La disastrosa nuova dimensione di Aversa

Biolago di Aversa, dal sogno alla palude: quando la suggestione diventa degrado

Promesso come un segno di riqualificazione urbana, presentato ai cittadini con il fascino di un termine altisonante – “cripto-termine” – e con la patina green del “biolago”, il progetto realizzato ad Aversa si è rivelato ben lontano dalle aspettative.

Quella che doveva essere un’attrazione naturalistica, un piccolo specchio d’acqua capace di valorizzare l’area e restituire decoro alla città, oggi è ridotta a una pozza stagnante. Invece di bellezza e vivibilità, regnano rane, anguille e fontane in coma che, al posto di zampilli, diffondono soltanto cattivi odori.

Il paradosso della promessa tradita

Dietro le parole e la comunicazione accattivante, la realtà racconta un’altra storia: quella di un’opera che, anziché generare orgoglio, rappresenta l’ennesimo caso di progetto nato con entusiasmo e finito nell’abbandono. Una parabola già vista troppe volte, dove il degrado prende il posto della manutenzione e le promesse di rinascita si trasformano in simboli di incuria.

Domande senza risposta

Chi doveva occuparsi della gestione del biolago? Con quali risorse e con quali controlli si sarebbe dovuta garantire la sua funzionalità? Perché, dopo l’inaugurazione, è calato il silenzio? Interrogativi che restano aperti e che, ancora una volta, chiamano in causa le responsabilità delle amministrazioni locali.

Un microcosmo che racconta un sistema

Il biolago di Aversa, oggi ridotto a pozzanghera, non è solo un dettaglio urbano. È un emblema. Racconta di come spesso, dietro nomi suggestivi e promesse verdi, si nasconda una gestione superficiale e miope. E soprattutto racconta di cittadini costretti a convivere con l’ennesimo esempio di opportunità sprecata.

Articolo del 09/05/2022

OGGI:

Il caso biolago e la profezia dimenticata. Dal sogno alla palude: quando la suggestione diventa degrado

Il biolago delle meraviglie: dove doveva esserci l’acqua cristallina, gli zampilli e il verde, oggi, in un’acqua fetida, ronzano le zanzare e gracidano le rane in compagnia di qualche serpentello: da pubblicizzato simbolo della riqualificazione a pozza stagnante. Dopo i due casi di West Nile verificatisi ad Aversa e la disinfestazione della città, tornano le domande sulla manutenzione. Ma c’è un dettaglio che rende tutto molto più imbarazzante: qualcuno, anni fa, aveva già previsto e scritto tutto.

C’era una volta il biolago. Era il 2022 e ad Aversa l’amministrazione Alfonso Golia e l’assessore Marco Villano raccontavano una storiella bellissima: natura, riqualificazione, sostenibilità, ambiente: un piccolo gioiello urbano destinato a restituire decoro e bellezza. Una di quelle opere che, quando vengono inaugurate, vengono magnificate come destinate a cambiare il volto di una città. Poi arrivò la realtà, che, si sa, è una pessima addetta stampa.

Il biolago ha progressivamente perso il suo fascino da brochure ecologista per assumere quello, decisamente ripugnate, di una fetida pozza stagnante. Le fontane hanno smesso di fare le fontane, gli odori hanno preso il posto degli zampilli e la natura ha cominciato a interpretare il progetto in maniera decisamente autonoma.

Diciamo che il concetto di biodiversità è stato preso molto sul serio: dal fascinoso rendering alle rane, alle zanzare e ad altro.

Il problema è che un’opera pubblica non vive del giorno dell’inaugurazione. Non basta piantare una targa, fare una fotografia e raccontare ai cittadini quanto sarà bello il futuro, perché Il futuro, prima o poi, arriva e pretende manutenzione. È proprio questa parola, manutenzione, che sembra essere diventata la grande assente nella storia del biolago. Perché mentre la comunicazione può essere sempre verde, l’acqua stagnante tende ad avere un colore molto meno istituzionale e un odore sempre più nauseabondo.

