Verba volant e………….

Verba volant e…
di Raffaele Iavazzo

Della mia esperienza scout ho tanti ricordi, ma di un bivacco particolare voglio parlare, al convento dei cappuccini di Aversa verso l’ippodromo. Il convento dei cappuccini di Aversa era circondato, e forse ancora lo è, da un alone di mistero e di fantasmi e noi ragazzi lo guardavamo da lontano con un misto di curiosità e di paura. Tutto questo finchè i nostri capi non organizzarono nel grande spazio antistante i ruderi del convento un bivacco di un sabato sera. Allora non facevo parte della squadriglia Aquila, e quella sera l’Aquila volò alto, molto alto, sbaragliò su tutta la linea. Il momento più esilarante fu una scenetta cantata con un piccolo scout nella parte di Santa Caterina di cui si narrava brevemente la storia. Già l’idea era geniale. Il piccolo scout aveva stampato sulla faccia lentigginosa il fatto che era un simpatico e intelligente birbante, molto improbabile a rappresentare la santa Caterina che era figlia di un re e il padre era pagano e la madre invece no. Geniale, poi, l’idea di mettergli in testa a rappresentare un velo monacale uno stropicciato fazzoletto, che naturalmente faceva fatica a rimanere al suo posto suscitando l’ilarità che si può immaginare.
Di quel bivacco ho un vivo ricordo. Tutto aveva l’aspetto di un gioco e di un intrattenimento e solo più tardi ho capito che dietro quell’apparenza era in azione una grande lezione di narrazione. Ad ogni fuoco eravamo ignari, piccoli e felici testimoni di un lungo sforzo evolutivo; nella dura lotta di sopravvivenza un grande aiuto lo ha dato proprio quella capacità di saper raccontare. Il bello del metodo scout è proprio in questa capacità di insegnare giocando, insegnare vivendo.
Ci sono parole che catturano il cuore di un giovane scout: promessa, lealtà, squadriglia, campo, natura, bivacco, esplorazione, impegno, prove…E lo catturano per sempre.
Un antico aforisma dice che verba volant, ma le parole fanno anche altro. Con le parole l’uomo ha imparato a cogliere e a esprimere gli aspetti più alti della consapevolezza intellettuale, degli affetti e degli eventi dell’esistenza quotidiana. Questo ha creato scambi e relazioni, comunioni e comunità, crescita sociale e culturale.
Beata sapienza di un semplice bivacco e dei canti di squadriglia e delle scenette che abituavano ad esporsi e a vincere la timidezza e a cominciare il grandissimo gioco delle relazioni, che sono faticose e siamo tentati di semplificarle per non avere grane, mentre se accettiamo di curarle con qualche rinuncia ci aprono subito alla bellezza dell’incontro.
Materiale e immateriale, fotogrammi che non sono mai uguali, come la fiamma del fuoco, con colori sempre cangianti e che toccano il cuore.
E così cresce la maturità di una persona, all’interno di un ciclo di cui si avverte la responsabilità, con un’emozione calda, ricca di affetti.
E con la maturità si fa avanti l’atteggiamento del prendersi cura, come richiede una buona convivenza, per giungere ad essere responsabile di un contesto.
Il prendersi cura richiede coraggio ed esclude ogni sorta di anemia morale nel saper affrontare le questioni. Cosi facendo accede all’invisibile e diventa strumento per sentirsi nella continuità della storia e della sua benefica funzione.
Le parole della comunicazione, specialmente della comunicazione di quello che ci sta più a cuore, debbono essere parole educate. Per parole “educate” intendo le parole che hanno voluto studiare per imparare il significato vero, la possibilità di essere equivocate, il loro miglior dosaggio, il loro ritmo, la necessità di essere ben dette e le condizioni in cui meglio essere espresse.
Le parole che sono andate a scuola sanno di avere tante compagne, ci sono le parole d’amore, che animano il cuore e lo fanno cantare, che ci fanno sentire senza peso e felici di vivere, poi vengono le parole che portano impegno, che parlano della nostra onestà e ci fanno guardare agli altri come meritevoli di essere rispettati e meritano onore.
Le parole allegre sanno di essere le più gradite, entrano leggiadre in ogni contesto. Saper ridere diventa un modo di vivere più leggero, senza rigidità, senza guardare alla nostra persona con aria supponente, come se fossimo la ruota del mondo. Diventa anche un modo di sentirci con coerenza, appunto, strumenti inutili nelle mani del Padre, e di affidarci alla Sua misericordia, consci della Sua Grazia, che è per l’appunto gratuita. Poi ci sono quelle pesanti che non si vorrebbe mai dire, le parole che più facilmente si tengono in disparte, le parole che usano solo le persone che sentono la responsabilità di doverlo fare. Ho simpatia per coloro che non si sottraggono al compito di affrontarle. Essi hanno ben evidente la necessità di saper decidere, di occupare un posto e di caricarsi dei conseguenti doveri. Le parole che pesano rispondono alla questione di scegliere se fondare la casa della propria esistenza sulla pietra, o di rischiare irresponsabilmente di costruirla sulla sabbia, di far fronte alla propria responsabilità o di rifuggirne con viltà.
Le parole più educate sono quelle di scuse, quelle che sanno riconoscere di avere sbagliato e si presentano nella loro sobrietà. Sono parole che dicono direttamente la condizione creaturale di chi le pronuncia, fatta di limiti e di possibilità di errori. Nell’ammettere il motivo che mortifica, segnalano la bellezza di un animo umile.
Non ci sono parole bugiarde. Non sono le parole a mentire e ad alterare il nostro pensiero. Anzi qualche volta sono proprio le parole che, forzate alla bugia, si vendicano uscendo malfatte, modificando magari il tempo di fluire o costringendo la voce a rivelarlo.
Poi ci sono le parole che pregano.
Quando qualche nostro affanno più tormentato non si risolve e facciamo più fatica a trovare pace, possiamo cominciare a pensare a parole di perdono.
Perdonando restituiamo riposo alla notte e ci sentiamo più coerenti con quell’essere fatti a immagine del divino.