Crisi dei partiti e liste civiche

Stiamo assistendo a un rinnovamento democratico o alla disgregazione silenziosa della politica?

Negli ultimi anni, anche ad Aversa, dove gli ultimi tre Sindaci sono stati eletti al di fuori di simboli partitici, la politica locale ha subito una trasformazione evidente. I partiti tradizionali, un tempo protagonisti assoluti della scena cittadina, sembrano oggi in affanno. Al loro posto avanzano sempre più liste civiche. Cosa racconta davvero questo fenomeno? In questo articolo, che si innesta nel solco di quello da lui pubblicato nell’ultimo numero, Pasquale Giuliano prova a dare una risposta. Stiamo dunque assistendo a un rinnovamento democratico o alla disgregazione silenziosa della politica? Un tempo ormai lontano i partiti erano luoghi di confronto, formazione politica, partecipazione. Le loro strutture organizzative e pedagogiche sono state il motore della democrazia rappresentativa, capaci di formare classe dirigente, garantire democrazia e continuità istituzionale. In questi ultimi decenni, però, il panorama politico ha conosciuto una loro trasformazione significativa, quasi radicale, che spesso li ha portati a diventare organismi leadercentrici. Gli inneschi deflagranti della crisi dei partiti – dovuta a una complessa interazione di fattori storici, sociali, economici e istituzionali – sono stati la corruzione e l’allontanamento dal territorio, eventi che hanno logorato il legame con i cittadini. Questa mutazione genetica ha gradualmente svuotato le basi organizzative, penalizzato la partecipazione diffusa e pressoché cancellato la stessa matrice e identità ideologica che costituivano la loro fede di nascita e la loro preminente ragione d’essere. Ne sono seguiti il progressivo depauperamento della partecipazione politica, un voto sempre più liquido e volatile e una rilevante astensione elettorale assurta a consistenza strutturale. L’indebolimento dei partiti e il conseguente deficit di rappresentanza hanno lasciato spazio a un proliferare di liste civiche, soprattutto a livello locale. Sono così nate formazioni promosse da attivisti territoriali, ex militanti, professionisti, imprenditori, associazioni varie. Tutte, almeno a parole, rivendicano autonomia dai partiti e proclamano massima attenzione ai problemi concreti del territorio. La narrazione che le accompagna, veicolata in maniera martellante, è quella della discontinuità con il passato, con le ideologie, con le logiche opache della partitocrazia. Un linguaggio che ha funzionato maggiormente nei contesti in cui i partiti hanno perso consistenti quote di credibilità. L’emersione delle liste civiche, in taluni casi portatrici di rinnovamento, pone però non lievi problemi circa la tenuta istituzionale e la “qualità” democratica, perché rischia di alimentare una deriva spesso intrisa di dilettantismo, di approssimazione e di rifiuto della complessità; senza considerare, poi, che quelle liste quasi sempre nascono o diventano strumenti di potere personale, senza trasparenza né controlli democratici. Il risultato di tali presenze è una politica senza visione, fatta solo di persone e non di programmi, oltre alla scomparsa di ogni forma di responsabilità in caso di fallimento politico del progetto. Inoltre, la mancanza di meccanismi democratici di selezione trasforma il civismo in un confuso contenitore dove spesso si annidano proprio gli stessi limiti che si imputano ai partiti. In non pochi casi, addirittura, le cosiddette liste civiche altro non sono che “strutture” mimetizzate dei partiti. Per di più, il cosiddetto civismo politico, in nome di una società civile ritenuta virtuosa, non di rado propone figure senza esperienza, spesso animate da buona volontà ma prive di strumenti minimi per affrontare la complessità della gestione pubblica, con il risultato di una politica improvvisata che, disancorata dalle competenze, compromette stabilità ed efficacia dell’azione amministrativa. L’assenza di partiti riformati e rinnovati è quindi un vuoto che le liste civiche, per la loro natura effimera e la loro politica “istantanea” e mutevole, non possono colmare se non a prezzo di perpetuare una dannosa “estemporaneità” nella gestione della cosa pubblica. L’orizzonte civico, infatti, si esaurisce quasi sempre nella dimensione locale e contingente ed è privo di visione, respiro strategico, capacità di interlocuzione con i vari livelli istituzionali. Per costruire e perseguire una visione di società sono invece indispensabili una acquisita cultura politica, una ideologia nel senso nobile del termine, un radicamento stabile e competenze supportate dall’etica della responsabilità. In sostanza e in definitiva, il successo delle liste civiche è un effetto “naturale” della crisi della forma-partito, ma di sicuro non una soluzione. Tutt’altro. La Politica ha bisogno di basi solide: competenze credibili, ideali affidabili e una moderna intelaiatura ideologica capace di offrire e garantire una visione d’insieme. I partiti, se sapranno riformarsi dando, finalmente e soprattutto., maggiore peso agli elettori (urge una nuova legge elettorale), restano – così come prevede l’art. 49 della Costituzione – strumenti insostituibili per la democrazia e il pluralismo e per assicurare consistenza e autorevolezza alla rappresentanza e alla rappresentatività politica. In questo auspicabile contesto, le liste civiche potranno diventare un utile laboratorio e un prezioso ponte tra cittadinanza attiva e politica istituzionale, piuttosto che svilirsi a restare un “prodotto” della perseverante sfiducia partitica e a proporsi come discutibili cartelli elettorali di comodo.

Pasquale Giuliano

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