LICENZIATI PER FINTA E SACRIFICATI E UMILIATI TRE ASSESSORI. LA CRISI CHE NON C’ERA. POLTRONE SALVE, DIGNITÀ NO. IL FALLIMENTO RESTA, CAMBIA QUALCHE NOME
La vicenda della ricomposizione della giunta rappresenta uno dei passaggi più contraddittori e politicamente surreali dell’intera amministrazione Mata-cene. Il sindaco ha esplicitamente bollato non una, ma due volte – l’ultima appena quindici giorni fa – come inadeguata la sua giunta e ha espresso la necessità di un suo superamento. Una valutazione grave, un giudizio politico netto sull’operato dei propri assessori. Ma, come quasi sempre gli accade, alle parole non è seguita alcuna conseguenza reale. Naturalmente, Franco Mata-cene ha fatto finta di non accorgersi che definire inadeguata (leggi: fallimentare) la propria giunta significa, incidentalmente, certificare anche la propria responsabilità diretta. Ma questo è un dettaglio, evidentemente trascurabile (per lui).
L’avvenuta ricomposizione della giunta non è solo un pasticcio politico: è un atto di grave incoerenza istituzionale che lascia dietro di sé macerie, vittime sacrificali, una verità che Mata-cene continua a non voler affrontare e una citta’ attonita.
Alla sua diagnosi sulla sua giunta, non è seguita alcuna vera cura. La giunta è stata infatti sostanzialmente riconfermata, con l’ingresso di tre nuovi assessori, peraltro “estranei” alla città, privi di un radicamento reale nel tessuto sociale, economico e istituzionale che dovrebbero amministrare. Più che una scelta di rinnovamento, quella di Mata-cene è stata un’ammissione implicita di impotenza politica. Quando non sai che pesci prendere, cambi l’acqua ma tieni l’acquario.
Siamo di fronte al paradosso più classico della peggiore politica: sciogliere una giunta perché ritenuta inadeguata e poi rimettere al loro posto gli stessi assessori giudicati tali. Un’operazione che non ha nulla di coraggioso né di riformatore. È il trionfo del più classico gattopardismo versione discount: cambiare il minimo indispensabile per poter dire di aver cambiato qualcosa. Altro che rinnovamento, siamo davanti a una giunta zombie : dichiarata morta, ma ancora in piedi, trascinata avanti per inerzia, tenuta in vita solo dalla paura di perdere la sedia.
La sua ricomposizione non nasce da una visione, né da una strategia per rilanciare l’azione amministrativa. Nasce invece dalla somma di veti, ricatti politici, correnti fameliche e ordini superiori. Il sindaco non guida: galleggia. Non decide: certifica. Non governa: subisce. E quando subire non basta, sacrifica qualcuno per dare l’illusione del comando.
Il messaggio che arriva ai cittadini è però devastante: se una giunta è inadeguata – e su questo non si può che essere tutti d’accordo – allora va cambiata davvero; se non lo è, allora non la si scioglie per propaganda o per tattica o per conservare la poltrona. Non è certamente questo il rinnovamento promesso. Non è questa la discontinuità invocata. È solo un esercizio di equilibrismo politico pagato ancora una volta dalla città, che resta senza una guida forte, coerente e realmente all’altezza delle sfide che dovrebbe affrontare. I tre assessori esclusi sono stati semplicemente il prezzo da pagare per tenere in piedi una maggioranza lacerata, ostaggio di veti incrociati, imposizioni esterne e logiche di pura conservazione.
In questo gioco di contraddizioni, i tre assessori non riconfermati sono diventati oggi il capro espiatorio di un’operazione tutta interna per equilibri di correnti e di maggioranza e per esigenza di salvaguardia della poltrona. Di fatto, i tre sono stati ingiustamente additati come responsabili della crisi, bollati come inadeguati senza che vi sia stata alcuna valutazione trasparente, pubblica e motivata del loro operato. Una condanna politica sommaria, funzionale solo a salvare equilibri e posizioni personali.È veramente inaccettabile che Mata-cene abbia di fatto attribuito solo a quei tre assessori la colpa di un fallimento che, alla prova dei fatti, quanto meno, avrebbe dovuto essere attribuito anche a quasi tutti gli assessori confermati. Se davvero fossero stati i tre esclusi il problema, allora la riconferma degli altri assessori avrebbe dovuto segnare una svolta. Ma quella svolta non c’è stata, non ci può essere e non ci sarà, perché il problema non erano proprio (o solo) i tre esclusi. Il problema sono alcuni di quelli rimasti, protetti dall’unico merito che conta: tenere in piedi in consiglio una maggioranza lacerata, a pezzi. I tre, tra l’altro, sono stati, pertanto, il prezzo da pagare per sostenere in piedi una maggioranza , ostaggio di veti incrociati, imposizioni esterne e logiche di pura sopravvivenza.
Questa non è politica: è manutenzione del potere. È il tentativo maldestro di mascherare l’immobilismo con qualche nome nuovo, lasciando intatti gli stessi problemi, le stesse dinamiche e le stesse responsabilità. Ma, alla fine, il vero problema resta sempre lo stesso: la mancanza di una leadership capace di decidere senza farsi dettare l’agenda da veti, imposizioni e accordi di sopravvivenza. Lo scioglimento non serviva a migliorare l’azione amministrativa, bensì a guadagnare tempo, placare tensioni interne e rinegoziare equilibri di potere e ad accontentare chi di fatto possiede le chiavi di questa città. Il risultato è un’amministrazione esposta al ridicolo istituzionale e la conferma di un sindaco sempre più prigioniero di compromessi, pronto a sacrificare persone, credibilità e coerenza pur di restare ostinatamente incollato alla sedia.
Il rinnovamento promesso è rimasto nello stesso cassetto delle promesse precedenti : chiuso a chiave e a doppia mandata.