Rispetto istituzionale? Glielo spieghiamo noi, sindaco.

Il sindaco Franco Matacene nella sua omelia domenicale diffusa ieri su Facebook torna a parlare — o meglio, a predicare — “rispetto istituzionale”. Lo fa con la solita enfasi curialesca, come se avesse l’autorità morale per impartire lezioni che lui per primo sta dimostrando di non avere mai imparato. E allora sì, forse è il caso di spiegarglielo, una volta per tutte, cosa significa rispetto istituzionale. Non è ostentare autorità e compiacersene in maniera patologica . Non è travestirsi da padre nobile mentre si armeggia come piccolo stratega da retrobottega. Non è riempirsi la bocca di nobili principi mentre li si calpestano uno dopo l’altro, con la pretesa, senza esserlo né praticarlo, di proclamarsi ”padre di famiglia“ . Non è contraddirsi o smentirsi sistematicamente. Non è prestarsi a fare da testa di legno per governare in nome di altri. Non è subire ricatti ai quali non si ha né la forza e né il coraggio di resistere. Il rispetto istituzionale è una cosa seria. È trasparenza nei processi decisionali è coerenza tra parole e azioni. È lealtà, onestà intellettuale e comportamentale, e non è, invece, finta e ingannevole sobrietà o pacatezza o solo esibito equilibrio. Quel rispetto che lei, sindaco, predica dal pulpito che si è autoinnalzato non si sposa con le giravolte di maggioranza architettate per sopravvivere, né con gli equilibrismi grotteschi che trasformano pezzi dell’opposizione in scorta personale. E, anche, il rispetto istituzionale non significa pavoneggiarsi, specie quando tutto intorno crolla. E non significa neanche mettersi perennemente in posa, rilasciare dichiarazioni autocelebrative, fingersi vittima e insieme salvatore, porsi in maniera ossessiva sempre al centro di una scena che dovrebbe essere della collettività, non del proprio rutilante e narcisistico ego. Perché un sindaco che perde il contatto con la realtà, che accentra, impone, promette e poi disattende, afferma e poi contemporaneamente nega non può nascondersi dietro la parola “istituzioni” brandendola come uno scudo personale. Le istituzioni si onorano, non si usano, né tantomeno si calpestano.
E, ancora , non è rispetto istituzionale restare incollati alla poltrona dopo aver definito la propria giunta “inadeguata”, per poi, per paura di perdere poltrona e potere, riconfermarla in blocco, compreso, addirittura, un assessore, Olga Diana, ritenuto incapace e bocciato in consiglio comunale dalla stessa sua maggioranza. Per di più, non è rispetto istituzionale distribuire deleghe in silenzio, come pizzini, nel buio delle stanze, ignorando forma, trasparenza e ufficialità. Non è rispetto istituzionale evocare “ricatti” senza mai esplicitarli , facendo poi finta di ignorarli e lasciando che l’ombra del sospetto aleggi in permanenza sull’amministrazione.
E non tollera , quel rispetto, un teatrale “licenziamento” in pieno consiglio comunale di un assessore ( Gaetana Barella), “trascurando” però di essere conseguente con un formale provvedimento . Ne’ consente, quel valore, di assegnare la delega a regolamentare un settore ad un consigliere comunale, Raffaele Oliva, che per sua stessa ammissione si trova in plateale conflitto di interessi. Il rispetto istituzionale, sindaco, non è un costume di scena che si indossa nei momenti di difficoltà, ma, inizia con un passo indietro quando si è fallito e con l’umiltà di ascoltare chi si è stancato dei teatrini, delle false promesse, delle narrazioni stonate, degli inciuci di palazzo, delle vergognose manovre da foro boario. Sindaco, ormai la città ha imparato a conoscerla, lei in maniera spregiudicata ha costruito una maggioranza a suo uso e consumo : a colpi di promesse e di poltrone da distribuire come premio fedeltà , riservando a sé tre assessorati solo per smistarli sottobanco senza alcuna ufficialità né chiarezza . Una delle conseguenze  di questo scempio è che lei, che predica razzolando tra i resti del suo fallimento, è ormai diventato il personaggio ricorrente di una non invidiabile aneddotica aversana. Sindaco, lei , teatralmente lo richiede, quel rispetto istituzionale. La città lo pretende. E oggi, proprio nel nome di quel rispetto che lei demagogicamente continua a invocare ma non incarnare, la città le chiede di lasciare.