Un appello dell’associazione presieduta da Pasquale Giuliano alla società civile per dare una svolta alla città
Tratto da Città Normanna Redazione·29 agosto 2026
C’è qualcosa di più grave dell’inefficienza amministrativa: trasformare il governo di una città in una pratica di mera sopravvivenza politica, fino a svilire l’istituzione e ridurla a uno strumento per conservare poltrone, incarichi, prebende e clientele.
È questa l’immagine che oggi restituisce Aversa: una città che, per storia, dimensione, ruolo economico e culturale, avrebbe dovuto continuare a essere il fulcro della provincia e che appare invece sempre più smarrita, degradata e priva di una guida capace di indicare una direzione.
Singolare è già la genesi dell’attuale esperienza amministrativa, maturata in un contesto nel quale i protagonisti che ne favorirono la nascita e ne concessero il sostegno sono tuttora alle prese con gravi vicende giudiziarie. Un dato che, nel pieno rispetto della presunzione di non colpevolezza e indipendentemente dagli esiti dei procedimenti, conferisce a quella nascita un carattere quantomeno anomalo e pone interrogativi che la politica dovrebbe avere il coraggio di chiarire.
Il rischio, poi puntualmente verificatosi, era quello di costruire la gestione della città non sulla rappresentanza e sull’interesse generale, ma su equilibri di potere da conservare a qualunque costo. Nei due anni e più di questa amministrazione, Aversa ha assistito a cambi di casacca, rimescolamenti di coalizione, rinegoziazioni continue e una perpetua contrattazione di convenienze: incarichi da assegnare, posizioni da garantire, voti da conquistare attraverso promesse e logiche personali o di carrierismo. Una maggioranza tenuta insieme più dalla necessità di conservare i numeri che da un progetto politico-amministrativo coerente.
È emblematico che consiglieri comunali in conflitto di interessi o aspiranti a collocazioni in vari enti siano stati “accontentati” pur di assicurarsene l’appoggio. Laddove dovrebbero prevalere trasparenza, imparzialità ed efficienza, si è affermato il mercanteggiamento. E quando le regole diventano un ostacolo alla conservazione della maggioranza, il rischio è che vengano piegate o semplicemente ignorate.
Le conseguenze sono evidenti e gravi: tra l’altro, perdita di finanziamenti, incapacità di cogliere opportunità di rilancio e, da ultimo, il rischio concreto di compromettere risorse come l’assegnazione dell’Acer per 9,2 milioni di euro. Non semplici incidenti, ma il sintomo di un’amministrazione priva di adeguata competenza tecnico-gestionale e di una visione strategica.
Il disagio emerge anche dall’interno. Numerosi assessori si sono dimessi e, fatto ancora più significativo, due segretari comunali hanno lasciato l’incarico. Quando, poi, a lasciare è una figura essenziale della macchina amministrativa per indipendenza, preparazione e rettitudine, come nel caso della segretaria Emanuela De Chiara, il segnale è difficilmente equivocabile: la nave presenta una preoccupante falla strutturale. Eppure, spiegazioni o risposte istituzionali chiare non sono mai arrivate.
Intanto Aversa sprofonda nel degrado: traffico insostenibile, strade maltenute, rifiuti, disordine urbano e crescenti segnali di insicurezza, tra violenza, furti, rapine, abitazioni violate, una movida fuori controllo e aree cittadine trasformate in enclavi nelle quali il rispetto delle norme è diventato un lontano ricordo. Non è soltanto la somma di guasti e disservizi. È il fallimento di un’amministrazione incapace di garantire sicurezza, decoro e vivibilità.
A rendere il quadro ancora più amaro è l’arlecchinesca scenografia della politica quotidiana: una sequenza di post, clip e prestampati sorrisi autopromozionali che privilegia la teatralità dell’istantanea allo studio, all’impegno qualificato e alla fatica della pianificazione. Ma i social non riparano le buche, non risolvono il traffico, non raccolgono i rifiuti e non restituiscono dignità a una città. E così mentre i problemi reali si accumulano, l’autocelebrazione diventa una beffa.
