Dopo mesi di inettitudine istituzionale mascherata da “visione strategica”, dopo scivoloni istituzionali e gaffe a ciclo continuo, Olga Diana, l’assessora più sfiduciata della storia politica aversana, sembra finalmente intenzionata ad avviarsi verso l’uscio. Un gesto atteso, sudato, quasi liberatorio. Però, cacciata dalla porta, tenta il rientro dalla finestra… con la poltrona in spalla. Ecco il colpo di scena: vuole decidere solo lei chi prenderà il suo posto. Evidentemente ritiene che nessuno meglio di lei può sapere chi debba sostituirla. Suvvia, riconosciamolo, un’eredità così luminosa va raccolta con cura. Preferibilmente da un’amica o da un clone, da un parente o da un affine.
La sfiduciata Diana rivendica il diritto morale di indicare la sua erede. Evidentemente, si rifiuta di chiamare sfiducia la quasi unanime votazione del consiglio comunale e pensa che la sua sia una transizione spirituale. Insomma, il “posto” con relativa indennità lo lascia solo se è lei a indicare la sua sostituta, la beneficiaria. Evidentemente, è stato il commento salace dei suoi stessi compagni, la ritiene una questione di continuità di spirito o, è stato aggiunto, perché forse nutre anche il timore che possa essere scelta al suo posto una persona competente.
Del tutto vani sono risultati i tentativi di chi le ha ricordato che di solito quando si viene sfiduciati si esce con rammarico, ma in un dignitoso silenzio e non si lascia in dote il testamento politico o la poltrona. Se un amministratore è stato sfiduciato perché è incompetente o inadeguato, è molto, molto difficile che si possa pensare che sia o diventi poi affidabile e competente o legittimato per indicare il suo sostituto. Ma l’assessora (o ex? Mistero avvolto in un enigma) non ci sta: “Sfiduciatemi pure, ma almeno lasciatemi l’ultima parola. Anche le regine vengono accompagnate al patibolo con una certa riconoscenza e si decapitano con stile.”
Nel frattempo, la città, assiste sconcertata a questo ennesimo avvilente spettacolo, anche se, con sollievo, sorride e ringrazia. Non per i servizi offerti, ma per l’uscita- assai tardiva – di scena.
E il sindaco? Ah, già. Lui si limita a rivelare le pretese di Diana e si sta macerando a riflettere. Poverino, trascorre notti insonni nell’attesa che il tempo che scorre ormai quasi da un mese risolva ogni cosa al suo posto. Insomma, è impegnato in un’attesa “cadaverica”.
E qui soccorre il sempre attuale e saggio proverbio nostrano: Mentre ò miedeco sturéa, ò malato more.
A coloro che fingono di non vedere e non sentire, e a coloro – compresi quelli che lavorano con la penna – che tentano di edulcorare o nascondere questa triste vicenda, si ricorda che nel nostro caso il malato è Aversa, la nostra città.
04/06/2025