LA FASCIA TRICOLORE E IL MISTERO DELLA CASACCA

LA FASCIA TRICOLORE E IL MISTERO DELLA CASACCA

Da ALLEANZA PER L’ITALIA riceviamo e pubblichiamo Redazione·

Certe fasce rappresentano una città ma, a volte, a seconda di dove vengono indossate, sembrano rappresentare soprattutto il futuro politico di chi le porta.

C’è qualcosa di involontariamente teatrale nella scena del sindaco Francesco Matacena con la fascia tricolore alla festa del Pd svoltasi ad Aversa, un partito che, in Consiglio comunale, è all’opposizione. Perché andare ad una festa di partito, sia chiaro, non è uno “scandalo”. Un sindaco può e deve dialogare con tutti. Può portare il saluto della città, incontrare dirigenti politici, ascoltare, stringere mani e persino mangiare una salamella senza dover chiedere il permesso alla propria maggioranza. Ma la fascia tricolore è un’altra faccenda: non è un accessorio né il simbolo di chi ha bisogno di sentirsi arrivato. Quella fascia non appartiene al sindaco, appartiene alla città. Rappresenta anche quelli che non votano per lui, quelli che lo contestano, quelli che non hanno mai partecipato a una festa di partito e quelli che, magari, proprio a quella festa non parteciperebbero nemmeno sotto minaccia armata. Indossarla poi alla festa del Pd, che considera l’amministrazione comunale guidata da Matacena “incompetente” – visto che il dirigente provinciale degli enti locali di quel partito ha dichiarato solennemente che, quando torneranno al governo, “tornerà la competenza” -, mette in scena una rara comicità involontaria. Da una parte c’è chi dice: con noi tornerà la competenza; dall’altra c’è il sindaco, con tanto di fascia, che ascolta, sorride e tace. Una sorta di commedia dell’assurdo nella quale il protagonista, per mostrarsi e mostrare, arriva vestito da istituzione e proprio nel luogo in cui l’istituzione che rappresenta viene politicamente bocciata. Ma forse la cosa più interessante non è nemmeno la fascia: è il mistero della casacca. Matacena, malgrado venga continuamente incalzato, evita accuratamente di chiarire alla città, come sarebbe suo preciso dovere, quale sia la sua identità politica. Una prudenza che, col passare del tempo, rischia di assumere le caratteristiche di quella che è una sua vera e nota sua specializzazione. Civico quando serviva essere (finto) civico, poi Forza Italia e adesso alla festa dell’opposizione con il “carico” della fascia da esibire. Domani, naturalmente, è un altro giorno. E forse proprio qui sta la spiegazione, perché nel suo caso l’identità politica sembra essere diventata una variabile dipendente da una costante: la poltrona, il potere personale e la beatitudine, vissuta come un’estasi, di indossare la fascia, per convincersi ogni momento che è proprio vero: è diventato sindaco. Non importa da quale partito o forza sia arrivato, arrivi o possa arrivare il sostegno, ma importa solo che il sostegno ci sia; e non importa quale sia ora la barricata da saltare, importa solo di essere dalla parte giusta, se e quando cambia il vento. Così il problema della casacca viene elegantemente superato: niente casacca, niente problema. Insomma, una politica in tinta unita, purché il colore del potere rimanga sempre sufficientemente riconoscibile, soprattutto a se stesso.

La storia personale di Matacena, peraltro, offre materiale per comprendere questa sua nota duttilità. La sua esperienza nasce in ambito civico e la sua ascesa alla poltrona di primo cittadino è stata decisa, voluta, e sostenuta (tuttora?) da una figura politica che, secondo le traversie giudiziarie riportate pubblicamente, oggi si trova in una situazione completamente diversa rispetto ad allora. Poi è arrivato il passaggio a Forza Italia e oggi compare, fascia al petto, alla festa di un partito, il PD, che sta all’opposizione. Certo, non è necessariamente un cambio di casacca e potrebbe essere soltanto un giro di saluti. Ma in politica, soprattutto quando le traiettorie sono già state numerose, anche i saluti possono diventare fotografie, che, a differenza delle dichiarazioni, hanno il brutto vizio di parlare e di scrivere da sole le didascalie. La cosa diventa ancora più gustosa perché che nel frattempo alcuni di coloro che costituiscono il suo articolato e duttile sostegno politico hanno già saltato la barricata verso un approdo ( Pd truccato da movimento) al quale Matacena ha mandato, come segnale di disponibilità, un’esploratrice appartenente alla sua famiglia. Allora, viene spontaneo chiedersi se quella sua presenza alla festa sia soltanto istituzionale oppure se, più semplicemente, si stia già facendo conoscenza con il possibile prossimo sponsor. Attenzione: non è una previsione, né una certezza, ma soltanto una domanda che la scena autorizza a porre. Del resto, dopo essere stato civico-deluchiano, dopo essere stato e ridiventato azzurro, dopo essere comparso alla festa dei suoi oppositori, sarebbe davvero ingeneroso pretendere dal sindaco anche l’impossibile: una sua definizione politica chiara e stabile. Meglio lasciare tutto aperto e spalancare porte, finestre, corridoi e soprattutto uscite di sicurezza. Perché la politica locale, si sa, è un ambiente nel quale può capitare che il vecchio sponsor diventi improvvisamente imbarazzante, che il nuovo sponsor non sia ancora ufficialmente tale e che i nemici di ieri diventino improvvisamente amici di domani. Persino gli impronunciabili, se un tempo erano tali, possono tornare pronunciabilissimi, se e quando cambiano le condizioni. E qui la fascia tricolore torna protagonista. Perché il sindaco può cambiare partito, può scegliere di essere civico, può dichiararsi moderato, indipendente, vicino, lontano, dialogante o semplicemente disponibile: è nel pieno dei suoi diritti politici. E della sua proteiforme natura. Ma la fascia no: la fascia deve restare uguale anche quando cambia il vento. Ed è proprio per questo che sarebbe stato forse più elegante lasciare la fascia a casa e portare alla festa soltanto il sindaco: avrebbe rappresentato se stesso. Invece, indossandola, ha portato con sé anche tutti gli aversani, compresi quelli che a quella festa non c’erano; compresi quelli che non ci sarebbero mai andati; compresi quelli che non condividono la maggioranza; compresi quelli che non condividono l’opposizione. E soprattutto compresi quelli che, osservando questa straordinaria capacità di attraversare i confini senza mai dichiarare esattamente dove siano i confini, continuano a chiedersi quale sia davvero l’identità politica del sindaco. Ma forse adesso la risposta è un po’ più chiara: non una tessera, non una bandiera, non una barricata, ma il potere e la parte giusta. E se domani cambierà ancora la parte giusta, pazienza: il sindaco, evidentemente, cambierà anche lui.

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