Aversa appare prigioniera di una paralisi che non è soltanto amministrativa, ma anche culturale e politica. Le decisioni strategiche vengono rinviate, differite o neutralizzate da continue mediazioni, mentre i problemi quotidiani dei cittadini si aggravano nell’indifferenza generale. A cura di Pasquale Giuliano

Aversa è una città di antica storia, di prestigiose memorie civili e di straordinarie potenzialità ancora inespresse. Eppure, oggi appare sospesa in una condizione di crescente declino amministrativo e di evidente smarrimento politico, ostaggio di una classe dirigente che sembra incapace di esercitare fino in fondo le funzioni del governo cittadino con autorevolezza, visione e senso delle istituzioni. Strade sporche, servizi essenziali inefficienti o assenti, traffico paralizzato, assenza di programmazione e crescente disordine urbano non sono fenomeni episodici né semplici disfunzioni amministrative: rappresentano, piuttosto, il sintomo manifesto di una crisi politica più profonda, segnata da debolezza decisionale, ambiguità strategiche e persistente conflittualità interna.
L’attuale amministrazione è nata sotto la guida e la protezione politica di Giovanni Zannini, un influente consigliere regionale allora militante nell’area del Partito Democratico del presidente della Regione Vincenzo De Luca. L’impronta di quel padrino politico fu determinante nella costruzione della candidatura del sindaco, nella definizione degli equilibri di maggioranza, nella composizione della giunta e nell’impostazione originaria dell’azione amministrativa. Tuttavia, dopo il successivo approdo di quel leader in Forza Italia e il suo coinvolgimento in vicende giudiziarie che lo hanno costretto ad allontanarsi dal territorio, l’amministrazione cittadina – pur continuando a definirsi formalmente civica – non ha mai chiarito la propria collocazione politica né la reale natura della propria autonomia.
Ed è proprio questo silenzio, protratto nel tempo, ad assumere oggi un significato politico rilevante. Perché l’assenza di una chiara ridefinizione identitaria non appare più come prudenza istituzionale, bensì come il segnale di una persistente subordinazione a equilibri esterni e a logiche di potere che impediscono a sindaco e maggioranza di affermare una propria piena indipendenza decisionale.
Aversa non può essere governata nell’ambiguità permanente, né può essere affidata a una leadership che appare esitante nel chiarire a quali riferimenti politici, culturali e amministrativi intenda realmente ispirarsi.
A rendere ancora più fragile questo quadro contribuiscono l’evidente assenza di coerenza programmatica, i continui mutamenti di assetto politico, le deleghe frammentate, alcune nomine assessoriali percepite come imposte dall’esterno, gli incarichi assegnati in condizioni discutibili sotto il profilo della trasparenza e dell’opportunità istituzionale e la sostanziale incapacità di assumere decisioni tempestive sui principali problemi cittadini. Ne emerge l’immagine di una politica ripiegata su sé stessa, impegnata più nella conservazione di precari equilibri interni che nella costruzione di una visione credibile per il futuro della città.
Aversa appare così prigioniera di una paralisi che non è soltanto amministrativa, ma anche culturale e politica. Le decisioni strategiche vengono rinviate, differite o neutralizzate da continue mediazioni, mentre i problemi quotidiani dei cittadini si aggravano nell’indifferenza generale. Su questo scenario fortemente compromesso, la buona notizia dell’approvazione del piano di riequilibrio pluriennale, pur scongiurando nell’immediato uno scenario finanziario critico per la città, non cancella né attenua le gravi responsabilità della gestione politico-amministrativa, come si tenta invece di sostenere. Emblematica, in tal senso, fu la scelta preveggente dell’allora assessore al bilancio Mariano D’Amore – unico redattore del piano – che, subito dopo l’adozione del documento in Consiglio comunale, rassegnò le proprie dimissioni irrevocabili. Una decisione che apparve subito come una netta e accorta presa di distanza da una gestione già percepita come fragile, confusa e priva delle necessarie garanzie di efficienza e operatività. Da uomo e amministratore esperto – pur non avendo fatto il militare a Cuneo, per dirla con Totò -, D’Amore aveva evidentemente già colto quelle preoccupanti criticità che, nel tempo, si sono poi puntualmente manifestate in rilevante crescendo.
In questo clima di permanente incertezza identitaria, la politica cittadina sembra essersi progressivamente ridotta a un esercizio di tatticismo, sospesa tra appartenenze opache, relazioni personali e convenienze elettorali di breve periodo. Ma la politica, quando rinuncia alla chiarezza, smette di essere servizio pubblico e diventa mera amministrazione di una sopravvivenza personale. E una città come Aversa, per storia, dignità e tradizione civile, non può essere trascinata dentro un orizzonte così modesto e privo di prospettiva.
Il nodo politico resta dunque uno soltanto, ed è decisivo: una leadership nata sotto un forte patrocinio esterno e ancora incapace di rivendicare apertamente la propria autonomia non può esercitare fino in fondo la credibilità necessaria per governare. Ogni esitazione alimenta sfiducia; ogni ambiguità indebolisce l’autorevolezza delle istituzioni; ogni rinvio accresce la distanza tra cittadini e politica.
La città merita invece chiarezza, responsabilità e capacità di decisione. Merita – e pretende- un’amministrazione che abbia il coraggio di dichiarare con nettezza quale identità politica e amministrativa intenda rappresentare: civica, di centrodestra, trasversale o – per usare l’efficace espressione del “Pappagone” televisivo interpretato da Peppino De Filippo – semplicemente “sparpagliata”? Ma soprattutto merita una classe dirigente capace di trasformare la politica in governo, e il governo in responsabilità concreta verso gli aversani.
Il tempo delle ambiguità, delle protezioni esterne e delle mediazioni infinite si è ormai esaurito. I cittadini chiedono fatti, non alibi; decisioni, non tatticismi; programmazione seria, non improvvisazione permanente. Chiedono una guida autorevole, trasparente e coerente, capace di mettere al centro la qualità della vita, l’efficienza amministrativa, il decoro urbano, la sicurezza e il futuro della città, anziché la tutela di interessi e prospettive personali, equilibri interni o residue rendite di potere.
Aversa non può più permettersi immobilismo, opacità e debolezza decisionale. O chi governa assumerà finalmente la responsabilità piena delle scelte necessarie, con coraggio e chiarezza, oppure la città continuerà a pagare il prezzo pesantissimo di una amministrazione priva di identità politica definita, fragile nella propria struttura, poco operativa, in costante instabilità e sempre meno credibile agli occhi della comunità che dovrebbe rappresentare.
Pasquale Giuliano