“La Maddalena”, il luogo della memoria da restituire alla città

“La Maddalena”, il luogo della memoria da restituire alla città

Pasquale GiulianoPasquale Giuliano·
L’articolo di Fortunato Allegro sul destino dell’ex Ospedale psichiatrico della “Maddalena” merita grande attenzione. Le sue considerazioni, sia quelle elegantemente rappresentate, sia quelle che lascia trasparire, in maniera non tanto criptica, sull’ipotizzata e pubblicizzata destinazione a polo oncologico, appaiono del tutto condivisibili. Particolarmente felice e suggestivo è il richiamo di Allegro alla metaforica contrapposizione tra “Citta-Cervello” e “Città Ventre” elaborata da Claudio Magris, che, detto per inciso, ho avuto la straordinaria occasione di conoscere di persona l’anno scorso proprio a Trieste e di trascorrere, insieme ad alcuni amici, una mattinata con lui, durante la quale ci ha intrattenuti e affascinati con i ricordi di uomo e di scrittore, premiato pochi anni fa anche con il “Premio per la pace”.Trovo pertanto apprezzabile e convincente la sua proposta di collegare urbanistica, memoria storica, ambiente e identità cittadina, evitando una visione puramente immobiliare dell’area; e condivido anche la prospettiva secondo cui “La Maddalena” dovrebbe essere restituita alla città attraverso una rigenerazione aperta, verde, culturale e sociale, anziché trasformata automaticamente in una nuova cittadella specialistica.La chiave di lettura offerta da Allegro, quindi, appare particolarmente efficace per interpretare Aversa e, soprattutto, il destino della straordinaria complessità dell’area della “Maddalena”.L’antico complesso della “Real Casa dei Matti” è un luogo che appartiene alla storia della psichiatria italiana e porta ancora impresso, nelle sue architetture e nei suoi spazi, la memoria di generazioni di uomini e donne relegati per lungo tempo ai margini della società. “La Maddalena” non è soltanto un complesso edilizio in attesa di una destinazione, ma è una parte della memoria profonda della città e nei suoi padiglioni, nei suoi viali, nei suoi muri perimetrali è sedimentata la storia di migliaia di persone che per decenni furono separate dal resto della comunità. 

