Orabona scuote il dibattito sui parchi: «Una città non si amministra rinunciando al proprio ruolo»

Aversa, Orabona scuote il dibattito sui parchi: «Una città non si amministra rinunciando al proprio ruolo»
Benny Fedele lancia la suggestione: «Isidoro Orabona prossimo sindaco di Aversa?»
di Benny Fedele – La Rampa
AVERSA – Commercialista, giornalista pubblicista, oltre vent’anni trascorsi ai vertici di amministrazioni pubbliche. Isidoro Orabona osserva il dibattito politico aversano da una prospettiva particolare: quella di chi conosce i conti, gli apparati amministrativi e, soprattutto, la differenza tra indirizzo politico e capacità concreta di gestione.
Il caso dei parchi cittadini, tornato prepotentemente al centro del confronto dopo la decisione dell’amministrazione Matacena di puntare sulla concessione delle buvette e dei relativi servizi, offre lo spunto per una riflessione più ampia.
Ed è proprio ascoltando Orabona che una domanda viene naturale: Aversa dovrebbe iniziare a guardare già oltre l’attuale esperienza amministrativa? E Isidoro Orabona potrebbe essere uno dei nomi da mettere in campo per la prossima corsa a sindaco?
Dr. Orabona, partiamo dai parchi. L’amministrazione sostiene che non ci sia alcuna privatizzazione.
«La questione, a mio avviso, non può essere ridotta a una battaglia sulle parole. Dire “privatizzazione” oppure “concessione della buvette” rischia di diventare una disputa nominalistica. Il problema vero è un altro: qual è il modello di gestione del patrimonio pubblico che Aversa vuole adottare?
Un parco non è semplicemente un terreno con qualche albero e un punto ristoro. È un servizio urbano. È sicurezza, manutenzione, socialità, qualità della vita, attività per bambini e anziani, sport, cultura. Prima di stabilire chi deve vendere una bottiglietta d’acqua bisogna stabilire che funzione debba avere quel luogo nella città».
Quindi considera sbagliato coinvolgere i privati?
«Assolutamente no. Sarebbe ideologico sostenere che il privato sia sempre un problema, così come sarebbe altrettanto ideologico sostenere che il privato sia sempre la soluzione.
Il punto è un altro: il Comune deve sapere cosa vuole ottenere e deve essere capace di controllarlo.
L’amministrazione ha spiegato che la concessione dovrebbe migliorare manutenzione e servizi, lasciando gratuiti e pubblici i parchi. È un obiettivo legittimo. Ma il cittadino deve poter conoscere con precisione obblighi del concessionario, standard qualitativi, controlli, orari, sanzioni, condizioni economiche e strumenti con cui il Comune potrà intervenire se il servizio non funzionerà.
La politica non può limitarsi a dire: “Affidiamo e vediamo cosa succede”».
Il consigliere Baldascino ha invece contestato proprio l’idea di collegare la vita dei parchi a un’attività commerciale.
«È una critica politica che merita una risposta politica, non uno slogan. Baldascino pone il tema del parco come bene comune e del possibile coinvolgimento del Terzo Settore. Anche questa ipotesi va valutata seriamente.
Io partirei però da una domanda ancora precedente: perché siamo arrivati al punto in cui il Comune considera necessario ricercare all’esterno la soluzione alla gestione ordinaria dei suoi principali spazi verdi?
È questa la domanda che mi interessa.
Se dopo due anni di amministrazione il tema centrale diventa trovare un soggetto esterno che garantisca manutenzione, apertura, pulizia e servizi, allora bisogna interrogarsi sulla capacità organizzativa dell’ente».
Sta bocciando l’amministrazione Matacena?
«Non mi interessa distribuire bocciature personali. Mi interessa valutare i risultati.
Francesco Matacena fu eletto nel giugno 2024 e annunciò che tra i primi obiettivi ci sarebbe stato un intervento straordinario sul decoro urbano. Due anni dopo è quindi legittimo chiedere quale sia il risultato ottenuto.
Una città non può vivere permanentemente di emergenze, annunci e soluzioni tampone.
Governare significa programmare, stabilire tempi, attribuire responsabilità e verificare risultati».
Da ex amministratore pubblico, cosa avrebbe fatto sui parchi?
«Prima di tutto avrei realizzato un vero piano economico e gestionale del verde cittadino.
Quanti parchi abbiamo? Quanto costa annualmente mantenerli? Quali risorse umane possiede il Comune? Quali servizi possono essere affidati all’esterno? Quali possono essere gestiti attraverso convenzioni con associazioni e Terzo Settore? Quale sistema di sponsorizzazioni può essere attivato? Quali entrate possono essere generate senza compromettere la funzione pubblica?
Sono domande elementari per chi amministra.
Solo dopo avrei deciso il modello.
Invece spesso nella pubblica amministrazione italiana accade il contrario: prima si individua lo strumento e poi si cerca di costruirgli intorno una strategia».
Secondo lei Aversa soffre quindi soprattutto di un problema di metodo?
«Aversa soffre da molti anni di una difficoltà strutturale: la politica pensa troppo spesso alla giornata amministrativa e troppo poco alla città dei prossimi dieci anni.
Il sindaco non dovrebbe essere soltanto colui che risolve una buca, inaugura un’opera o annuncia una delibera.
Deve avere una visione.
Dove vogliamo portare Aversa nel 2035?
Qual è il suo ruolo nell’Agro aversano?
Come vogliamo affrontare mobilità, commercio, centro storico, sicurezza, parcheggi, verde pubblico, cultura, servizi sociali e sviluppo economico?
Senza queste risposte amministriamo problemi. Non governiamo una città».
È un discorso che sembra già quello di un candidato sindaco.
«Non sto facendo annunci di candidatura.
Sto facendo un ragionamento da cittadino e da persona che ha trascorso oltre vent’anni alla guida di amministrazioni pubbliche.
Conosco la macchina amministrativa. So quanto sia difficile governarla, ma so anche che continuare a utilizzare le difficoltà burocratiche come alibi non porta da nessuna parte».
Però la domanda gliela faccio direttamente: sarebbe disponibile a candidarsi a sindaco di Aversa?
«La politica seria non nasce da un’autocandidatura estiva e nemmeno da una fotografia sui social.
Nasce da una comunità che individua un progetto, da competenze che decidono di mettersi insieme e da cittadini disposti a sostenerlo.
Se un giorno esistessero queste condizioni, nessuna persona che ama la propria città dovrebbe sottrarsi a una riflessione.
Ma prima vengono Aversa e il progetto. Dopo vengono i nomi».
Una risposta diplomatica, forse. Ma neppure una porta chiusa.
Ed è proprio qui che il ragionamento diventa politico.
In una città che continua a discutere degli stessi problemi — verde, decoro, mobilità, macchina comunale, sicurezza, capacità di spesa e programmazione — potrebbe essere arrivato il momento di cercare una figura con esperienza amministrativa e competenze economiche, capace di parlare contemporaneamente il linguaggio della politica e quello della gestione.
Isidoro Orabona candidato sindaco di Aversa?
Per ora è soltanto una suggestione.
Ma da oggi, forse, una suggestione un po’ meno improbabile.