Nessun sindaco può salvare Aversa, ma Aversa può salvare se stessa
RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO
Conosco l’autore dai tempi del Liceo e ne apprezzo la capacità di raccontare, con una scrittura aforistica e nervosa, Aversa dal suo interno senza mai lasciarsi sedurre dalle sue autocelebrazioni. Gli addebito, tuttavia, confidenzialmente, anche una sorta di antica “sofferenza”, una specie di “complesso di estraneità”, che in qualche occasione, canzonandolo amichevolmente e sorridendo, gli ho anche rinfacciato. Non essere un nativo aversano, per lui, è quasi una condizione dello spirito che gli genera una diffidenza pressoché antropologica; e “l’aversanità”, osservata dall’esterno, ma con una conoscenza che spesso è più penetrante di quella degli autoctoni, gli appare talvolta come una singolare patologia collettiva. È, la sua, una diffidenza che spesso lo porta a vedere soprattutto le crepe, le contraddizioni, le occasioni perdute, le piccole e grandi miserie e le imbarazzanti criticità. Ma bisogna ammettere che, questa volta, molte delle sue notazioni sono difficilmente confutabili. Anche perché, dietro la crudezza delle immagini, dietro quel gusto quasi espressionistico per gli odori, le pietre, le saittelle, i palazzi degradati; le piazze che sembrano aver perso la propria destinazione e rimandare a una specie di metafisica urbana alla De Chirico; gli edifici storici dimenticati; i progetti annunciati e mai compiuti e la “monnezza” (che ha ormai assunto nella vita pubblica cittadina una dignità quasi istituzionale), c’è, in effetti, una domanda assai seria e preoccupata: che cosa è ora diventata Aversa e, soprattutto, che cosa intendono fare gli aversani in una città che da troppo tempo sembra vivere in una sorta di limbo amministrativo, culturale, civile e politico? Dietro la sua lettura pessimistica si nasconde, quindi, un atto d’amore travestito da requiem, perché l’amore per Aversa – come spesso accade a Terracciano – si manifesta attraverso una forma di disincanto che talvolta sfiora il compiacimento della sventura.
Aversa ha accumulato negli anni una quantità impressionante di questioni irrisolte, di progetti annunciati, di patrimoni non utilizzati, di trasformazioni annunciate ma rimaste sospese o messe in cantina. È come se la città avesse sviluppato una singolare specializzazione: trasformare le potenzialità in conferenze stampa, le conferenze stampa in dibattiti, i dibattiti in commissioni, le commissioni in rinvii e i rinvii, infine, in memoria storica.
In questo senso, non credo, in una città che si trova nelle condizioni in cui si trova, sia utile accanirsi più di tanto sull’ultimo sindaco di turno. Ogni amministrazione eredita qualcosa e lascia qualcosa; spesso eredita più problemi di quanti ne riesca a risolvere e lascia molte più promesse di quante ne abbia mantenute. E qui Terracciano coglie una verità essenziale: nessun sindaco può salvare Aversa. Ma aggiungo: nessun sindaco può essere nemmeno il solo responsabile della sua mancata salvezza. Perché il problema della città non è soltanto amministrativo e politico, ma, prima ancora, un problema di classe dirigente, di partecipazione, di responsabilità collettiva, anche se abbondano gli indignati, i presunti esperti, i sedicenti opinionisti, gli interessati suggeritori e perfino i salvatori della patria.
Eppure, Aversa non è una città senza risorse, perché possiede qualcosa che il pessimismo di Terracciano, per quanto brillante, rischia di mettere in ombra: una straordinaria quantità di energie potenziali. Aversa non è una città morta, ma è una città addormentata. E la differenza è enorme. Una città morta non possiede più anticorpi. Aversa invece li possiede, e anche in abbondanza: nelle sue professioni, nelle sue associazioni, nelle istituzioni culturali, nelle due università, nel mondo dell’impresa, nelle sue parrocchie, nei giovani e nelle tante persone che continuano a lavorare con serietà senza chiedere nulla in cambio.
