Per una Politica della competenza

La figura del politico competente sta per soccombere sotto il peso del “giocoliere del consenso” il cui orizzonte è la prossima tornata elettorale

 di Pasquale Giuliano *

Nella politica d’oggi l’imperante declino della competenza impone la necessità di promuovere una classe dirigente formata, consapevole della complessità dei processi decisionali. Bisogna contrapporsi alla figura dell’avventuriero politico, del populista orientato solo al consenso, dei cultori della “scienza” della comunicazione e di coloro che fanno della politica una professione strumentale ai loro personali interessi. In un siffatto scenario, il dibattito pubblico si impoverisce, subentra il consumo emotivo dell’informazione e il consenso diventa fine a sé stesso. Ne deriva una selezione distorta dei rappresentanti politici, spesso scelti per la loro “spendibilità” mediatica più che per la competenza. La democrazia non può sopravvivere se delega il suo governo a queste figure. Solo una politica radicata nella competenza è in grado di rispondere alle sfide del tempo. Specie in momenti di crisi sistemiche e geopolitiche, come quelle attuali, la qualità della classe politica è fattore determinante per la tenuta delle istituzioni democratiche. Oggi, però, la politica è sempre più soggetta alla logica dell’apparenza e del consenso immediato, in una deriva che privilegia l’efficacia comunicativa all’autorevolezza del sapere. La figura del politico competente sta per soccombere sotto il peso del “giocoliere del consenso”, il cui orizzonte è la prossima tornata elettorale. Si è smarrito l’insegnamento di Alcide De Gasperi, il quale ammoniva che il vero politico non deve pensare solo alle elezioni, ma alle prossime generazioni. Già nel secolo scorso, il sociologo Max Weber metteva in guardia contro la confusione tra la vocazione politica e l’esercizio dilettantistico o spregiudicato del potere. Il vero politico, affermava, è mosso dall’“etica della responsabilità” che lo distingue dall’idealista e dall’opportunista. Oggi, purtroppo, proliferano figure la cui legittimazione deriva dalla visibilità mediatica, troppo spesso priva di contenuti sostanziali. Si è svuotato lo spazio pubblico razionale, sostituito da un’arena di “comunicazione deformata” dominata da slogan e narrazioni emozionali. In questo contesto, la competenza – intesa come conoscenza dei meccanismi istituzionali, economici, sociali – appare quasi un fardello, mentre evidenti si rivelano le insane conseguenze dell’improvvisazione. In Politica, il ricorso a figure prive di preparazione specifica comporta rischi pericolosi. Le politiche pubbliche richiedono capacità di analisi, di mediazione tra interessi divergenti e, soprattutto, conoscenza profonda delle strutture che si intendono guidare. Mario Draghi, nel suo intervento al meeting di Rimini del 2020, ricordò che “la competenza non è un privilegio elitario, ma una responsabilità civica”. L’affermazione riecheggia un principio fondamentale: l’efficacia dell’azione pubblica richiede preparazione, esperienza e visione strategica, contrariamente all’illusione demagogica e populistica dell’ “uno vale uno”, che ignora la rilevante complessità della governance. Si rende, quindi, necessario un ripensamento culturale del concetto di rappresentanza, che non può che essere supportato dalla riscoperta del valore della formazione politica. Che significa: educare allo studio, al pensiero critico, alla responsabilità istituzionale, al rispetto dell’interesse generale. L’Italia ha conosciuto stagioni in cui la selezione della classe dirigente passava per scuole di partito, università, percorsi amministrativi, eccellenze nelle professioni liberali, nell’industria, nel commercio, nelle arti. Oggi queste filiere si sono rarefatte, guardate con diffidenza, lasciando così spazio a un’autoreferenzialità dannosa. Eppure, Norberto Bobbio insegnava che la democrazia si fonda sul “governo dei competenti sotto il controllo dei cittadini informati”. La polarizzazione alimentata dai social, invece, riduce il confronto a una guerra di identità in cui la realtà cede il passo alla percezione di un’apparenza che si affida alla forza mediatica. L’appello a una politica della competenza, lungi dal proporre una tecnocrazia autoreferenziale, esprime l’esigenza di restituire autorevolezza al servizio pubblico e alla riscoperta dell’etica della responsabilità. La Politica, che non può essere affidata all’improvvisazione né tantomeno alla “scienza” dell’apparire, richiede studio, conoscenza e, innanzitutto, rispetto per la res publica. “La politica è la forma più alta di carità, se fatta con spirito di servizio”, ammoniva Aldo Moro; e, in tempi di crisi come gli attuali, questa visione non è un lusso: è una necessità.

*Già magistrato e parlamentare