“ ALLEANZA per l’ITALIA Dipartimento Urbanistica, Edilizia popolare e Territorio
Note sugli “Indirizzi programmatici del Piano Urbanistico Comunale” della città di Aversa
C’è una moda ormai consolidata nei documenti pubblici: inserire slogan rassicuranti con caratteri grandi, consegnare al cittadino un bouquet di belle frasi e poi… nulla che assomigli a un impegno chiaro, prescrittivo e vincolante.
Il documento contenente gli “Indirizzi Programmatici” del PUC di Aversa costituisce un esempio emblematico di questo stile retorico ed è – come dire? – creativamente evasivo e, in alcuni passaggi rilevanti, addirittura intenzionalmente criptico.
Sull’elaborato sembra gravare un problema antico e, a quanto pare, resistente quanto un basolo nostrano: un’assoluta, vaga e fumosa genericità dalla quale, con i più elementari esercizi ermeneutici, è possibile ricavare tutto e il contrario di tutto, offrendo così, all’occorrenza, lo spazio interpretativo necessario per giustificare qualsiasi futura scelta.
Gli indirizzi programmatici, redatti “a cura dell’avv. Francesco Di Palma, Assessore all’Urbanistica e all’Edilizia Privata” – recentemente richiamati, insieme alla costituzione dell’Ufficio di Piano, quale passaggio essenziale verso il nuovo PUC – contengono visioni, suggestioni e formule evocative, ma manca proprio ciò che dovrebbe caratterizzare un atto destinato a orientare la futura pianificazione urbanistica: scelte strategiche nette, criteri chiari e stringenti, priorità inequivoche, obiettivi concreti e impegni misurabili.
In altri termini, manca ciò che sarebbe necessario per restituire credibilità a un procedimento che, per sua natura, dovrebbe essere trasparente, comprensibile e realmente partecipato.
Il documento, per come è redatto, presenta profili di criticità rilevanti sotto il profilo della motivazione delle scelte, della trasparenza amministrativa, della partecipazione, della definizione delle strategie pianificatorie e della stessa corretta informazione ai cittadini. Pur richiamando principi largamente condivisibili – partecipazione, sostenibilità, rigenerazione urbana, contrasto alla crisi climatica, mobilità sostenibile, tutela del patrimonio storico-architettonico, inclusione sociale – essi rimangono quasi sempre enunciati in forma astratta, senza essere tradotti in obiettivi verificabili, in motivati criteri di scelta o in indicazioni operative.
Nel documento convivono indistintamente riflessioni sociologiche, richiami culturali, descrizioni normative, esempi e ipotesi progettuali, alcune delle quali appaiono persino venate di una certa cifra onirica.
Gli “Indirizzi Programmatici” destinati a orientare la redazione del nuovo PUC non possono però ridursi a un catalogo di buone intenzioni, poiché la trasparenza e la partecipazione richiedono scelte precise, intellegibili, verificabili e realisticamente praticabili.
Naturalmente, non sfugge che si tratta di un documento di indirizzo e che, per sua natura, non è chiamato a contenere il dettaglio delle future previsioni urbanistiche. È quindi fisiologico che presenti un certo grado di generalità.
Tuttavia, proprio perché costituisce l’atto tecnico-politico destinato a orientare l’intera pianificazione successiva, dovrebbe almeno individuare con chiarezza le principali opzioni strategiche, le priorità, i limiti e gli obiettivi che l’Amministrazione intende realisticamente perseguire. Diversamente, il rischio è che gli indirizzi si trasformino in una formula talmente elastica da poter giustificare, in futuro, scelte e decisioni anche profondamente diverse tra loro, se non addirittura contraddittorie.
Ed è proprio sotto questo profilo che, pur tenendo conto della sua fisiologica elasticità, il documento mostra il suo limite principale: una genericità eccessiva e nebbiosa che finisce per indebolirne la funzione di indirizzo in misura significativa.
Il testo è costruito quasi esclusivamente attraverso formule quali “si dovrà”, “si potrà”, “sarà opportuno”, “occorrerà valutare”, senza distinguere ciò che costituisce un preciso indirizzo politico da ciò che rappresenta una mera ipotesi di lavoro o, addirittura, un desiderio o una pur legittima aspirazione. Ne è derivato un documento che comunica molto sul piano degli intenti e molto poco, invece, sul piano delle scelte.
Emblematica è la questione del consumo di suolo, più volte richiamata come obiettivo qualificante e continuamente proclamata come impegno politico dalla stessa Amministrazione.
Si afferma la volontà di ridurre il consumo di suolo, recuperare le aree degradate, privilegiare la rigenerazione urbana e affrontare la crisi climatica. Bene, benissimo: come non essere d’accordo?
Ma quando si passa dalle affermazioni di principio agli impegni concreti, il documento tace. Non viene dichiarato che il nuovo PUC sarà orientato al consumo di suolo netto pari a zero, come più volte annunciato pubblicamente. Non viene assunto l’impegno di evitare nuove espansioni edilizie su aree agricole o su aree destinate ad altri usi ma non ancora completamente edificate. Non viene stabilito che ogni nuovo fabbisogno dovrà essere soddisfatto prioritariamente attraverso il recupero e la rigenerazione del patrimonio edilizio esistente. Non vengono fissati obiettivi misurabili né indicatori che consentano ai cittadini di verificare, nel tempo, la coerenza tra gli annunci e le decisioni.
