Il trionfo del niente con sorrisi d’ordinanza e il taglio del nastro con chiusura degli occhi
C’è un momento, nella vita pubblica, in cui, almeno nelle persone con un minimo di sensibilità, il pudore dovrebbe scattare da solo, come un riflesso naturale, automatico. Evidentemente, qui il riflesso è stato soppresso. Su un giornale di stamattina campeggia la foto della comitiva dei nostri amministratori: sindaco attorniato da suoi sodali, tutti sorridenti, soddisfatti, petto in fuori. L’annuncio è solenne, quasi epocale: l’inaugurazione di un giochino per bambini nella cosiddetta villa comunale. Applausi, fanfare, autocompiacimento.
Diciamolo, c’è voluta una faccia tosta notevole. Foto di gruppo, sorrisi smaglianti, sindaco e amministratori schierati come per la liberazione della città. L’evento? Un giochino per bambini. Uno, minuscolo, incastonato nella cosiddetta villa comunale, oggi oltraggiata, vilipesa, più simile a una discarica botanica che a uno spazio pubblico.
Eppure il tono delle dichiarazioni del sindaco Franco Mata-cene è quello delle imprese storiche: “riqualificazione”, ”decoro spazi pubblici”, “tutela dei bambini”. Parole grosse, gigantesche, pronunciate mentre alle spalle c’è una villa comunale abbandonata, sporca, invasa, trasformata in una selva oscura dove il verde è allo stato brado, la manutenzione è un miraggio e lo sporco e il degrado regnano sovrani. Davvero nessuno, dico nessuno, ha provato un briciolo di vergogna nel farsi fotografare lì dentro? Nemmeno un leggero rossore? Nemmeno un attimo di esitazione davanti a quello scempio?
Il problema non è il giochino per bambini, che anzi sarebbe una buona notizia se inserito in una visione seria e coerente. Il problema è la scenografia dell’ipocrisia: celebrare il dettaglio per nascondere il disastro, esaltare il minimo per non parlare del tutto. È il marketing del nulla, impacchettato come successo. Il “capolavoro” è questo: celebrare l’irrilevante come se fosse epocale, mentre tutto intorno crolla. Gli spazi pubblici consegnati alla movida come feudi privati e gratuiti, la città soffocata dai rifiuti, il verde urbano trattato come un fastidio, la villa comunale ridotta a un luogo indecente e indecoroso. Ma attenzione: loro, nientemeno, hanno inaugurato un giochino. Quindi va tutto bene. Foto, articolo, sorrisi, applausi.
Qui non siamo più alla propaganda, siamo alla più degradante e involontaria autocaricatura, alla politica ridotta a posa Instagram, al governo della città trasformato in scenografia. Costoro non amministrano, si fotografano; non risolvono, annunciano e non si occupano del disastro generale perché, evidentemente, non ne hanno le competenze e le capacità. Si limitano a rappresentare e lucidare il dettaglio, sperando che nessuno alzi lo sguardo. E la cosa più offensiva è l’uso strumentale dei bambini come foglia di fico. Tirati in ballo per giustificare il nulla, mentre attorno a loro resta un ambiente degradato, abbandonato e dal quale, proprio i bambini, bisognerebbe tenerli lontano. Se, per Mata-cene & company questa è la loro “tutela”, c’è da preoccuparsi. Forse bisognerebbe ricordare che il decoro non si ottiene con un taglio del nastro, ma con la cura quotidiana. Che la tutela dei bambini non passa da una foto sorridente, ma da spazi davvero sicuri, puliti e vivibili e dal garantire ad essi un pasto caldo alla mensa scolastica. E, soprattutto, che la riqualificazione non è un annuncio, è un lavoro serio e che quindi non può essere affidato alla loro compagnia di giro, esperta solo in foto, slogan, sefie e bla, bla bla.
No, quello di stamani, non è un errore di comunicazione. È peggio: è la totale perdita del senso del ridicolo. Governare una città ridotta così e avere anche il coraggio di sorridere davanti alle macerie, spacciando un giocattolo per rinascita urbana, è davvero ingiustificabile. Complimenti, davvero. Non per il giochino, ma per la spregiudicata audacia di riuscire a celebrare il niente, nel mezzo del disastro, senza nemmeno abbassare gli occhi e cancellare i sorrisi. Una foto perfetta, quella fatta pubblicare stamani,per raccontare, senza volerlo, la distanza abissale tra propaganda e una indegna e deprimente realtà.