Il silenzio del sindaco è una scelta politica. La città pretende chiarezza. Sindaco, parla o il tuo silenzio parlerà per te.
Il perdurante silenzio del sindaco Francesco Matacena e della maggioranza che lo sostiene, a fronte delle recenti vicende giudiziarie e delle puntuali critiche e richieste avanzate anche da questo blog, non è più sostenibile né politicamente giustificabile. Non si tratta di una pausa di riflessione, né di un doveroso rispetto per il lavoro della magistratura. È, piuttosto, la sua, una scelta politica precisa, che appare sempre più come un’interessata rimozione del problema e una pavida rinuncia al confronto pubblico.
La città chiede chiarezza. E la chiarezza, in democrazia, non si ottiene con il silenzio ma con la discussione e il dibattito. Per questo, oggi più che mai, sarebbe necessario convocare un Consiglio comunale aperto, luogo naturale nel quale spiegare ai cittadini qual è la posizione dell’amministrazione rispetto a fatti giudiziari che stanno scuotendo in profondità il sistema politico locale.
Durante la campagna elettorale le parole d’ordine erano state nette: trasparenza, coinvolgimento, dialogo con la città, partecipazione. A distanza di tempo, e soprattutto alla luce degli eventi più recenti, quelle parole appaiono svuotate di contenuto, se non false. Sul terreno più delicato – quello della responsabilità politica – il bilancio è impietoso: zero spiegazioni, zero assunzione di responsabilità, zero confronto pubblico.
La richiesta di arresto nei confronti del consigliere regionale Giovanni Zannini per i reati di corruzione,” concussione e truffa; il successivo avviso di conclusione delle indagini per voto di scambio elettorale; la notizia data da “Il Mattino” di una ulteriore vicenda in cui si ipotizza il reato di estorsione e corruzione; le pesanti iniziative giudiziarie che hanno investito l’ex presidente della Provincia Giorgio Magliocca e alcuni sindaci di importanti città – sia l’uno che gli altri vicinissimi e sostenuti da Zannini – non sono , ovviamente, fatti privati né episodi marginali. E certamente non rappresentano fatti politicamente neutri. Essi, tra l’altro, configurano, nel loro insieme, un evento pubblico di estrema gravità che, in particolare, chiama direttamente in causa proprio il modello di potere affermatosi e consolidatosi in questi ultimi due anni anche ad Aversa e tuttora ancora in essere, anche se, al momento, sopito nel silenzio di una preoccupata attesa.
Non si tratta di anticipare giudizi o di sostituirsi alla magistratura. Ma fingere che tali fatti non producano conseguenze politiche immediate significherebbe abdicare al ruolo stesso della politica. Quando emergono vicende di questa gravità e portata, la questione non è soltanto se vi saranno condanne, ma se il sistema di relazioni, alleanze e fedeltà che ha governato e sta governando Aversa possa ancora essere ritenuto legittimo, credibile e compatibile con il decoro delle istituzioni.
Qui – è bene ribadirlo – non è in discussione la presunzione di innocenza, che resta intangibile. È in discussione la credibilità di un modello di governo cittadino fondato su fedeltà personali, maggioranze elastiche e tenuto insieme più dalla convenienza che da una visione politica riconoscibile.
In questo contesto, la posizione del sindaco Matacena e della sua maggioranza non può essere archiviata come estranea o marginale. Non per responsabilità giudiziarie (che non si insinuano), ma per responsabilità politiche evidenti e ineludibili. L’attuale assetto di governo della nostra città è il prodotto diretto di un sistema di alleanze costruito e tenuto insieme dal consigliere regionale Giovanni Zannini. I ripetuti mutamenti di maggioranza, lungi dall’essere il frutto di un confronto politico trasparente, appaiono come l’esito di una somma di convenienze contingenti che hanno trasformato il Consiglio comunale di Aversa in un terreno di perenne instabilità mascherata da governabilità. In questo quadro, Zannini e i suoi rappresentanti istituzionali hanno agito da perni di un sistema di potere fluido, adattabile, ma profondamente opaco.
È un dato politico incontestabile che il sindaco Matacena è stato scelto, sostenuto e viene mantenuto in vita da Giovanni Zannini e che la maggioranza che lo regge è stata costruita quando Zannini militava nel centrosinistra, a sostegno del Partito Democratico e del presidente Vincenzo De Luca, prima di una disinvolta e rapida trasmigrazione nel centrodestra. Una traiettoria che, più che a un’evoluzione politica, somiglia a una gestione proprietaria del consenso e degli equilibri istituzionali.
La questione centrale, dunque, non è giudiziaria ma politica e morale. Riguarda la qualità della nostra classe dirigente, i criteri con cui si selezionano le responsabilità pubbliche e il confine – che dovrebbe essere invalicabile – tra interesse generale e reti di fedeltà personali.
In questo scenario, il silenzio del sindaco e della sua maggioranza non è prudenza istituzionale, ma una forma di autoconservazione politica che somiglia molto a un’ammissione di responsabilità politica. Attendere le sentenze come alibi per non prendere posizione equivale a scaricare sulla magistratura ciò che politicamente dovrebbe essere affrontato nella sede propria del confronto democratico. La politica non deve giudicare penalmente, ma deve dire con chiarezza se il modello di potere che ha garantito e sta garantendo stabilità numerica e sopravvivenza amministrativa sia ancora difendibile. Un sistema, peraltro, che ha fatto perdere identità alla politica e credibilità alle istituzioni: una degenerazione, soprattutto, che ha svuotato di significato il voto dei cittadini.
A rendere il quadro ancora più inquietante concorrono le voci insistenti su ulteriori filoni d’indagine relativi a incarichi e a concorsi presso enti e organismi pubblici. Indiscrezioni che, come tali, vanno trattate con assoluto rigore, ma che comunque contribuiscono ad alimentare un clima di opacità, di sospetti e di inquietudine che la politica non può continuare a ignorare.
Il silenzio, oggi, se ancora mantenuto, non è neutralità: è complicità politica. La città ha diritto di sapere. E ha diritto di chiederlo in una sede pubblica, aperta, trasparente. Un Consiglio comunale aperto non sarebbe un atto ostile, ma un atto dovuto. Perché, comunque vadano le vicende giudiziarie, una verità politica è già sotto gli occhi di tutti. Ed è su quella che si misurerà, ora e non domani, la credibilità di chi amministra. Anche se in moltissimi, per i risultati (non) raggiunti, hanno ormai maturato una certa convinzione