Le illuminanti dimissioni dell’assessore al bilancio

 Le dimissioni dell’assessore al bilancio Mariano D’Amore, rassegnate il giorno dopo l’approvazione del bilancio consuntivo, segnano un passaggio politico importante e rivelatore.

La decisione di D’Amore non può che essere letta come un gesto di rottura e dissenso. L’assessore si smarca da una linea politica che non condivide, forse per ragioni di integrità ma certamente per non legittimare un’azione di governo che ritiene compromessa da logiche clientelari o di potere. A rendere ancora più significativa la scelta è il contesto. Appena qualche ora prima delle dimissioni, il sindaco Franco Mata-cene, nel corso di  una cena presso un ristorante locale (sulla quale torneremo fra poco), aveva confermato in blocco l’intera giunta – proprio la stessa che qualche mese fa aveva definito incapace- cedendo di fatto a pressioni e condizionamenti politici interni ed esterni

Una conferma, quella formalmente fatta da Mata-cene, non dettata da valutazioni di merito o da una rinnovata fiducia nella squadra, ma piuttosto frutto di equilibri di potere, spartizioni di deleghe e incarichi tra gruppi, singoli consiglieri e disposizioni provenienti da Mondragone. In questo scenario, le dimissioni dell’assessore D’Amore assumono il valore di una presa di distanza netta da logiche che nulla hanno a che vedere con l’interesse pubblico e la buona amministrazione.

Si tratta di un gesto che conferma in pieno le motivate perplessità più volte espresse sulla reale coesione e trasparenza della maggioranza e che pone il sindaco di fronte alle proprie gravi responsabilità politiche. Perché se chi amministra, anche se lo fa in nome altrui, perde coerenza, autorevolezza e credibilità, a pagarne il prezzo sono sempre i cittadini.

 

Dietro la riconferma della giunta, come abbiamo più volte messo in guardia, non c’è alcuna visione, ma solo il ricatto politico dei soliti noti: consiglieri, referenti politici e portatori di interessi che si sono spartiti deleghe e incarichi come se il Comune fosse un bottino elettorale, con diritto di scelta anche da parte di parenti di un parlamentare del tutto estraneo al territorio. Un teatrino che svilisce la dignità delle istituzioni, calpesta ogni principio di buon governo e umilia la città.

 

Le dimissioni dell’assessore al bilancio sono dunque un atto di accusa. Non solo verso il sindaco, che si dimostra ogni giorno più debole, incoerente e prigioniero di tutto e di tutti, ma verso un’intera maggioranza che ha perso qualsiasi credibilità. Aversa si trova con un’amministrazione dove chi è rimasto lo ha fatto non per servire la Comunità, ma per mantenere la propria posizione. È bastato un giro di tavoli, qualche telefonata tra corridoi e un accordo spartitorio tra deleghe e poltrone, perché la coerenza e la dignità si dissolvessero e tutto venisse archiviato con una ‘conferma’ generale degli assessori definiti ”incapaci”. Una conferma che sa di resa, di sudditanza politica e che risponde alla gestione di equilibri interni e di condizionamenti esterni, più che all’interesse dei cittadini.

Gli aversani ora sanno con certezza che sono in balia di una classe dirigente litigiosa, autoreferenziale e incapace di affrontare le vere emergenze della città e che non hanno una giunta che lavora per competenza, per progetto, per visione, ma solo un cartello di interessi dove le deleghe vengono scambiate come pedine e le posizioni mantenute in vita non per merito, ma per convenienza, per vincoli di parentela, per ragioni certamente non politicamente nobili e per la personale necessità di restare aggrappati alla poltrona.

È tempo che qualcuno abbia il coraggio di trarre le dovute conclusioni. Perché un’amministrazione che si tiene in piedi solo grazie a opachi e criticabili equilibri interni, regolati per di più anche da mani esterne, e non per merito delle proprie scelte, non è più degna della fiducia dei cittadini.