E adesso la questione è tornata prepotentemente d’attualità. Due casi di West Nile sono stati registrati sul territorio e la risposta è stata la disinfestazione dell’intera città. In un simile contesto, la presenza di acqua melmosa non può essere considerata semplicemente un problema estetico o di decoro.

Sono più di due anni di amministrazione Mata-cene durante i quali sarebbe stato possibile intervenire, programmare una manutenzione adeguata, verificare le condizioni dell’area e tentare di restituire al biolago la funzione per cui, con una spesa molto rilevante, era stato realizzato. Invece, almeno guardando lo stato della struttura, sembra che il tempo abbia lavorato più della manutenzione.

Questo apre una questione politica precisa. Ora non basta chiedersi chi abbia realizzato un’opera, ma bisogna chiedersi chi abbia avuto il compito di conservarla, perché una città non si governa soltanto inaugurando ciò che funziona, ma soprattutto facendo funzionare ciò che è stato inaugurato.

Chi doveva occuparsi del biolago? Chi doveva controllare le fontane? Chi doveva garantire il ricambio e la gestione dell’acqua? Chi doveva verificare le condizioni dell’area? E soprattutto: perché un problema che era già evidente ed evidenziato non è stato affrontato prima che diventasse imbarazzante e addirittura pericoloso?

Non servono grandi commissioni d’inchiesta per rispondere a queste domande. Serve semplicemente prendere atto che la responsabilità per due anni e più è stata di questa amministrazione Mata-cene.

Ma la vera sorpresa è un’altra, perché a questo punto sarebbe facile accusare qualcuno di non aver previsto il problema. Troppo facile, anche perché il problema era stato previsto nel 2022: sì, proprio così.

Mentre oggi discutiamo di acqua stagnante, degrado, ricoveri ospedalieri per West Nile e disinfestazione, qualcuno aveva già messo tutto nero su bianco quando il biolago stava per nascere. Aveva scritto che quella che era stata presentata addirittura una piccola attrazione naturalistica sarebbe diventata una “pozza stagnante”. Aveva parlato di rane, anguille, fontane in coma e cattivi odori. Aveva posto le domande sulla gestione e sulla manutenzione e descritto esattamente il rischio che un’opera presentata come simbolo di riqualificazione diventasse invece il simbolo dell’incuria. Non era un’indagine epidemiologica, non un rapporto tecnico e né una profezia. Era semplicemente l’articolo che abbiamo pubblicato più sopra. La cosa più inquietante? Se avessimo tolto la data, avreste probabilmente pensato che questo articolo fosse stato scritto oggi dopo i due casi di West Nile, la disinfestazione e l’ennesimo allarme.

E invece, come si può vedere, la data è il 2022. Quattro anni fa, dunque, qualcuno aveva già visto quello che oggi abbiamo davanti agli occhi. Il biolago era appena stato realizzato, ma il problema era già visibile, le domande erano già state poste e la previsione era già scritta. Mancava soltanto una cosa: qualcuno che decidesse di prenderla sul serio. Ed è qui che finisce la satira e comincia la domanda politica. Perché sbagliare un progetto può accadere e avere difficoltà nella gestione può verificarsi. Ma quando un problema viene segnalato, lasciarlo maturare per anni fino a ritrovarlo al centro di una questione che coinvolge anche la prevenzione sanitaria e la salute degli aversani  è un’altra storia.

E allora forse il titolo più appropriato non è più “Biolago di Aversa, dal sogno alla palude”. Forse è: “Ve l’avevamo detto quattro anni fa.”

Ora, mentre qualcuno continua a cercare la zanzara assassina, ad Aversa sarebbe forse il caso di cercare anche la manutenzione scomparsa. Quella sì che, almeno finora, sembra essere riuscita a rendersi introvabile. Oggi, a ronzare intorno a quella storia, non ci sono soltanto le zanzare : ci sono anche le  gravi responsabilità politiche e amministrative che, quelle sì, non possono essere disinfestate con una semplice irrorazione, con annessi video e foto sui social.