Una consigliera comunale chiamata “Prezzemolina”
C’è qualcosa che rischia di sconfinare nello sconcerto, nel vedere una città arrancare tra buche, immondizia, flora spontanea, fauna fognaria che invade strade e piazze, promesse evaporate e cantieri eterni, mentre sul palcoscenico politico locale va in scena uno spettacolo degno della tradizione teatrale italiana: la commedia dell’arte, aggiornata però con un tocco di pragmatismo moderno e una spruzzata di stupefacente disinvoltura ideologica.
In questo scenario, la consigliera comunale Federica Turco non è più semplicemente una figura politica: è diventata una sorta di Wi-Fi istituzionale che prende ovunque, anche dove il segnale della realtà fatica ad arrivare. Portavoce, relatrice, rappresentante, ambasciatrice, confidente del sindaco Franco Mata-cene e, all’occorrenza, supplente dell’assessore Francesco Sagliocco, che – per non misteriose ragioni espressive – ha scelto il silenzio come forma di comunicazione politica. Del resto, in tempi di crisi, il risparmio delle risorse è fondamentale: perché avere più voci quando una sola può dire tutto, sempre, dovunque e comunque?
E così, mentre la città affonda tra emergenze croniche e soluzioni provvisorie diventate strutturali, lei presidia ogni spazio, ogni evento, ogni stanza, ogni microfono disponibile. Una presenza così costante da far sorgere un dubbio: è la politica che segue Federica o è la Turco che fiuta e segue, con grande vivacità e spirito di adattamento, qualsiasi cosa somigli anche lontanamente alla politica e al potere, anche quello sfuso o a pacchetti?
La sua traiettoria, del resto, è una piccola mappa di mobilità ideologica: un viaggio dinamico tra schieramenti, correnti e liste civiche dal sapore più o meno autentico, sempre guidato da un incrollabile senso del posizionamento. E così, quando oggi si preoccupa di rassicurare la città che non sta tramando, che non ci sono manovre per soccorrere la traballante maggioranza, che nessuna alleanza sotterranea è in costruzione con pezzi dell’opposizione e con il neo eletto consigliere regionale del Pd Marco Villano, viene quasi voglia di crederle. Quasi. Come quando il cielo è nero e qualcuno dice che non pioverà: tecnicamente possibile, emotivamente improbabile: c’è solo da aspettare.
Resta poi quella sottile, elegante coreografia istituzionale che la lega a Franco: un equilibrio così perfetto da sembrare naturale, quasi inevitabile. Lui c’è, ma, anche se sommo sacerdote delle sceneggiate, qualche volta ama fare un passo indietro e non si vede; lei si vede, e quindi – inevitabilmente – c’è. Una divisione dei ruoli moderna, essenziale: la rappresentazione che avanza. Non è delega, sia chiaro, è – definiamola così – una forma evoluta di fiducia. Talmente evoluta da risultare, a tratti, indistinguibile da una sostituzione operativa con piena disponibilità scenica. Un rapporto che non ha bisogno di essere spiegato, perché si racconta da solo, evento dopo evento, comunicato dopo comunicato, presenza dopo presenza. Una sintonia così evidente da rendere superflue le parole e, in certi casi, perfino le distinzioni.
Intanto, tra un comunicato e una comparsata, la città continua a vivere quella strana dimensione sospesa in cui il degrado diventa abitudine e l’eccezione è vedere qualcosa funzionare davvero. Ma anche questo, in fondo, ha una sua coerenza narrativa: mentre la realtà si sgretola, la rappresentazione si rafforza.
E forse è proprio questo il punto: non importa cosa accade davvero, ma chi lo racconta. E soprattutto, quanto spesso lo faccia. Perché in politica, come a teatro, la differenza tra una comparsa e una protagonista è tutta lì: nella capacità di stare in scena. Sempre e comunque, anche sapendo bene che i fischi e i pernacchi, anche se figurati o solamente pensati, non mancheranno.