’altra Conte, avvocato prestato alla politica e progressivamente trasformato in politico, che però non ha mai rinunciato all’avvocato che è in lui. Il primo, scalmanato, con i capelli arruffati e vestito in maniera approssimativa, sa parlare alla pancia e alla piazza; il secondo, con il ciuffo perennemente laccato e di un nero sospetto, giacca e cravatta e con il lembo del fazzolettino bianco che fa ordinatamente capolino dal taschino, pare rispondere alla nota a piè di pagina.
Il problema è che, quando due personalità politiche arrivano a contendersi non soltanto la linea, ma persino l’interpretazione della propria storia, il conflitto finisce inevitabilmente per assumere toni pirandelliani. Non si sa più chi sia il padre, chi il figlio, chi il tutore, chi il “traditore”, chi l’autore e chi il personaggio. E soprattutto non si capisce se si stia discutendo di politica o dell’interpretazione autentica di un regolamento condominiale, a proposito del quale, e delle relative querelle che innesca, come non ricordare il vecchio brocardo latino? Communio mater rixarum (il condominio, qui inteso, naturalmente, come cogestione pretesa del Movimento, è la madre di tutti i litigi).
Così il Movimento, che aveva fatto dell’“uno vale uno” una sorta di catechismo civile, si ritrova alle prese con una questione assai meno rivoluzionaria: chi vale cosa, chi comanda, a chi spetterebbe comandare e, soprattutto, chi ha il diritto di dirlo?
Grillo rivendica l’originaria investitura, la visione, l’energia fondativa e una singolare primazia: primo comico diventato leader “rivoluzionario” e politico (Zelensky, anch’egli ex comico, arriverà molto tempo dopo). Conte rivendica invece il divorzio già consumato, la propria autonomia, la propria statura professionale, il percorso politico compiuto e l’attuale carica di “capo”, alla quale, con apparente nonchalance, è strettamente avvinghiato.
Forse è proprio questa la vera fotografia del loro dissidio: non soltanto una guerra per la leadership, ma lo scontro fra due concezioni inconciliabili sui residui fossili di una “rivoluzione” diventata istituzione; e con il rapporto fra cittadini e potere approdato a una disputa nella quale ogni parola sembra richiedere un interprete, ogni decisione una verifica e ogni verifica un’altra verifica. Insomma, la proclamata “rivoluzione” si è, in effetti, immiserita in esegesi.
Quanto a Conte, se davvero “sussurra ai cavilli”, bisogna riconoscergli almeno una virtù: la pazienza. Perché i cavilli, a differenza degli elettori, non si conquistano con un comizio o con una battuta, ma si corteggiano lentamente, si interpretano dopo faticosi studi e, soprattutto, non si offendono mai.
Grillo, invece, appartiene a un’altra scuola: quella secondo cui, davanti a un problema, è preferibile alzare la voce, trovare la rasoiata, la battuta sfregiante, piuttosto che cercare la nota in calce e affrontare i relativi risvolti problematici. È il contrasto fra due linguaggi, prima ancora che fra due uomini: l’invettiva contro la postilla, il palco contro il comma, il vaffanculo contro (comunque) il palco ma con la tenue premessa: “Mi pregio osservare che…”.
Così, mentre i due protagonisti continuano a disputarsi l’eredità di quella che fu una promessa di ribellione contro la vecchia politica, resta sul tavolo il povero cavillo -diventato particolarmente florido, visto che qualcuno gli sussurra – e la presunta rivoluzione. La quale ha bisogno ora di un regolamento, da quando il fondatore vede nel figlio politico il tradimento dell’idea originaria e da quando il figlio politico guarda il fondatore e vede un passato che non può più dettare il futuro.
Pasquale Giuliano
Presidente di “ALLEANZA per l’ITALIA”