Il consigliere comunale Raffaele Oliva ha dichiarato più volte di essere anche un operatore commerciale nel campo della gestione di vari locali che animano la movida. Inoltre, ha spesso precisato che, proprio nella sua veste di esperto, ha ricevuto la delega dal sindaco Franco Mata-cene per interessarsi del settore, delle relative problematiche e di quelle connesse.
Mata-cene – sollecitato in più occasioni a chiarire la esistenza e la consistenza di quella delega, che, da un punto di vista formale, non esiste -, con il suo persistente silenzio ha di fatto avallato le affermazioni di Oliva. Il quale, peraltro, in un evidente e grave conflitto di interessi – che, benché denunciato anche nel corso di più consigli comunali e dalla stessa segretaria generale del Comune, non è ancora sfociato nei dovuti e conseguenti provvedimenti di legge -, ha partecipato a redigere e approvare anche il regolamento per lo svolgimento della movida e per la occupazione degli spazi pubblici a favore degli esercenti commerciali.
Stamani, Oliva, in un’intervista ad un quotidiano, ha dichiarato che “Il mondo del commercio rappresenta uno degli attori più sensibili rispetto ai cambiamenti legati alla mobilità urbana”, aggiungendo che vuole “migliorare la qualità degli spazi urbani e favorire la vivibilità”. Queste sue intenzioni, il consigliere le ha precisate all’esito di un incontro avuto con il progettista del piano traffico per programmare “l’installazione dei nuovi varchi per rendere le zone pedonali ancora più fruibili senza penalizzare le attività economiche “.
C’è qualcosa di profondamente tragicomico nella figura del consigliere Raffaele Oliva che, con una mano, firma regolamenti sulla movida e, con l’altra, alza la serranda dei locali che quella stessa movida la alimentano. Una sorta di moderno Giano: da un lato legislatore, dall’altro beneficiario. E nel mezzo? Il pubblico interesse, probabilmente parcheggiato in doppia fila.
Il bello è che Oliva, di professione avvocato, non si nasconde, anzi rivendica con orgoglio la sua doppia natura. Operatore commerciale e, per grazia ricevuta – o forse solo dichiarata – delegato dal sindaco a occuparsi proprio di quel settore in cui opera con successo. Una delega fantasma, più sfuggente di una delle abituali e generiche dichiarazioni di Mata-cene alla stampa. Ma in questa vicenda il sindaco, più che sfuggente, è rimasto costantemente in un silenzio da eremita. Un silenzio che non è solo assenza di parole, ma presenza ingombrante di assenso. Perché, si sa, in politica il non detto spesso pesa più del detto. E qui pesa parecchio. Anzi imbarazza e preoccupa.
Nel frattempo, il consigliere-imprenditore partecipa serenamente alla stesura e approvazione delle regole che disciplinano spazi pubblici, occupazioni, movida. In pratica: arbitro, giocatore. In pratica, una filiera completa.
Poi arrivano le dichiarazioni ufficiali, quelle che profumano di buone intenzioni e di urbanistica sostenibile: “migliorare la qualità degli spazi urbani”, “favorire la vivibilità”, “rendere le zone pedonali più fruibili senza penalizzare le attività economiche”. Tradotto: fare contenti tutti i commercianti. Che, storicamente, è il modo più elegante per non scontentare soprattutto qualcuno che potrebbe reagire in maniera non gradita.
E mentre si installano varchi, si progettano piani traffico e si immagina una città più vivibile (!?), restano sospese alcune domande semplici, semplici, quasi ingenue.
Gli assessori competenti dove sono finiti? In vacanza permanente o semplicemente sostituiti da una versione “tuttofare” del consigliere Oliva, uno dei puntelli della maggioranza? La delega esiste davvero o è un prodotto della stessa fantasia creativa che anima le serate della movida? E soprattutto: il conflitto di interessi è diventato un genere letterario o resta, ostinatamente, un problema politico e giuridico? Cosa si pensa di fare per eliminare questo conflitto annunciato che si consuma da troppo tempo in una silenziosa e compromettente inerzia?
Perché qui il rischio non è solo quello di confondere i ruoli, ma di riscrivere le regole del gioco da parte dell’arbitro-giocatore mentre si è già in partita. E vincere facile, si sa, non è mai stato uno sport olimpico, anche se qualcuno sembra allenarsi con costanza.
Nel frattempo, la città osserva. E ride, sì. Ma è una risata amara, di quelle che arrivano quando la realtà supera la satira e la rende, paradossalmente, superflua.