Il sindaco e la sapienza del pelo
E così il sindaco Franco Mata-cene ha recentemente affidato una parte della propria avventura istituzionale a un ausilio che la storia dell’umanità ha sempre trattato con particolare indulgenza: il pelo.
Mata-cene sembra aver scoperto una delle più antiche e misteriose forme di comunicazione politica: la barba. Non una semplice barba, naturalmente. La sua è, nell’immaginario che accompagna ogni improvvisa metamorfosi estetica del genere, una barba chiamata a svolgere funzioni più nobili: suggerire esperienza, evocare profondità di pensiero, insinuare saggezza, promettere competenza. E, perché no, conferire al volto quella gravità pensosa che la politica talvolta ricerca quando le parole, da sole, nella loro ricorrente,eterea vacuità, non bastano.
Il procedimento è antico e sperimentato. Si prende un volto, gli si aggiunge qualche centimetro di pelo ben distribuito e, per una sorta di prodigiosa alchimia estetico-amministrativa, il cittadino non vede più soltanto un sindaco: comincia a intravedere un uomo che pensa, riflette, consiglia e agisce quando è necessario agire.
La barba, in questo senso, è una scorciatoia filosofica. Perché, si sa, non è soltanto barba: è la via più economica verso l’autorevolezza, senza dover necessariamente passare dall’esperienza e dalla competenza. Evita anni di studio, di meditazione, di fallimenti, di letture e persino – dettaglio fastidioso – di saggezza autentica.
Basta lasciarla crescere e ogni pelo diventa così un piccolo certificato di autorevolezza; ogni baffo, un apostrofo dell’eloquenza; ogni eventuale ciuffo che vi fa capolino, un richiamo affabulatorio. È la meritocrazia del follicolo: non serve dimostrare di sapere, anche perché spesso non si sa, ma basta sembrare uno che ne sa.
Mata-cene pare aver compreso questa grammatica del volto e spera così anche di alleggerire l’antiestetica pelata che lo corona, il cui luccichio può distrarre l’interlocutore o l’uditorio dalle sue rivelazioni, specie quando assume l’aria di chi potrebbe raccontare la storia della città, non perché l’abbia studiata, ma perché-a giudicare da quanto ama raccontarsi-sembra averne personalmente assistito alla fondazione.
C’è poi il capitolo, ancora più ambizioso, del look apparentemente migliorato. Perché il politico moderno non deve soltanto dare l’impressione di governare: deve anche sembrare qualcuno che potrebbe farlo con una certa disinvoltura, magari davanti alla dea fotocamera e possibilmente con lo sguardo leggermente rivolto all’orizzonte, per dare l’impressione che stia meditando profondamente sulle sorti della città.
L’orizzonte, del resto, è sempre utile: non fa domande, non chiede spiegazioni e, soprattutto, non pretende risposte.
Con barba e baffi, dunque, Mata-cene sembra aver intrapreso un piccolo viaggio estetico dalla categoria dell’amministratore maturo-solo per età, naturalmente-a quella, ben più impegnativa, dell’“uomo vissuto, che conosce, che sa, che può”, quello che, con la sua formula incorporata, rassicura il postulante: «Certo, si può fare. A disposizione!».
È, però, un passaggio delicato, perché la barba può suggerire saggezza e autorevolezza, ma non può sostituirle. Può conferire prestigio al mento, ma non necessariamente alle decisioni. Può rendere più severo un primo piano, ma non più profondo un pensiero, caso mai dovesse affiorare. E, comunque, non esiste, almeno per ora, una correlazione scientificamente dimostrata fra il numero dei peli facciali e quello delle buone idee e delle operose iniziative.
Il baffo, poi, è una faccenda ancora più seria.
Il baffo è presuntuoso per natura: non parla, ma sembra sempre sul punto di farlo. È una specie di piccolo portavoce capillare che promette autorevolezza prima ancora che arrivino le parole. Poi, come spesso accade con certi portavoce, promette molto più di quanto riesca a dire.
E così Mata-cene, nuovo di zecca, potrebbe quasi essere letto come un esperimento di comunicazione non verbale: meno “eccomi qui, a disposizione”, più “riflettiamo”; meno amministratore appena uscito dal municipio, più personaggio in attesa che la cronaca e qualche autorevole sponsor si accorgano di lui.
Naturalmente, resta un problema. La saggezza autentica è una cosa terribilmente ostinata: non cresce sul mento, ha tempi di incubazione più lunghi, richiede ore innumerevoli di studio, pretese più severe e, soprattutto, non si lascia fotografare facilmente. La barba, invece, sì ed è forse questa la sua grande fortuna. Perché in politica, come nella vita, esistono sempre persone interessate e perciò disposte a confondere l’aria di profondità con la profondità, la promessa sfrontatamente ripetuta con l’autorevolezza e un baffo ben curato con la competenza di un politologo.
Tuttavia, non bisogna essere ingenerosi con il nuovo look del sindaco. Dopotutto, se non altro, la città ha guadagnato una certezza: adesso, quando Mata-cene riflette, almeno sembra che stia riflettendo parecchio.
E in tempi nei quali l’apparenza pretende spesso di essere sostanza, non è già questa una forma, seppur pilifera, di credibilità?
Certo, bisogna accontentarsi perché questo è quello che passa il convento: la barba è appena arrivata, la sapienza, eventualmente, può sempre seguirla.