I liberatori dalle caste incastrati nelle poltrone.

C’è qualcosa di irresistibilmente comico nei video delle vittorie politiche: il tempo passa, gli slogan invecchiano malissimo e le urla di entusiasmo finiscono per diventare, loro malgrado, una straordinaria forma di autosatira.
E così eccoci a riascoltare le dichiarazioni di quella sera della vittoria elettorale della coalizione schierata dall’allora consigliere regionale Giovanni Zannini (cliccate sul video pubblicato dall’amico Vincenzo Citarella, “il cittadino del popolo”).

Sembra un trailer,solo che nessuno aveva avvertito gli spettatori che sarebbe stato un film dell’orrore amministrativo.
Ammirate il vicesindaco Alfonso Oliva che esalta il neoeletto Franco Matacena come il “sindaco del popolo”, mentre il presidente del Consiglio Giovanni Innocenti proclama solennemente la liberazione di Aversa dalle caste e dalle lobby.
Liberazione. Una parola pesante,impegnativa.Perché oggi, a distanza di più di due anni, viene spontaneo chiedersi: liberata da chi e da cosa? E soprattutto, liberata per andare dove?
La risposta, purtroppo, la offre la città stessa. Basta guardarsi intorno. Quella che era stata pubblicizzata come la stagione del riscatto si è trasformata, agli occhi degli aversani, nella stagione della grande delusione e dell’amaro pentimento per avere concesso fiducia a chi ha dimostrato di non meritarla.
Quella annunciata come una rivoluzione si è rivelata sempre più simile a un’occupazione: occupazione delle poltrone, delle istituzioni, degli spazi di potere, delle promesse e, infine, della pazienza degli aversani.
Il paradosso più gustoso è che a raccontarci questa parabola sono proprio i protagonisti di allora.
Oliva, oggi rimosso dall’amministrazione e assai meno entusiasta di colui che aveva celebrato come il “sindaco del popolo” e dell’“uomo del saper fare”, sembra avere scoperto improvvisamente ciò che molti cittadini sostenevano da tempo: tra gli slogan della campagna elettorale e la capacità di governare c’è un abisso.
E in quell’abisso, come era facile prevedere, sta purtroppo precipitando la città.
Del resto, le dichiarazioni successive alla sua “cacciata” dalla squadra amministrativa hanno contribuito a rendere ancora più surreale il vecchio e interessato entusiasmo di Oliva.
Quello stesso sindaco celebrato come l’uomo del “saper fare” è ora diventato, nelle parole dello stesso Oliva, un amministratore incapace e inidoneo a guidare una città come Aversa.
Insomma, il “saper fare” era forse una qualità a tempo determinato?
Oppure funzionava soltanto finché si disponeva di una poltrona dalla quale applaudirlo e blandirlo?
È, questo,il piccolo capolavoro di una certa politica: prima si applaude il comandante, poi, quando si scende dalla nave, si scopre improvvisamente che non sapeva nemmeno leggere la bussola.
E allora la satira diventa quasi superflua. Basta mettere una dichiarazione accanto all’altra e lasciare che siano esse stesse a contraddirsi. Non serve aggiungere molto, perché le parole di ieri fanno già a pezzi quelle di oggi.
Ma c’è un altro dettaglio che merita di essere ricordato.
Lo stesso Oliva ha parlato,ora e pubblicamente, di un certo “lavoro sporco” svolto su incarico di Matacena. Di quel lavoro, però, non ha ancora voluto, o potuto, parlare.
Forse era talmente “sporco” che, a raccontarlo, si rischiava di imbrattare qualcuno?
Boh. Mistero nero.
Non occorrono ipotesi, né interpretazioni, ma basta ricordare le parole e, come accennato,lasciare che siano loro, oggi, a fare il lavoro della satira.
Poi c’è Innocenti.
Quella sera, con l’enfasi del tribuno, gridava che la vittoria di Matacena aveva finalmente liberato Aversa dalle caste e dalle lobby.
Lo stesso Innocenti che, mesi fa, con pari veemenza e uguale traporto, comunicava con un video che il consigliere regionale Giovanni Zannini, ora pesantemente affaticato dalle sue vicende giudiziarie, era il suo amato “fratellone”.
Riascoltata oggi, quella dichiarazione sulla liberazione dalle caste possiede lo stesso irresistibile fascino di un manifesto contro il trasformismo firmato da un campione del trasformismo.
Perché nella politica italiana, e naturalmente anche in quella cittadina, esiste una categoria particolarmente curiosa: i professionisti della lotta alle lobby.
Sono quelli che, nel corso delle loro carriere, hanno avuto la straordinaria capacità di attraversare movimenti, partiti e schieramenti con una flessibilità tale da far sembrare il trasformismo una disciplina olimpica. Centrodestra, centrosinistra, nuovi movimenti, vecchie appartenenze, nuovi riferimenti: l’importante è restare sempre dalla parte giusta del tavolo: quella del momento, quella del potere vincente.
E allora viene da sorridere quando proprio questi protagonisti salgono sul palco per annunciare la fine delle caste. È un po’ come vedere il banchiere dichiarare ufficialmente la fine del capitalismo.
Ma il punto vero non sono nemmeno loro.
Il punto è Aversa.Perché Aversa non aveva bisogno di essere “liberata” con un urlo in piazza, ma aveva bisogno di essere amministrata.
Aveva bisogno di servizi, programmazione, decoro, prospettive, risposte e, soprattutto, di una classe dirigente capace di trasformare le parole in risultati.
Invece, oggi, il bilancio politico che gli aversani toccano con mano giorno dopo giorno è assai diverso da quello promesso quella sera : e’ disastroso!
La città è stanca, delusa, impoverita nelle speranze, prima ancora che nelle disastrate condizioni materiali.
Ma forse qualcosa è cambiato. Gli aversani hanno sviluppato una consapevolezza nuova: non possono più fidarsi di chi ha trasformato la politica nella perenne caccia alle poltrone, al potere e alla vanagloria. Oggi la vera liberazione, dunque, dovrebbe essere un’altra: liberarsi dagli slogan e dalle proclamazioni messianiche, dai “sindaci del popolo” proclamati prima ancora che il popolo avesse il tempo di giudicarli; dalle rivoluzioni annunciate e mai realizzate; dalle spartizioni di potere spacciate per cambiamento;dai benefici e dalle prerogative concessi per restare inchiodati a redditizie poltrone. E, soprattutto, dalle caste combattute a parole e ricostruite sotto nuove e personali insegne.
Forse è proprio questo il dettaglio che rende oggi quelle vecchie immagini tanto illuminanti e ammonitrici.
Quella sera qualcuno gridava che Aversa era finalmente libera.
A distanza di due anni, gli aversani sembrano avere capito una cosa molto più semplice: per liberare davvero la città, prima bisogna liberarsi di chi aveva scambiato la conquista del potere per una rivoluzione.
Agli ex “rivoluzionari” non bastano più gli slogan, ma servono i risultati, e quelli, se non ci sono, non diventano realtà urlandoli più forte.
Anzi, più forte li urlano, più si sente il rumore del vuoto.