C’è un modo assai singolare, quasi “elegante” per conservare un privilegio mentre si proclama di aver restituito una libertà: concedere la libertà, ma non a tutti.
È, in fondo, la singolare parabola della riforma elettorale che si sta consumando in Parlamento. Le preferenze tornano al centro della scena, e sarebbe ingeneroso non riconoscere che si tratta di un passo davvero importante nella direzione della scelta degli elettori. Ma proprio qui comincia la questione politica più seria: se gli elettori possono scegliere i parlamentari, perché il primo candidato della lista deve essere sottratto a quella scelta?
Il capolista bloccato, infatti, parte da una condizione che gli altri non hanno. Non deve conquistare una preferenza: la sua elezione è garantita dalla posizione che il partito gli ha assegnato. Gli altri candidati, invece, devono misurarsi con gli elettori e ottenere i voti necessari per essere eletti. È una differenza tutt’altro che marginale, che diventa ancora più consistente se si considera che le preferenze possono essere più di una.
Il capolista non può, naturalmente, trasferire formalmente i propri voti a un altro candidato,ma può fare qualcosa di politicamente assai rilevante: orientare il consenso. Può indicare una persona da sostenere, costruire attorno a lui una rete di amministratori e militanti, chiedere ai propri sostenitori di affiancare al voto per la lista la preferenza per quel candidato. Se poi dispone di notorietà e di una solida organizzazione territoriale, il suo sostegno può trasformarsi in una risorsa elettorale decisiva.
Così il capolista diventa una figura singolare: è l’unico che non deve chiedere di essere eletto, ma può avere la forza per contribuire a far eleggere altri. Non significa che possa nominare i suoi “scudieri”: sarebbe un’esagerazione. Significa, però, che il sistema può consentirgli di costruire, attraverso il proprio consenso, una pattuglia di candidati politicamente vicini a lui.
Ed è qui che la riforma merita di essere giudicata non soltanto per la sua ingegneria elettorale, ma per la distribuzione del potere che produce.
Il problema delle vecchie liste bloccate era evidente: le segreterie decidevano l’ordine e, di fatto, decidevano gran parte degli eletti. Con le preferenze, quel potere viene ridotto in maniera non indifferente, ma non cancellato. Cambia natura, perché non consiste più soltanto nel decidere chi entrerà in Parlamento, ma nel decidere chi sarà garantito, chi avrà una posizione privilegiata e chi dovrà invece conquistarsi, voto dopo voto, il diritto a rappresentare gli elettori.
La domanda, allora, non è se questa legge sia più o meno conveniente per un partito o per un altro. La domanda è molto più semplice: chi deve scegliere le persone che siedono in Parlamento?
Se la risposta è “i cittadini”, sarebbe naturale che tutti i candidati si presentassero nella stessa posizione e fossero sottoposti allo stesso giudizio. Perché una democrazia non è soltanto la libertà di votare, ma anche la libertà di scegliere chi votare; e una gara nella quale alcuni concorrenti devono conquistarsi il consenso, mentre uno parte già garantito, può essere perfettamente legittima, ma non può essere definita una competizione paritaria.
Le preferenze, dunque, sono una buona notizia, ma la loro introduzione non dovrebbe diventare un alibi per conservare, sotto una forma “maliziosa” , il potere delle segreterie.
Tutto questo produce una strana asimmetria: il candidato comune deve convincere l’elettore;
il capolista deve convincere soprattutto il partito. Il primo riceve il mandato se conquista preferenze; il secondo riceve la garanzia prima ancora che gli elettori abbiano parlato.
È difficile non vedere, in questa architettura, una precisa idea della classe dirigente: una parte deve essere selezionata dal basso, un’altra deve essere assicurata dall’alto. Sia però chiaro:non è necessariamente un male che un partito possa garantire alcuni suoi dirigenti. Ogni organizzazione politica ha il diritto, entro limiti democraticamente accettabili, di costruire una propria rappresentanza. Ma allora bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: non è piena autodeterminazione degli elettori, ma è una democrazia nella quale una quota della rappresentanza è affidata al voto e una quota alla selezione delle strutture politiche.
Il problema diventa poi ancora più delicato quando entrano in gioco le candidature multiple del capolista, laddove esse siano previste dal testo definitivo.
Perché una candidatura in più circoscrizioni non è soltanto una “comodità” per il candidato, ma è un meccanismo che può incidere sulla composizione finale delle assemblee. Se un candidato risulta eletto in più luoghi e deve scegliere dove esercitare il mandato, la sua scelta produce conseguenze anche sugli altri candidati.
Ed è qui che la vecchia discussione sulle liste bloccate assume una forma nuova. Un tempo il potere delle segreterie era evidente perché l’ordine della lista decideva sostanzialmente chi entrava e chi restava fuori. Con le preferenze, quella forma di controllo viene attenuata, ma non scompare e può semplicemente trasformarsi: non più il potere di decidere direttamente tutti gli eletti, ma il potere di stabilire chi parte avvantaggiato, chi viene garantito, chi viene sostenuto e chi viene lasciato alla competizione.
È, però, questa, una differenza “capitale”, perché la democrazia non consiste soltanto nel consentire all’elettore di esprimere una preferenza, ma anche nel mettere i candidati in condizioni il più possibile comparabili di fronte al suo giudizio. Altrimenti si rischia di costruire una competizione nella quale alcuni corridori partono cento metri avanti e poi si celebra, alla fine, la libertà e la regolarità della gara.
Proprio questo dovrebbe essere il punto sul quale il Parlamento dovrebbe interrogarsi. Non se il sistema sia tecnicamente più complesso o più semplice; non se favorisca questa o quella forza politica; non se sia conveniente per le segreterie di oggi, che domani potrebbero trovarsi all’opposizione. La domanda vera è infatti molto più alta: chi deve avere il diritto di scegliere le persone che siedono in Parlamento?
Se la risposta è “gli elettori”, allora la regola dovrebbe essere limpida: stesso diritto di essere scelti, stesso obbligo di conquistare il consenso, nessun candidato sottratto in partenza al giudizio popolare.
Se invece si ritiene che una parte dei parlamentari debba essere selezionata direttamente dalle forze politiche, lo si dica apertamente. È una scelta legittima da discutere, ma non va mascherata dietro la parola “preferenza”. Perché una preferenza può essere libera, ma può anche essere incastonata dentro un sistema che conserva forti asimmetrie.
Forse, la vera novità della riforma è proprio questa: non restituisce semplicemente il potere agli elettori, né lo lascia integralmente alle segreterie, ma lo distribuisce secondo una gerarchia: al vertice c’è il capolista, garantito; poi ci sono i candidati che devono conquistare il consenso e infine gli elettori, chiamati a scegliere dentro un perimetro che non hanno interamente costruito.
Non è la fine della democrazia, naturalmente, ma la vera novità sarebbe stata molto più semplice: nessun privilegiato, nessun candidato garantito in partenza, nessuno sottratto al giudizio degli elettori. Perché, alla fine, la questione non è tecnica: è una questione di sovranità, la quale, lo impone la Costituzione, “appartiene al Popolo”.
Chi deve scegliere chi ci rappresenta? Se la risposta è , appunto, “il cittadino”, bisogna avere il coraggio di lasciargli davvero l’ultima parola.
Pasquale Giuliano
Presidente di “ALLEANZA per l’ITALIA”