Per quasi due secoli, quella recinzione ha costituito una frontiera non soltanto fisica, ma soprattutto psicologica: al di qua la città, al di là ciò che la città non voleva vedere. Per quasi due secoli, i suoi muri hanno rappresentato una separazione fisica e simbolica: da una parte la città dei “sani”, dall’altra quella dei “matti”. Una frontiera urbanistica divenuta, nel tempo, anche una frontiera psicologica e una ferita nella memoria collettiva, che non può essere cancellata semplicemente cambiando la destinazione d’uso degli edifici. E proprio qui emerge un singolare paradosso, come è stato opportunamente sottolineato. L’isolamento che per decenni ha contribuito al degrado e all’abbandono ha, nello stesso tempo, preservato un patrimonio ambientale di straordinario interesse. Gli ettari di verde racchiusi nell’area costituiscono oggi una riserva urbana che merita di essere conosciuta, studiata e soprattutto sottratta a nuove forme di marginalità. La vegetazione, la biodiversità, gli spazi aperti costituiscono una ricchezza urbana che Aversa non dovrebbe consumare con leggerezza, soprattutto in un territorio già profondamente segnato da un’urbanizzazione sfigurante. La questione, dunque, non è semplicemente decidere che cosa mettere dentro “La Maddalena”, ma stabilire quale idea di città vogliamo costruire intorno ad essa. E’ proprio per questo che la proposta, già annunciata anni fa dall’ex direttore dell’Asl Caserta Amedeo Blasotti, di trasformare l’area in un polo oncologico merita una riflessione seria, sottratta tanto alla propaganda quanto alla suggestione degli annunci, per essere ricondotta sul terreno, assai più severo, della realtà amministrativa e della programmazione sanitaria. Un polo oncologico non nasce dalla reiterazione di un annuncio politico. Un progetto sanitario di tale dimensione presuppone programmazione, risorse finanziarie ingenti, un quadro istituzionale definito, personale altamente specializzato, tecnologieinfrastrutture, costi di gestione sostenibili e una collocazione coerente nella rete sanitaria regionale e nazionale. Le domande, dunque, sono semplici ma ineludibili: dove sono le risorse necessarie? Quale atto di programmazione sanitaria contempla il progetto? Quale fabbisogno assistenziale dovrebbe giustificarlo? Quale sarebbe il costo complessivo dell’operazione, riferita non soltanto alla trasformazione edilizia? Quale il suo rapporto con la rete oncologica esistente? Sono domande elementari, ma proprio per questo ineludibili. Le mozioni approvate da alcuni Comuni possono esprimere un indirizzo politico e testimoniare una legittima aspirazione territoriale, ma, ovviamente, non equivalgono a un finanziamento, né costituiscono di per sé una previsione della programmazione sanitaria nazionale o regionale. Ed è qui che il confine tra politica e propaganda dovrebbe essere tracciato con chiarezza. Se un progetto di questa portata non dispone di risorse certe e non trova riscontro negli idonei strumenti di programmazione sanitaria, presentarlo come una prospettiva concreta rischia di trasformare una complessa questione di interesse pubblico in una suggestione elettorale: una parola capace di occupare il dibattito, ma ancora priva di quella sostanza amministrativa, finanziaria e sanitaria che sola può trasformare un annuncio in un’opera realizzabile. Non è quindi una questione di essere favorevoli o contrari a un polo oncologico, ma è una questione molto più seria: non confondere un desiderio con un progetto. Presentare un grande insediamento sanitario come soluzione immediata per la rigenerazione della “Maddalena” rischia, dunque, di trasformare una questione urbanistica, ambientale e culturale di straordinaria complessità in uno slogan politico fondato su una promessa capace, forse, di produrre consenso, più che su una prospettiva realmente realizzabile e cantierabile. E “La Maddalena” non merita l’ennesima promessa, ma merita invece un progetto capace di riconsegnarla alla città. La sua riconversione potrebbe rappresentare uno dei più interessanti casi di rigenerazione urbana del Mezzogiorno: non una cittadella chiusa, non un nuovo recinto funzionale, non l’ennesima enclave separata dal tessuto urbano, ma un luogo finalmente aperto. Un grande parco urbano della conoscenza, della memoria e del benessere, capace di coniugare patrimonio storico, biodiversità, ricerca universitaria, cultura, servizi alla persona, prevenzione, attività sociali e spazi pubblici. La vera sfida politica non dovrebbe, dunque, essere quella di individuare rapidamente, e strumentalmente, una destinazione capace di riempire gli edifici vuoti, ma quella di restituire senso a un luogo che per due secoli ha rappresentato la rimozione della sofferenza. Trasformare il vecchio “ventre” della psichiatria in un luogo aperto e condiviso significherebbe compiere una operazione urbanistica, ma anche civile: trasformare lo stigma in memoria, l’isolamento in relazione, il degrado in cura e l’abbandono in futuro. È questa, forse, la più autentica idea di rigenerazione che Aversa dovrebbe perseguire. Non costruire semplicemente “qualcosa” dentro “La Maddalena”, ma restituire “La Maddalena” alla città. Perché vi è qualcosa di profondamente simbolico nel trasformare il luogo che per generazioni ha rappresentato l’esclusione in uno spazio di incontro; il recinto in un parco; il silenzio in memoria; l’abbandono in cura. E, non si trascuri, infine, il fatto che una città che impara a rispettare e soprattutto a custodire la propria memoria può finalmente diventare una città capace di progettare il proprio futuro.

Pasquale Giuliano Presidente di “ALLEANZA per l’ITALIA