La democrazia senza partecipazione: l’astensione al 56% in Campania come sintomo di una crisi sistemica

L’astensione che ha caratterizzato queste elezioni regionali in Campania, con oltre il 56% degli aventi diritto rimasti lontani dalle urne, non può essere liquidata come una fisiologica fluttuazione elettorale. Al contrario, rappresenta un indicatore preoccupante di una fragilità strutturale della democrazia rappresentativa in una delle regioni più popolose e complesse del Paese: la seconda per popolazione e punto cruciale per gli equilibri politici del Mezzogiorno. Questo dato non è soltanto una cifra: è un fenomeno politico, sociale e culturale che, nell’immediato, impone una riflessione approfondita sulle dinamiche della partecipazione e sul rapporto, sempre più incrinato, tra cittadini e istituzioni regionali. In altre parole, sulla crisi della partecipazione come fenomeno sistemico.La disaffezione campana non è un episodio isolato, ma si inserisce in un trend pluridecennale di erosione della partecipazione democratica nelle democrazie mature. Tuttavia, la Campania, per storia, assetto socioeconomico e stratificazione delle disuguaglianze, rappresenta un caso-limite, un territorio in cui il calo di affluenza assume la forma di una rinuncia diffusa al ruolo civico. L’astensione non appare più come un atto episodico di protesta, bensì come un comportamento sedimentato, quasi una prassi culturale: un astensionismo “strutturale”, che non si manifesta solo in periodi di crisi, ma che da decenni incarna una distorsione permanente della vita democratica regionale.È ormai evidente una distanza marcata – spesso dichiarata, a volte “gridata”– tra corpo sociale, azione istituzionale e aspettative dei cittadini. In Campania, la percezione di una politica incapace di affrontare in modo efficace nodi cruciali come sanità, mobilità, sicurezza ambientale e disoccupazione giovanile ha alimentato un circolo vizioso: l’inefficacia percepita erode la fiducia e abbatte la partecipazione; la bassa partecipazione, a sua volta, indebolisce la legittimazione delle politiche pubbliche, rendendo più difficile produrre risultati significativi. Il risultato è (naturalmente) un governo formalmente legittimo, ma sostanzialmente privo di quell’investitura simbolica necessaria per guidare un reale cambiamento.L’effetto più immediato di un’astensione così elevata riguarda proprio la rappresentatività e, quindi, la legittimazione democratica del futuro governo regionale. Un presidente eletto da meno della metà degli elettori potenziali porta con sé una fragilità che non può essere ignorata: la sua capacità di rappresentare l’intera comunità regionale risulterà inevitabilmente vulnerabile. Va considerato, inoltre, che la bassa partecipazione tende a rafforzare gli elettorati più disciplinati, ideologicamente motivati o “mobilitati” da reti organizzate e “incentivi” più o meno espliciti. Ne deriva una rappresentanza distorta, che rischia di riflettere solo alcune componenti del tessuto sociale, escludendone altre, spesso proprio quelle più fragili.Questa vera e propria emergenza democratica non può essere affrontata con i consueti e ordinari appelli moralistici al voto. Richiede, piuttosto, una rigenerazione profonda del patto civico. Senza un deciso e motivato intervento strutturale – politico, culturale e amministrativo – la democrazia regionale rischia di diventare una democrazia “vuota”: istituzioni che continuano a funzionare burocraticamente, mentre la cittadinanza smette progressivamente di riconoscersi in esse, fino a rifiutarle o addirittura a rinnegarle.È evidente, infine, che questa necessaria e urgente “rigenerazione democratica” può essere avviata solo da una classe dirigente dotata di preparazione, cultura, credibilità e moralità adeguate. Una classe politica che, purtroppo, nella percezione diffusa dei cittadini, continua a rivelarsi carente proprio di quei requisiti indispensabili per avviare e guidare un processo di autentico rinnovamento.
di Pasquale Giuliano
Nella foto: l’ex parlamentare Pasquale Giuliano