Quando una ingiustificabile difesa diventa debolezza: il caso Diana- Patriarca

 

In politica ogni gesto conta. Specie in quella cittadina.  E ogni parola pesa. Per questo ha suscitato in me più di una amara perplessità la telefonata di protesta ricevuta ieri sera dalla deputata di Forza Italia Annarita Patriarca. La quale, in maniera più che “vivace”, ha levato le sue più che irritate proteste contro la lettera aperta che ieri ho indirizzato all’assessore comunale Olga Diana, al centro di critiche sempre più insistenti per la sua gestione opaca e per l’assenza di una vera autorevolezza nel ruolo che ricopre.

Orabona Isidoro Sr.

La Patriarca mi ha contestato attacchi strumentali, una misoginia strisciante, rivendicando il diritto delle donne in politica di non essere bersaglio di aggressioni gratuite (!).

Che dire? Tutto legittimo, in teoria e in astratto. Ma ciò che mi ha sorpreso e colpito, e non certo favorevolmente, l’assoluto silenzio della Patriarca sul merito delle critiche rivolte all’operato dell’assessore Diana. Nessun riferimento alle scelte amministrative della sua “protetta”, nessuna replica sulle motivazioni dei miei giudizi, nessuna difesa su presunti risultati concreti della (ormai) “sua” assessora. Solo una chiusura ermetica, (pseudo) ideologica, tutta giocata e motivata sulla contrapposizione politica, sull’appartenenza, sullo schieramento e sul suo preteso dovere “di protezione” verso l’implume Diana.

Eppure, la questione è seria e meritava un altro e diverso approccio. Perché il ruolo di assessore non si esaurisce nel fregiarsi di un titolo o nell’avere un curriculum professionale, né si può difendere per un immaginario “problema” di genere.  Servono capacità di gestione, ascolto del territorio, trasparenza nelle decisioni, impegno qualificato. Risultati.  Quando mancano questi elementi, le critiche diventano non solo legittime, ma doverose. Soprattutto se arrivano in maniera corale anche da cittadini, associazioni e operatori locali che con l’assessorato hanno rapporti diretti.

In questo contesto, la difesa “a prescindere” e incondizionata della Patriarca – mossa, evidentemente, da esigenze di “arruolamento” –  rischia di apparire come una prova di debolezza politica, più che di forza. Un modo per blindare una nomina che si sta rivelando ogni giorno più fragile, più isolata politicamente, più distante dalle esigenze reali della comunità. E per ribadire che, in fondo, in certi contesti, a volere assecondare le risentite proteste della Patriarca, non conta essere capaci, ma solo essere bene “protetti”.

È un messaggio pericoloso, quello della Patriarca, soprattutto per le tante donne che si battono ogni giorno per conquistare spazio nella politica con il lavoro, la competenza, la fatica quotidiana, i risultati raggiunti. Perché, come dovrebbe essere chiaro a tutti, non si combatte il sessismo difendendo l’incompetenza o l’inefficienza, né si costruisce una buona e rispettabile classe dirigente coprendo gli errori con la retorica di una (falsa) aprioristica solidarietà. O, addirittura, evocando e garantendo il solo – ma preoccupante – ombrello della copertura partitica, politica o di potere.

La politica – quella vera e che si evoca di continuo dai palchi elettorali – dovrebbe avere il coraggio di distinguere tra l’attacco gratuito e immotivato e la critica fondata e documentata e, anche, dovrebbe avere la sensibilità e la cultura di prevedere e “sopportare” ironia e satira, da sempre il sale di una vera democrazia. Quella che non tollera interventi a “gamba tesa” come quello in questione.

 La indiscriminata “tutela” delle persone e la protezione delle inefficienze e delle incompetenze non dovrebbero fare parte di una sana educazione politica. Difendere sempre e comunque, senza distinguo, non è un atto di saggezza e di lealtà: è una fuga dal confronto e dalla realtà che vivono quotidianamente i cittadini. Chi ha responsabilità pubbliche, a tutti i livelli, ha il dovere di confrontarsi, dibattere, spiegare, eventualmente correggere e correggersi e, se del caso, l’intelligenza di riconoscere i propri errori e le proprie manchevolezze.  Non di rifugiarsi con protervia e saccenteria dietro il presunto scudo di un presunto potere.

Il cittadino attento tutto questo lo vede, sa distinguere e giudicare. E non dimentica.