L’AMMINISTRAZIONE MATACENA: UN MELODRAMMA

 

Negli ultimi ventiquattro mesi, la scena politica aversana si è trasformata in uno di quei melodrammi da palcoscenico minore: travestimenti, entrate secondarie, qualche battuta di troppo e un’assenza sorprendente di copione amministrativo. Il risultato è che, mentre la città attende servizi, regolamenti e direttive chiare, la sua classe dirigente si esibisce in un’opera di equivoci. Non è colpa del palcoscenico: la colpa, quando c’è, è degli attori che vi salgono senza avere studiato, senza conoscere la parte e, in alcuni casi, senza averne le capacità. I fatti, come raccontati dal vicesindaco Alfonso Oliva, che ha vissuto dall’interno questi due anni, delineano una scenografia di inefficienza E di confusione istituzionale, di improvvisazioni e di disperati arrembaggi per difendere il proprio orticello. Vi sono responsabilità precise quando chi guida una coalizione non riesce a trasformare il consenso elettorale in indirizzo politico nei fatti: è questo il discrimine che separa la rappresentanza dall’autoreferenzialità e dall’autocompiacimento e dalla vana gloria . Si dirà che la politica è anche saper mediare, tessere rapporti, contenere ambizioni. Ma la mediazione diventa indecenza quando diventa sinonimo di non decisione o di ignavia politica: 24 mesi senza un vero interpartitico, con riunioni di maggioranza rare o improvvisate, delibere e nomine decise senza condividere il perimetro politico con chi ha sostenuto la vittoria, non sono semplici scivoloni procedurali. Sono segnali di una prassi che svuota il significato di coalizione e ignora il valore — e la fatica — di chi, dalle liste, ha contribuito a mettere in sella chi oggi siede nella poltrona di primo cittadino.

Quando i dirigenti cambiano come se fossero figurine da collezione, ( tre segretari comunali nel giro di due anni), quando la pianta organica resta immobile nonostante manchi il personale necessario a far funzionare i servizi, quando competenze e procedure vengono sacrificati sull’altare dell’improvvisazione, quando si dimettono due assessori scelti proprio dal sindaco , quando altri assessori estranei al territorio vengono nominati per obbedire a ordini superiori, a pagarne le conseguenze sono i cittadini. È poi ancora più grave se il primo amministratore, forse per inesperienza o per scelta o per altre ragioni, affida a qualcun altro/a anche le più banali decisioni, trasformando l’atto amministrativo in una procedura di consultazione privata piuttosto che in un dovere pubblico. Il racconto interno di Oliva parla di fratture, di candidature sovrapposte, di assessorati che si chiamano e si richiudono come porte senza cardine, racconta di coordinatori di lista mai coinvolti nelle scelte rilevanti, di commissioni decennali rimaste senza rinnovo e di una giunta nella quale molti assessori si trovavano a interpretare il ruolo per la prima volta, senza adeguata preparazione né guida. Si afferma addirittura di una imbarazzante opposizione all’ intitolazione del Tribunale a Raffaele Numeroso, poi opportunisticamente abbandonata. Non si tratta di denuncia giornalistica fine a sé stessa, ma, quella di Oliva , di una diagnosi amministrativa: la città perde risorse, opportunità e credibilità quando l’azione pubblica è affidata all’improvvisazione, se non addirittura alla incompetenza o ad esigenze di sopravvivenza nel ruolo. Ci sono anche elementi che sfiorano l’assurdo, e vale la pena nominarli con la leggerezza che meritano, perché l’ironia in questi casi non è uno strumento per sminuire, ma per mettere in evidenza l’incongruenza. Immaginiamoci un sindaco che, per timore di non avere i numeri, trasforma le assemblee in prove d’orchestra di accordi fragili; o un primo cittadino che sembra consultarsi più con chi gestisce i suoi canali social che con la segreteria del Comune; o la situazione paradossale di due assessori che scelgono schieramenti diversi per una stessa competizione regionale; o la nomina per “quieto vivere” di un neo assessore su cui aveva espresso giudizi non lusinghieri .Sono scene che, se non fossero vere – ma che Oliva afferma e ha scritto essere vere- apparirebbero come caricature scritte da un drammaturgo dal senso dell’umorismo particolarmente cinico. La politica seria, invece, non ha bisogno di siparietti: ha bisogno di indirizzi, di impegni chiari e di responsabilità. Chi ricopre ruoli di rilievo lo fa non per coltivare la poltrona e l’indennità, ma per servire la collettività, coordinare gli uffici, garantire continuità amministrativa e, quando necessario, saper farsi da parte. La dignità di una carica pubblica passa anche da questo: riconoscere il dissenso, ascoltare i segnali che arrivano da dentro la propria coalizione e dalla totalità dell’opinione pubblica e se il bilancio politico è negativo, come di fatto è negativo, prendere atto delle proprie mancanze. Per questo, quando i fatti convergono e le ripetute criticità amministrative e politiche sono state messe nero su bianco da chi ha conosciuto il governo cittadino dall’interno, rimane una sola, inequivocabile soluzione di decoro istituzionale: le dimissioni. Dimettersi non è resa, è responsabilità. Significa permettere alla città di voltare pagina senza trascinarsi dietro una leadership che ha esaurito il proprio mandato politico e la propria capacità di rappresentare l’unità che una coalizione pretende di incarnare. La politica non è un gioco di potere da difendere a ogni costo, né un titolo onorifico da preservare per orgoglio personale o per vanità. È un mandato affidato dagli elettori che esige capacità, chiarezza di intenti e coerenza di pratiche. Quando la governance diventa pretesto per stabilire equilibri interni, quando la macchina amministrativa si inceppa per mancanza di direzione, la città non può e non deve più attendere. Aversa merita una leadership che sappia ascoltare le istanze della coalizione che l’ha portata al governo, che riorganizzi la macchina comunale con competenza, che renda conto ai cittadini e che metta al centro il bene comune. Se tutto questo è venuto meno, come di fatto è venuto meno, allora la più decorosa delle risposte è una sola: chi dirige si faccia da parte, e restituisca ad Aversa la possibilità di ricostruire con serietà e fiducia.
In politica, come a teatro, il pubblico ha sempre l’ultima parola; e talvolta la replica migliore è il silenzio di chi sceglie la via dell’onorevole uscita di scena. Da ultimo, un dato statistico su cui riflettere, perché appare di un peso rilevante nella sua emblematicità: la candidatura di Matacena, da lui inseguita in maniera forsennata, quasi ossessiva, fu decisa, voluta e appoggiata dal consigliere regionale Giovanni Zannini, dal presidente della provincia Giorgio Magliocca e da Giuseppe Guida, sindaco di Arienzo S Felice. Tre politici che hanno “abbandonato” la propria carica per gravi vicende giudiziarie tuttora in corso. E qui mi fermo e lascio a tutti riflessioni politiche e comportamentali, oltre che commenti.