Anche il caso del vicesindaco e assessore Oliva, rimosso dopo due anni, merita chiarezza. Le urenti accuse di inefficienza e incapacità che ha rivolto al sindaco Matacena non possono essere liquidate come semplici screzi interni. Assumono invece un rilievo pubblico nella misura in cui non vengono affrontate e chiarite. Dopo avere promesso risposte, il sindaco si è però barricato dietro un’eloquente silenzio. Ma in politica il silenzio non è neutralità: quasi sempre è debolezza, imbarazzo nel trovare risposte credibili o, più semplicemente, il calcolo necessario a conservare la poltrona.
C’è poi la questione dell’identità politica. Un’amministrazione può essere di destra, di sinistra, civica o indipendente. Non può però essere contemporaneamente tutto e il contrario di tutto, assemblata soltanto per assicurarsi i numeri necessari a restare in piedi. La politica deve avere una direzione, ma qui sembra esserci soprattutto una sola destinazione: la permanenza nella carica. Però, quando la priorità diventa restare al comando invece che governare, la città paga il conto: perde coerenza, visione e credibilità.
La domanda che ormai domina il dibattito pubblico è elementare: con chi sta il sindaco? La risposta dovrebbe essere altrettanto semplice: con la città. Eppure, tra gli aversani si è fatta strada una convinzione opposta: con se stesso. È questo il dato più doloroso: la perdita di fiducia, tant’è che anche coloro che avevano sostenuto la coalizione di governo si dichiarano oggi delusi, pentiti e amareggiati.
Aversa, che è stata città di primato e riferimento provinciale, appare ormai come una “Cenerentola” incapace di ritrovare centralità e dignità. Le ironie e perfino la commiserazione per come viene amministrata raccontano qualcosa di più di un’immagine offesa: raccontano un declino istituzionale che rischia di diventare permanente.
Di fronte a tutto questo, la richiesta non può che essere netta: l’allontanamento di una compagine che ha trasformato l’amministrazione in un’arena di conflitti permanenti, in un piedistallo per lanciarsi nella corsa a “incarichi” e prebende e in una macchina per la conservazione di rendite e potere.
La richiesta non è per astio o ritorsione, ma per un principio democratico elementare: chi governa deve servire la città, non servirsene.
È tempo che la società civile smetta di limitarsi allo sdegno. Associazioni, ordini professionali, mondo culturale, imprenditoriale, artigianale, parrocchie e cittadini devono esercitare pressione attraverso richieste formali, mobilitazioni civiche, controlli e proposte alternative. Occorre, quindi, che le forze sane della città chiedano e propongano un’alternativa credibile, che non sia soltanto opposizione ma progetto, perché senza questo coraggio collettivo il declino continuerà.
La politica locale deve rinnovarsi nella forma e nella sostanza: trasparenza amministrativa, rigore sui conflitti di interesse, comprovata competenza tecnica, chiarezza delle responsabilità e soprattutto un progetto alternativo credibile. Aversa non merita una politica fondata su ambiguità e tatticismi, ma una classe dirigente capace di affrontare i problemi con competenza, moralità e visione.
Il tempo della pazienza è finito. Chi ha responsabilità istituzionali dovrebbe ascoltare: in politica, tornare a casa è molto più dignitoso che continuare a cercare, costi quel che costi, un modo per restare a Palazzo. Le dimissioni immediate sono oggi la forma minima di rispetto verso una comunità che si sente tradita e la condizione necessaria per aprire uno spazio reale e partecipato di rinascita democratica.
Una maggioranza che deve essere ricostruita ogni giorno inseguendo il voto necessario a restare in carica non è una maggioranza di governo: è una maggioranza di sopravvivenza. E Aversa non ha bisogno di sopravvivere, ma ha assoluta necessità di essere governata.
“ALLEANZA per l’ITALIA”