In definitiva, uno dei temi più qualificanti della pianificazione urbanistica resta affidato a dichiarazioni di stile, a formule generiche, ambigue, prive di qualunque contenuto realmente prescrittivo o di un’effettiva forza orientativa.
Anche sul piano della partecipazione e della trasparenza emergono significative criticità.
Il documento opportunamente richiama la Carta della Partecipazione dell’Istituto Nazionale di Urbanistica e dedica ampio spazio ai principi della trasparenza e del coinvolgimento dei cittadini. Tuttavia, non chiarisce come tali principi saranno concretamente attuati: non vengono precisati tempi, strumenti, modalità di consultazione, criteri di valutazione delle osservazioni né le modalità attraverso cui l’Amministrazione renderà conto delle scelte compiute.
La trasparenza, infatti, non consiste soltanto nel pubblicare un documento, ma nel mettere i cittadini e i vari portatori di interesse nelle condizioni di comprendere quali decisioni si intendano assumere, perché vengano privilegiate determinate opzioni, come queste potranno essere perseguite e quali effetti esse produrranno sul territorio.
È vero che i documenti di pianificazione urbanistica costituiscono atti amministrativi generali e che, pertanto, non sono ordinariamente soggetti all’obbligo di motivazione previsto dall’art. 3, comma 2, della legge 7 agosto 1990, n. 241. Ciò nondimeno, i principi di imparzialità, buon andamento e trasparenza dell’azione amministrativa (art. 97 della Costituzione; art. 1 della legge n. 241/1990; nonché la disciplina sulla trasparenza contenuta nel d.lgs. 14 marzo 2013, n. 33 e le stesse linee generali dell’Autorità anticorruzione) rendono quanto meno auspicabile che le principali scelte pianificatorie siano accompagnate da un’adeguata esplicitazione delle ragioni che le sorreggono, degli interessi pubblici perseguiti e dei criteri utilizzati per operare le relative valutazioni.
Nel documento tali elementi risultano, invece, quasi del tutto assenti.
Proprio perché si tratta delle linee di indirizzo del futuro Piano Urbanistico Comunale, sarebbe stato auspicabile un documento meno descrittivo, meno “sognante” e più realistico, capace di assumere alcuni impegni politici e amministrativi espliciti e chiari su alcuni temi fondamentali: consumo di suolo, rigenerazione urbana, tutela delle aree agricole, qualità dello spazio pubblico e mobilità sostenibile.
Andavano, semmai, rinviate ad altra fase quelle suggestioni progettuali che sembrano talvolta lambire il terreno dell’utopia: “Il Parco della Musica”, “La Cittadella dello Sport”, i “Boschi urbani”, i “Rifugi climatici”, i “Parchi agricoli”, le “Cavità per la climatizzazione naturale”.
Il piano avrebbe invece potuto e dovuto spiegare: perché siano stati individuati tali criteri di trasformazione; chi li abbia proposti; quali studi li supportino; quale concreta fattibilità presentino; quali siano le reali possibilità di acquisizione di determinati beni (ad esempio, l’ex OPG); quali ostacoli presentino le soluzioni proposte; quali costi comportino e quali benefici producano.
Poi, a proposito dell’individuazione di alcune aree strategiche – ippodromo, ex OPG, Texas Instruments, “Maddalena”, aree agricole, zone G – non viene spiegato perché siano state selezionate proprio queste aree, secondo quali criteri, con quali priorità, rispetto a quali alternative e, innanzitutto, con quali reali possibilità giuridiche e amministrative di disporne o di determinarne la destinazione. Ed è proprio questo uno dei punti più deboli dell’intero elaborato.
Infine, appare davvero singolare che un documento destinato a orientare e a condizionare la futura pianificazione urbanistica non sia accompagnato da un quadro conoscitivo sufficientemente strutturato e oggettivo: cartografia aggiornata; analisi demografica; dati sul consumo di suolo; dati sul patrimonio edilizio inutilizzato; fabbisogno abitativo; standard urbanistici mancanti; consistenza reale delle aree verdi; vulnerabilità climatica; dati sulla mobilità; dati economici, alla luce, in particolare , del rilevante e pervasivo sviluppo del settore enogastronomico, che sta cancellando comparti storici della nostra imprenditoria.
Il giudizio conclusivo su tale documento non può, quindi, che essere venato da un’amara e profonda delusione.
Il futuro della città merita un confronto pubblico serrato (sinora assente), fondato non soltanto su principi condivisibili, ma su scelte documentate, motivate, realistiche, trasparenti e verificabili, mirate a favorire un’inversione del trend negativo che da anni sta affaticando la nostra comunità.
In definitiva, Aversa non ha bisogno di un nuovo repertorio di buone intenzioni, ma di un piano comprensibile, controllabile e soprattutto realizzabile e coerente con gli obiettivi dichiarati. Perché, tra l’altro, la trasparenza non si dichiara, ma si pratica e la partecipazione non si invoca, ma si organizza.
Tutto il resto, per quanto appaia un “pacco” ben confezionato e corredato dell’immancabile fiocchetto multicolore, rischia di rimanere una scenografia forse elegante, caratterizzata, per di più, da qualche venatura onirica, ma dietro la quale potrebbe continuare a scorrere il consueto copione, interpretato questa volta da qualche nuovo sedicente attore, affiancato da caratteristi e comparse che la città conosce fin troppo bene.
“ALLEANZA per l’ITALIA”
-Dipartimento Urbanistica, Edilizia popolare e Territorio-