ALLEANZA PER L’ITALIA: ACER-PIERS , UNA CONVENZIONE DA RIFARE AB IMIS: 9,2 MILIONI NON SONO UN LASCIAPASSARE
Ci sono momenti nei quali la trasparenza e la prudenza amministrativa non sono un freno, ma la forma più autentica di responsabilità. La decisione della “Commissione comunale Patrimonio” di chiedere che la convenzione tra il Comune di Aversa e ACER Campania non venga portata in Consiglio comunale nella forma attualmente predisposta appartiene proprio a questa categoria.
Sarebbe un errore liquidarla come una resistenza politica al progetto. Qui non si sta discutendo di un atto qualsiasi, ma della concessione per 99 anni di un diritto di superficie su un’area pubblica, nell’ambito di un intervento finanziato complessivamente per 9,2 milioni di euro. Proprio per questo la convenzione dovrebbe essere un documento esemplare per precisione, completezza, chiarezza e tutela dell’interesse pubblico.
Prima di tutto, va detto che dalla documentazione conosciuta emergono omissioni, rinvii ad allegati, riferimenti non completati e una serie di questioni che avrebbero bisogno di essere definite prima che il Consiglio comunale possa assumere una decisione consapevole.
E’ indubbio che per un’operazione di questa dimensione servono un quadro catastale e urbanistico incontestabile; l’esatta individuazione delle aree; il progetto; il quadro economico; il cronoprogramma; la disciplina delle opere di urbanizzazione; la esatta individuazione e quantificazione degli oneri manutentivi; le garanzie; gli obblighi di ACER, quelli del Comune e la disciplina degli eventuali inadempimenti.
Non basta che questi elementi siano menzionati in maniera del tutto generica o sparsi in diversi atti amministrativi: devono necessariamente trovare una integrazione e un coordinamento organico nella convenzione e nei suoi allegati. E quando perfino una disposizione essenziale, come quella relativa al volume costruibile, appare nella documentazione in forma incompleta, il segnale dovrebbe essere uno solo: fermarsi, verificare e correggere. Perché il punto è semplice: il Consiglio comunale non può approvare ciò che non è in grado di conoscere in maniera dettagliata e fino in fondo.
Non basta sapere che esiste un finanziamento. Bisogna conoscere esattamente, oltre al bene pubblico che viene concesso, le precise condizioni alle quali questo viene concesso, quali obblighi assumono le parti, quali individuati costi restano in capo al Comune e quali garanzie vengono poste a tutela dell’amministrazione.
C’è poi un tema sul quale occorre essere rigorosi, proprio per evitare semplificazioni che potrebbero risultare giuridicamente inesatte.
ACER non dispone, per effetto della convenzione, di un autonomo potere di modificare le regole urbanistiche di Aversa. L’articolo 13, comma 3, della convenzione richiama il D.P.R. 380/2001 e fa riferimento, quanto ai progetti di “eventuali varianti” predisposte dall’Acer, all’approvazione del Comune. Il Testo unico dell’edilizia colloca il rilascio del permesso di costruire nella competenza del dirigente o responsabile del competente ufficio comunale, nel rispetto della disciplina urbanistica ed edilizia vigente. Ma c’è un elemento ulteriore che non può essere ignorato: l’articolo 4 della convenzione richiama espressamente la conferenza di servizi anche ai fini delle eventuali varianti urbanistiche. Questo riferimento cambia il modo in cui deve essere posta la questione.
Non siamo, infatti, davanti a una clausola che attribuisce ad ACER il potere unilaterale di modificare gli strumenti urbanistici comunali. La conferenza di servizi, come è noto, è uno strumento procedimentale attraverso il quale le amministrazioni coinvolte esprimono le proprie determinazioni nell’ambito delle rispettive competenze e secondo la disciplina applicabile. Dunque sarebbe improprio sostenere che ACER possa autonomamente cambiare altezze, volumetrie o indici urbanistici.
Ma sarebbe altrettanto semplicistico ignorare il problema. Se l’articolo 4 contempla la possibilità di ricorrere alla conferenza di servizi per le varianti urbanistiche, la convenzione deve chiarire con chirurgica precisione quale sia l’oggetto di tali eventuali varianti, quale procedimento debba essere seguito e quali siano gli atti conclusivi necessari per renderle efficaci.
Una cosa è una modifica progettuale che rimanga conforme agli strumenti urbanistici vigenti, altra cosa è una vera e propria variante urbanistica, che incide sulla disciplina urbanistica dell’area e deve essere adottata attraverso il procedimento previsto dalla normativa applicabile.
Altra cosa ancora è una deroga agli strumenti urbanistici, che nei casi consentiti dall’articolo 14 del D.P.R. 380/2001 è sottoposta a una disciplina specifica e non equivale a una libera facoltà di modificare gli indici edificatori. La conferenza di servizi, quindi, non può essere trasformata giornalisticamente in una sorta del potere di ACER di cambiare il piano urbanistico. Sarebbe una ricostruzione eccessiva. Il punto vero è un altro: la convenzione deve rendere trasparente quale procedimento potrà essere attivato, da chi, per quali modifiche e con quali effetti.
Se in futuro si rendesse necessario modificare altezze, volumetrie o altre caratteristiche dell’intervento, bisognerà sapere se si tratta di una modifica progettuale, di una variante urbanistica o di una deroga, quali amministrazioni devono essere coinvolte, quale sia il ruolo della conferenza di servizi e quali provvedimenti debbano essere adottati dagli organi competenti.
