E’ finita, fatevi coraggio: dimettetevi
Il provvedimento che ha colpito il consigliere regionale Giovanni Zannini, di fatto “esiliandolo” e estromettendolo dalla scena politica campana, non è solo un atto giudiziario: è uno spartiacque politico. Per anni, Zannini ha rappresentato un centro di potere radicato, capace di determinare equilibri, candidature e assetti istituzionali, soprattutto nell’area casertana. Oggi quel sistema, da sempre “chiacchieratissimo”, ma da molti esponenti politici (e non politici) esaltato e frequentato con una ostentata e servile vicinanza, mostra tutte le sue fragilità e le sue non poche opacità.
Ad Aversa il tema è ancora più delicato. L’amministrazione della città -sindaco, presidente del consiglio comunale e gran parte della giunta e del consiglio comunale- è nata e sinora vissuta politicamente sotto l’egida di Zannini. È un dato politico, non un’opinione. Molti di coloro che oggi siedono nei palazzi del potere cittadino – a iniziare del sindaco Franco Mata-cene, anch’egli pellegrino al santuario politico di Mondragone per accendere un cero al suo protettore e ottenere la grazia della sua candidatura – hanno costruito la propria legittimazione pubblica all’interno di quella filiera. Fingere che questo legame non sia mai esistito o che il tempo o le vicende giudiziarie lo abbiano attutito sarebbe un esercizio di intollerabile ipocrisia. Attualmente in consiglio comunale la fiducia al sindaco è in pratica affidata ai consiglieri zanniniani guidati da Giovanni Innocenti, che, fino a poco tempo fa, si beava e si inorgogliva nel qualificarsi “fratellone” di Zannini e nel farsi fotografare abbracciato al suo nume.
Se allora il riferimento politico che ha determinato la classe dirigente che sta amministrando Aversa viene travolto da un provvedimento così grave, la questione non può essere liquidata con il silenzio o con prese di distanza tardive. La coerenza e la dignità imporrebbero, innanzitutto, un’assunzione di responsabilità chiara: spiegare ai cittadini quale fosse il rapporto politico, se e quali siano oggi le distanze reali e, soprattutto, perché chi è stato scelto e sostenuto da quel sistema dovrebbe continuare a governare senza un nuovo passaggio di legittimazione.
Le dimissioni non sono una condanna automatica, ma possono essere un atto di trasparenza e rispetto verso la città. Se un’intera classe dirigente è stata espressione diretta di un leader politico ora messo fuori gioco, il minimo sindacale è aprire una riflessione pubblica e non limitarsi a cambiare narrazione o -come finora verificatosi – a chiudersi in un colpevole silenzio tattico: Aversa merita chiarezza. E subito.
In politica la responsabilità non è solo personale, ma è anche morale e, appunto, politica. Quando crolla il vertice di un sistema di potere, chi ne è stato parte integrale non può semplicemente far finta che nulla sia accaduto.