La «brava persona», i commercialisti pentiti e l’opposizione complice e silente.

La «brava persona», i commercialisti pentiti e l’opposizione complice e silente.

“Si, però è una brava persona” È la frase salvagente con cui i suoi interessati sodali pretendono di chiudere ogni discussione sull’inadeguatezza politica del sindaco Francesco Matacena, come se questa loro affermazione “di fede” potesse sostituire la capacità amministrativa. Come se affermare che sarebbe una brava persona fosse una competenza politica, e come se Aversa avesse bisogno di un sindaco da applaudire al bar o a qualche incontro di benpensanti, e non di un sindaco autorevole, capace di governare, scegliere e difendere la propria città.

Politicamente, la questione è completamente diversa. La riconferma di Aldo Pellegrino, da Mondragone, alla presidenza del Collegio dei Revisori dei Conti, avvenuta all’ultimo consiglio comunale, lo dimostra ancora una volta. Naturalmente, non è Pellegrino il problema e la sua professionalità non è in discussione.

Il problema è che Aversa possiede una classe professionale di eccellente livello e, nonostante questo, continua a dare l’impressione di non essere capace di valorizzarla e di metterla al suo servizio. E qui c’è un capitolo ancora più amaro: quello dei commercialisti aversani che oggi si lamentano di essere stati messi da parte.

Facciamo un passo indietro.

Quando Matacena si presentò agli elettori, la sua collocazione politica e la sua compagnia erano tutt’altro che un mistero. C’erano quasi tutti i professionisti che sapevano benissimo che Matacena, dopo essersi inginocchiato, era stato benedetto, scelto e adottato dall’allora  consigliere regionale Giovanni Zannini (schierato con De Luca)  e dalla filiera politica da lui gestita (composta anche da esponenti anch’essi tuttora alle prese con gravi vicende giudiziarie), ma, nonostante le perplessità e le riserve che pure circolavano in tutta la provincia e oltre,  decisero di sostenerlo.

Lo votarono, lo appoggiarono e contribuirono alla sua vittoria. Oggi, alcuni di quegli stessi ambienti professionali sembrano scoprire che avevano sbagliato. Bene: benvenuti nell’affollato club dei pentiti, ormai sold out

Il problema è che l’errore politico non diventa meno errore quando ci si accorge di averlo commesso soltanto dopo essere rimasti fuori dalla porta. Prima si accompagna sottobraccio al governo una determinata classe politica e poi si scopre che quella classe politica non valorizza proprio chi l’ha sostenuta. Prima si applaude il cosiddetto e proclamato “proggetto”, poi si protesta perché gli incarichi finiscono altrove. Prima si contribuisce a costruire il sistema, poi ci si lamenta perché il sistema funziona senza di loro.

È una lezione politica vecchia quanto la politica stessa. Però, chi sceglie una compagnia dovrebbe anche avere il coraggio di assumersi le conseguenze di quella scelta. Ai commercialisti che oggi si sentono trascurati, una domanda andrebbe posta senza troppi giri di parole: quando avete votato Matacena, non sapevate chi era, chi lo aveva scelto, chi lo avrebbe sostenuto  e con chi si presentava? Non sapevate quali fossero le sue relazioni politiche? Non sapevate quale fosse il ruolo di Giovanni Zannini nella costruzione di quella candidatura? Non conoscevate la filiera politica che oggi contestate? Perché oggi, lamentarsi degli incarichi assegnati a professionisti provenienti dall’area mondragonese e politicamente riconducibili a Giovanni Zannini e alla sua area aversana, non è comprensibile.

Politicamente, poi, arriva una domanda inevitabile e forse provocatoria: ve ne siete accorti soltanto adesso? La verità è che il potere è bello quando sembra poter distribuire qualcosa anche a te. Diventa improvvisamente insopportabile quando scopri che la porta non si apre per te; ed è forse questa la parte più impietosa della vicenda.

Aversa non dovrebbe discutere soltanto dell’errore del sindaco, ma dovrebbe discutere anche dell’errore di chi lo ha sostenuto senza interrogarsi abbastanza su ciò che quel voto avrebbe significato e prodotto.

Oggi alcuni commercialisti sembrano voler presentare il conto al sindaco, ma sarebbe giusto ricordare che la politica presenta il conto anche a chi sceglie. E il conto, questa volta, potrebbe essere salato.

Nel frattempo, la presidenza del Collegio dei Revisori torna a un professionista non aversano e il Consiglio comunale lo vota all’unanimità. Tutti d’accordo, anche l’opposizione! Ma è quella stessa opposizione che magari denuncia la mortificazione delle professionalità cittadine, salvo poi contribuire a rendere possibile proprio una  scelta territorialmente “mortificante”? Una scena che, se non fosse politicamente triste, sarebbe quasi esilarante.

Mentre Aversa assiste a questo teatrino, resta la domanda più importante: dov’è l’autonomia politica del sindaco? Perché Zannini non è un dettaglio marginale nella storia politica di Franco Matacena. Come detto, è stato l’unico ’artefice della sua candidatura, della sua elezione e del suo sostegno, anche quello che concede  attualmente.

Oggi Zannini, per i gravi reati che gli sono stati contestati, è sospeso e fuori dalla Campania per effetto dei provvedimenti dell’autorità giudiziaria. Proprio per questo, Matacena avrebbe dovuto sentire il bisogno di dimostrare con forza di essere diventato semplicemente il sindaco di Aversa, non il sindaco di Zannini, non il sindaco di una filiera, non il sindaco di un’area consiliare utile per restare imbullonato sulla poltrona, non il sindaco di vecchie riconoscenze, ma il sindaco di Aversa. L’autonomia, però, non si dichiara, si vede e soprattutto si verifica quando arriva il momento di scegliere chi valorizzare. E sinora tutto questo non si è assolutamente visto. Tutt’altro..

Perciò continuino pure gli interessati sodali di Mata-cene con il loro mantra: «Si, avete ragione con i vostri giudizi negativi su Matacena, però è una brava persona». Ma la politica non è un concorso di buone intenzioni o di buone maniere, e amministrare una città non è una gara a chi è più simpatico e più o meno scusabile.

Aversa ha bisogno di un sindaco capace di mettere la città prima delle appartenenze e delle dipendenze, che quindi sappia decidere e dimostrare che le decisioni che contano vengano prese ad Aversa e non altrove; e ha bisogno anche di professionisti che, prima di lamentarsi delle porte chiuse, abbiano il coraggio di riconoscere pubblicamente quando hanno contribuito ad aprire quelle sbagliate.

Perché oggi il vero errore non è soltanto quello di chi governa, ma  anche quello di chi ha contribuito a farlo governare e soltanto dopo  ( ma forse lo sapeva già prima e ha fatto finta di ignorarlo)  si è accorto di aver scelto male, molto male.

E allora, prima di chiedere al sindaco perché Aversa viene messa da parte, sarebbe bene che anche qualcuno avesse il coraggio di chiedersi: chi ha contribuito a mettere Mata-cene lì dove oggi può farlo? La risposta, per alcuni, potrebbe essere molto più scomoda del previsto; e forse è proprio per questo che nessuno ha ancora voglia e il coraggio di pronunciarla