Nessuna delega in bianco ad ACER, dunque, ma neppure una rappresentazione artificiosa della conferenza di servizi come se fosse irrilevante o come se non potesse incidere sul procedimento urbanistico. E’ proprio perché l’articolo 4 richiama questo strumento che la convenzione deve essere particolarmente chiara: il Consiglio comunale deve sapere oggi quale disciplina urbanistica regola l’intervento che sta approvando e quali siano, eventualmente, i procedimenti attraverso i quali quella disciplina potrà essere modificata in futuro.
Le regole urbanistiche non sono un dettaglio amministrativo. Sono il risultato di una pianificazione pubblica e devono essere rispettate o modificate attraverso gli strumenti e le procedure previste dalla legge.
Quanto all’impatto economico, il primo elemento da considerare è la durata: 99 anni di diritto di superficie. Una durata di questa portata rende quanto mai necessario un equilibrio tra valore del bene concesso, obblighi del superficiario e oneri che rimangono a carico del Comune.
E qui occorre essere precisi anche su un punto: la convenzione non pone a carico del Comune la manutenzione dell’intero complesso immobiliare, bensì quella relativa alle opere di urbanizzazione. Ma proprio questo obbligo non può essere lasciato in una dimensione generica. Quali opere? Con quale consistenza? Quale valore economico? Quali costi di manutenzione ordinaria e straordinaria? Quali interventi straordinari prevedibili nel ciclo di vita di strade, marciapiedi, illuminazione, spazi e infrastrutture pubbliche? Quale costo complessivo può gravare sul bilancio comunale, e quindi sulle tasche degli aversani, nell’arco dei 99 anni?
Sono domande tutt’altro che teoriche. Una stima seria dovrebbe essere elaborata dai tecnici sulla base del progetto e del quadro economico delle opere di urbanizzazione. Non è corretto ipotizzare oggi una cifra complessiva per 99 anni senza conoscere la consistenza delle opere, ma è altrettanto scorretto approvare una convenzione senza rendere economicamente leggibile quell’obbligo novantanovennale.
Il confronto, infatti, deve essere fatto su tutti i lati dell’operazione: 9,2 milioni di euro di finanziamento, valore del terreno comunale concesso, durata di 99 anni del diritto di superficie e valore attuale e prospettico degli obblighi che rimangono al Comune.
Anche il terreno, quindi, deve avere una precisa valorizzazione patrimoniale. I 2.300 metri quadrati concessi non possono essere considerati un elemento neutro dell’operazione: sono patrimonio della città e la loro concessione per quasi un secolo deve essere economicamente, giuridicamente e politicamente motivata. Il Consiglio comunale deve poter conoscere, con l’ausilio di una appropriata stima tecnico-patrimoniale, quanto vale oggi quel bene e quale sia il valore economico della disponibilità ultradecennale concessa ad ACER. Solo così si può parlare seriamente di equilibrio dell’operazione.
C’è infine la questione politica, che non può essere elusa.
Aversa, con l’amministrazione Matacena, ha già conosciuto troppe occasioni nelle quali finanziamenti e programmi non sono arrivati alla concreta realizzazione per ritardi, carenze procedurali o insufficiente capacità amministrativa. Se anche questo finanziamento dovesse andare perduto per l’incapacità di predisporre una convenzione completa, tecnicamente solida e giuridicamente inattaccabile, sarebbe l’ennesima occasione persa e l’ennesima sconfitta di questa amministrazione e della città.
E sarebbe difficile scusarsi e opportunisticamente chiamarla fatalità. Un atto incompleto si può correggere, una clausola ambigua si può riscrivere, una documentazione insufficiente si può integrare. Quello che non si può fare è trasformare la necessità di rispettare i tempi in una giustificazione per approvare un atto che necessita ancora di una radicale e sostanziale revisione.
I 9,2 milioni di euro non sono un lasciapassare, ma, semmai, un motivo in più ( il dovere) per fare le cose nel migliore dei modi possibili.
La responsabilità politica, quindi, non consiste nel portare comunque la convenzione in Consiglio comunale per dimostrare di aver rispettato una tabella di marcia e, all’stante, autoesaltarsi con la solita, rumorosa e colorita grancassa mediatica. Consiste, invece, nel mettere il Consiglio comunale nelle condizioni di approvare un atto completo, complessivamente solido, trasparente e difendibile.
Per questo la convenzione dovrebbe essere ritirata nella forma attuale e rifatta ab imis, dalle fondamenta, con un lavoro tecnico, giuridico, urbanistico e patrimoniale serio e indipendente.
Bisogna completare la documentazione; definire senza ambiguità gli obblighi delle parti; quantificare e descrivere le opere di urbanizzazione e i relativi oneri manutentivi; valorizzare il bene comunale concesso; chiarire ogni passaggio relativo a eventuali modifiche progettuali e disciplinare con precisione e chiarezza il rapporto tra convenzione, conferenza di servizi, eventuali varianti urbanistiche e titoli edilizi, assicurando che ogni modifica segua esclusivamente le procedure e le competenze previste dalla legge. Senza preoccuparsi delle pressioni, senza subire ingerenze, senza la necessità di compiacere qualcuno per rispettare una tabella di marcia.
La vera urgenza non è portare in Consiglio comunale una convenzione qualsiasi, ma la convenzione giusta. Un ritardo di qualche settimana può essere recuperato, mentre una o più omissioni, uno o più errori, inseriti in un atto destinato a produrre effetti per 99 anni, rappresenterebbero un grave danno per la città. Quando si tratta di patrimonio pubblico, urbanistica e milioni di euro, l’accortezza, la serietà e la prudenza non sono immobilismo, ma sana, trasparente e responsabile amministrazione.
ALLEANZA per l’ITALIA