Giuliano:ParcoPozzi,lapartecipazionesi ferma alla cassa della buvette.

C’è un’arte quasi baroccheggiante nella politica dell’amministrazione comunale: la capacità di travestire da efficientismo gestionale la totale assenza di una visione strategica. L’ultima manifestazione di questa pseudovirtù, contorta e ingannatrice, si palesa nella “Determina Dirigenziale” di qualche giorno fa, che, sulla scia immediata della “Delibera di indirizzo” della Giunta comunale del giorno prima, ha messo a gara la concessione del “Parco Pozzi”. Gestione, custodia, manutenzione, animazione sportiva e (persino) culturale, buvette con somministrazione di cibi e bevande: un “pacchetto completo” con cui questa amministrazione consegna in un solo colpo le chiavi del polmone verde di Aversa a un soggetto privato. Un’operazione che si consuma – coincidenza tipica di una certa “politica” per soluzioni discutibili e “imbarazzanti ”- alle soglie del riposo ferragostano, quando l’attenzione della cittadinanza è assorbita e anestetizzata dalla calura. Il nodo politico e culturale della vicenda non risiede tanto nella scelta gestionale in sé (non poche città, ma in ben altre condizioni e con ben altre modalità, sono ricorse allo strumento della concessione), quanto nel vuoto programmatico che ne costituisce il presupposto e nella palese contraddizione con i principi solennemente declamati e pubblicizzati da questa Amministrazione.Un’amministrazione accorta e illuminata considera il patrimonio verde e gli spazi aggregativi non come meri capitoli di spesa da esternalizzare o cespiti da far fruttare tramite la licenza di una buvette, ma come infrastrutture sociali prioritarie.
In tale visione, nell’atto d’indirizzo avrebbe dovuto essere individuata una chiara direzione per la città, definendo innanzitutto cosa debba essere il “Parco Pozzi” prima di decidere a chi affidarne le chiavi. Non è una distinzione sottile, ma la differenza tra affidare un luogo e affidare un progetto pubblico. Perché un concessionario può gestire bene un parco, ma non dovrebbe essere chiamato a decidere quale funzione sociale, culturale e civile quel parco debba avere. Questo è compito della politica, quando c’è e viene praticata davvero con serietà,competenza e lungimiranza.Nel programma elettorale che ci è stato propinato e nei documenti di programmazione strategica, la pianificazione del verde e dei beni comunali— -a parte le colorite e scoppiettanti affermazioni di rito-brilla per la sua assenza. Nessuna riflessione strutturata sul ruolo sociale dei parchi, nessun piano integrato della sostenibilità, nessuna idea strategica di valorizzazione comunitaria.Ora, d’emblée, si preferisce il modello del “pacchetto chiavi in mano”: la politica abdica al ruolo di guida e si limita a fare da passacarte, scaricando sul privato l’intero onere di definire l’identità vivibile del parco, purché si garantiscano la pulizia dei viali, la mescita delle bibite e gli hot dog ben cotti. E, addirittura, la città che si dice candidata a capitale della cultura delega anche questa missione al privato – che naturalmente pensa solo al proprio profitto -, affidandogli persino il compito di provvedere agli eventi culturali.È qui che la contraddizione diventa deflagrante: si privatizza la gestione senza aver prima definito, pubblicamente e politicamente, quale debba essere la funzione di uno dei principali spazi collettivi della città. Il rischio ( la quasi certezza), pertanto, è che ciò che dovrebbe essere un luogo di incontro, socialità, cultura e sport venga progressivamente ridotto alla logica del consumo: entrare, usufruire, acquistare.Il paradosso, poi, si fa ancora più amaro se confrontato con la retorica elettorale e la narrazione social con cui questa Amministrazione ha costellato i propri interventi. La “Città Partecipata”, la “trasparenza come metodo”, il “coinvolgimento attivo dei cittadini, delle associazioni e dei comitati di quartiere” si rivelano, alla prova dei fatti, formule vuote di una grammatica propagandistica mercantile, consunta e blasfema.Come si concilia il dogma della partecipazione con un affidamento globale calato dall’alto e in maniera assai maldestra con tempi contingentati e proprio all’inizio di agosto? Che fine hanno fatto i tavoli di co-progettazione con il terzo settore? Dove sono finiti i bilanci partecipati e le consulte dei cittadini, invocati a ogni piè sospinto nei comizi e in tutte le sedi, ma regolarmente dimenticati nelle stanze del municipio?La domanda, in fondo, è semplice-semplice: dove sono stati coinvolti i cittadini prima che venisse deciso il futuro del Parco Pozzi? Non dopo, non attraverso una gara d’appalto, non nelle pieghe di un capitolato, ma prima che la scelta fosse compiuta.La risposta è consegnata a un numero identificativo di gara su una piattaforma: la partecipazione pubblica viene sostituita dall’e-procurement e l’ascolto della comunità ceduto a un capitolato d’appalto: la partecipazione ridotta a una gara d’appalto. I cittadini non vengono interpellati su come immaginano il proprio parco, ma vengono semplicemente invitati ad attendere che un concessionario decida quali attività sportive e ( ahimè) culturali ammettere e a quale prezzo vendere un caffè o un panino all’ombra degli alberi.Siamo, dunque, di fronte a un’amministrazione che non brilla certamente per efficienza, efficacia, coerenza e credibilità: incapace di curare direttamente la res publica, l’ente locale ne fa mercanzia e la cede in blocco, confondendo la valorizzazione con la privatizzazione strisciante.Il diritto al verde, al tempo libero e alla socialità spontanea e gratuita rischia di subire una mutazione genetica imposta dalla logica del profitto, e la custodia del parco diventa una pura funzione accessoria alla rendita del chiosco e del privato.Sì è ignorato che un parco pubblico non è semplicemente uno spazio da mantenere pulito, sorvegliare e rendere economicamente produttivo. È, prima di tutto, uno spazio di cittadinanza, uno dei luoghi nei quali una comunità si riconosce, si incontra e costruisce relazioni. E proprio per questo la sua identità non può essere lasciata in eredità a chi, legittimamente, deve perseguire un interesse economico.Il punto, allora, non è essere favorevoli o contrari alle concessioni. Il punto è stabilire se la concessione sia lo strumento al servizio di un progetto pubblico oppure se, al contrario, il progetto pubblico venga costruito a misura della concessione. Sono due cose profondamente diverse.Allora, se questo è il modello di “governo partecipato” che si vuole imporre e che ci attende, gli aversani prendano nota: nella nostra città la democrazia partecipativa non abita più nei quartieri, nei forum o nel dibattito pubblico, ma ha trovato una sede ben più prosaica e circoscritta: alla cassa della buvette.

PASQUALE GIULIANO Presidente Alleanza per l’Italia