Pasquale Giuliano interviene sul caso Ranucci – Lavitola
Articlo tratto da Città Normanna
Per anni, una certa sinistra ha guardato Sigfrido Ranucci come si guarda un oracolo: non parlava, rivelava. Non faceva giornalismo, dispensava verità. Ogni sua inchiesta arrivava con il conforto di una sentenza già scritta.
Ranucci era diventato, più che un giornalista, una specie di “Bocca della Verità” con il microfono. E, addirittura, alcuni politici di una certa tendenza e anche una parte della pubblica opinione ben predisposta, lo avevano innalzato a “bouche de la loi”.
Poi è arrivato Valter Lavitola, e la realtà ha avuto la cattiva educazione di complicare la sceneggiatura.
Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell’attentato, precisando,però,di avere ordinato solo qualche colpo di pistola, non la bomba: nulla di più, nulla di meno.Lo avrebbe fatto -dice-per proteggere l’amico fraterno, favorendone il rafforzamento della scorta. «Per il tuo bene» è ciò che, secondo la confessione di Lavitola, avrebbe motivato l’organizzazione di un attentato.
Una forma di amicizia assai evoluta: ti faccio sparare perché tu possa essere più protetto. È una frase che meriterebbe di essere inserita nei manuali di moralità pubblica e studiata nelle facoltà di filosofia morale. Per la verità’, “per il tuo bene” è ciò che dice la madre quando fa prendere il purgante al suo bambino recalcitrante. “Per il tuo bene” è ciò che dice l’amico quando ti impedisce di mandare un messaggio compromettente all’amante alle tre di notte.
Ma il vero capolavoro, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe il progetto politico che stava dietro l’operazione: trasformare Ranucci in un uomo di vertice, fino a farlo approdare a Palazzo Chigi.
E qui la vicenda acquista una sua perfetta simmetria.
Una parte della sinistra aveva già provveduto alla consacrazione morale: Ranucci come vessillifero della Verità. Nel frattempo, di fronte all’attentato, per innalzare il martire Ranucci agli altari della beatificazione politica, non erano mancate letture politiche e ricostruzioni che indicavano altre responsabilità e altri possibili moventi. Anche quello camorristico era stato dato per assai probabile, se non certo, facendo trapelare, per accostamento, il nome di un ignaro parlamentare casertano di FdI.
In tal modo, però, anche senza volerlo, la complessiva narrazione, di fatto, si mostrò’
funzionale proprio al luciferino disegno lavitoliano.
Adesso quelle certezze, così tempestive da sembrare quasi già stampate in tipografia, rischiano di essere il primo imbarazzo della storia.
Perché c’è una legge non scritta della politica italiana: il complotto è molto più convincente quando non è ancora arrivata la Procura. Poi sopraggiungono gli atti, le intercettazioni, gli interrogatori e altro ancora. E la realtà, con il suo fermo rifiuto per le semplificazioni, esige di essere tenuta in considerazione.
Il progetto, se sarà confermato, era comunque mefistofelicamente. ambizioso.
Prima l’inchiesta, poi l’attentato, quindi la scorta rafforzata, la conseguente accresciuta popolarità, la politica e infine Palazzo Chigi.Un cursus honorum galoppante, fulmineo.
Mancava soltanto un dettaglio: il voto degli italiani. Ma anche quello, in fondo, è un vecchio inconveniente della democrazia.
La cosa più “elegante” della storia -va ribadito- resta comunque la motivazione attribuita a Lavitola: ho fatto quello che ho fatto “per il bene di Ranucci. Lo volevo proteggere”. Evidentemente, con qualche colpo di pistola:elementare, Watson!
Naturalmente, il progetto politico è tutto da dimostrare e Ranucci non risulta partecipe del presunto disegno. Ciò non toglie, pero’, che molti un interrogativo se lo sono posto:possibile che un navigato professionista del giornalismo investigativo come Ranucci non abbia avuto nemmeno la minima sensazione di “qualcosa”? Ai posteri…
Allo stato, Ranucci risulta parte offesa e Lavitola, secondo le ultime notizie di stampa, avrebbe dichiarato di non potere escludere che “Sigfrido, dopo, avesse capito”.
Ma se davvero l’idea di Lavitola era quella di trasformare la “Bocca della Verità” in un uomo di governo, bisogna riconoscere che il salto di qualità era acrobatico e deflagrante:dalla denuncia del potere alla sua occupazione, con una breve e scoppiettante parentesi davanti casa.
Pasquale Giuliano- Presidente di “Alleanza per l’Italia”