La sua storia, le sue tradizioni, il suo patrimonio culturale, la ricchezza e la varietà delle sue componenti sociali, la presenza di professionalità di altissimo livello, di uomini e donne autorevoli nei più diversi settori della vita pubblica e privata costituiscono un capitale umano che molte città vorrebbero avere. Il paradosso, però. è che Aversa sembra non sapere bene cosa farsene. E qui entra in scena quella che chiamerei, con un termine forse troppo nobile per descrivere un fenomeno assai prosaico, l’atarassia aversana. Una forma di distacco, di prudenza – spesso pari all’ignavia – e di opportunistica estraneità alla “mischia” politica. Eppure, moltissimi hanno idee, competenze, autorevolezza e perfino soluzioni, anche se preferiscono conservarle con cura, possibilmente lontano dai riflettori. Partecipare sì, purché senza esporsi troppo; criticare sì, ma possibilmente dopo che si sia capito da che parte tira il vento; impegnarsi, naturalmente, ma senza correre il rischio che qualcuno possa ricordarsene al momento sbagliato. È una singolare forma di civismo: molto interessato alla città, purché la città non chieda troppo. E così, accanto a una classe politica che spesso mostra tutti i propri preoccupanti limiti, abbiamo anche una società civile che troppo frequentemente sceglie la posizione più comoda: quella alle spalle del potere, con discrezione, possibilmente senza fotografie e senza dichiarazioni compromettenti. Perché il potere, ad Aversa, come altrove, cambia colore assai più facilmente delle abitudini di chi gli sta intorno. Forse questa è una delle ragioni per cui tante intelligenze restano silenziose e tante competenze rimangono inutilizzate, perché si è sviluppata negli anni una prudenza che qualche volta assomiglia troppo alla convenienza e una cautela che spesso confina con la rinuncia. Ma una città non può essere costruita da coloro che aspettano di sapere prima chi vincerà. Una città si costruisce anche rischiando di stare dalla parte delle idee prima ancora che dalla parte dei vincitori. Per questo condivido il pessimismo dell’articolo, ma non la tentazione – che pure il suo tono potrebbe indurre – di considerare Aversa una città forse condannata alla propria dannazione. No. Aversa è una città ferita, contraddittoria, spesso inconcludente, talvolta persino irritante nella sua capacità di complicare ciò che potrebbe essere semplice. Ma è anche una città viva, colta, antica e contemporanea insieme, piena di energie che non hanno ancora trovato il modo – o forse il coraggio- di diventare una forza collettiva.
Allora, questo, a mio avviso, è il vero appuntamento che ci attende: non cercare l’ennesimo uomo della provvidenza amministrativa, né dare credibilità a chi si dichiara tale, ma creare le condizioni perché una comunità intera torni ad assumersi le proprie responsabilità. Aversa non ha bisogno di essere salvata da qualcuno, ma ha bisogno, piuttosto, di smettere di aspettare che qualcuno la salvi. Deve, insomma, scrollarsi di dosso questa patina di rassegnazione, questa atarassia civica, questa prudenza spesso interessata e ritrovare lo stimolo e il piacere – e anche il coraggio- della partecipazione. Perché il giorno in cui le migliori energie della città decideranno di uscire dalle retrovie, di abbandonare la comoda ma dannosa posizione di spettatori, di mettere nome e cognome alle proprie idee, di esporsi, di discutere, di assumersi responsabilità e anche di rischiare qualche sconfitta, allora forse cominceremo ad avere una risposta alla domanda implicita nell’editoriale di Terracciano. E quella risposta sarà molto semplice: nessun sindaco può salvare Aversa, ma Aversa può ancora decidere di non essere salvata da nessuno, a condizione, naturalmente, che gli aversani decidano finalmente di entrare in campo: non dalla tribuna, non dalla panchina e, possibilmente, neppure dal parcheggio, perché quello che colpevolmente manca è il passaggio dall’indignazione privata alla responsabilità pubblica.
Pasquale Giuliano Presidente di “ALLEANZA per l’ITALIA