La “Casa della Cultura” : da tempio della conoscenza a monumento dell’abbandono
La “Casa della Cultura” intitolata a Vincenzo Caianiello, profanata, trasformata in dormitorio di fortuna per sbandati e terreno di caccia per vandali e ladri, è diventata l’immagine più eloquente e impietosa di questa amministrazione Mata-cene: un simbolo non di rinascita, ma di resa.
Di fronte a uno scempio simile, ci si sarebbe aspettati una reazione immediata, un gesto concreto. Non conferenze stampa, non le canoniche dichiarazioni indignate, non l’ennesima sfilata di parole, come quelle sciorinate in occasione della fallimentare inaugurazione dell’ex “casa del fascio” ( per inciso : allo stato, la struttura è inagibile e comunque inidonea per una destinazione pubblica alla neobattezzata e velleitaria “casa del millennio”).
Il sindaco e l’amministrazione avrebbero dovuto riappropriarsi della struttura il giorno stesso, restituendole dignità e sicurezza. Il giorno dopo, avremmo dovuto vedere un’impresa al lavoro. Perché quando un luogo rappresenta l’identità culturale di una comunità, ogni ora di abbandono pesa come un macigno.
La risposta che arriva è però sempre la stessa: mancano i fondi. Ma davvero una città che aspira a fregiarsi di un titolo culturale nazionale può nascondersi dietro questa giustificazione? Se le casse sono vuote, perché non chiamare i cittadini a raccolta? Perché non lanciare una sottoscrizione pubblica, un patto civico – come è stato da più parti richiesto- per salvare un bene che appartiene a tutti? Sarebbe stata un’ammissione di debolezza dell’amministrazione? Forse. Ma a questo punto la centesima sconfitta in più di questa amministrazione avrebbe avuto il pregio almeno di essere utile.
Invece si è scelta la strada peggiore: l’immobilismo, tecnica in cui Mata-cene & company non hanno rivali. Ma l’immobilismo, quando si parla di degrado, è complicità. Ogni giorno che passa senza interventi trasforma quel luogo in un manifesto della trascuratezza, un monumento all’incuria che nessun turista fotograferà, e davanti al quale Mata-cene non si metterà mai in posa per le sue quotidiane foto da divulgare a piene mani.
La satira, in questi casi, rischia persino di essere superata dalla realtà. Perché mentre si parla di cultura nei convegni e nei dossier e negli interventi in aula consiliare, la sua casa viene lasciata in balìa di chi la saccheggia e la vandalizza.
La verità è semplice e scomoda: una città non viene giudicata dai manifesti che affigge, dagli slogan o dalle foto su facebook o sui siti, ma dai luoghi che custodisce. E oggi la “Casa della Cultura” racconta una storia diversa da quella narrata nei comunicati ufficiali. Racconta di promesse evaporate, di priorità smarrite e di una distanza sempre più evidente tra le parole e i fatti.
I cittadini non meritano questo spettacolo. Non meritano di vedere uno dei simboli della loro identità ridotto a emblema del degrado. E soprattutto non meritano un’amministrazione che, di fronte all’emergenza, sembra aver scelto di contemplare il problema invece di risolverlo.
Se davvero si vuole parlare di cultura, si cominci dal rispetto dei suoi luoghi. Perché non esiste candidatura che possa nascondere una vergogna così visibile che si riverbera su tutta la comunità aversana.
Prima ancora di proporsi come candidata a un titolo, una città dovrebbe dimostrare di essere capace di custodire la propria anima. Vederla ridotta a rudere urbano rende l’immagine ancora più amara e politicamente devastante. Evidentemente, per questa amministrazione, alla vergogna non c’è un limite.