È proprio giunto il momento di fare una opportuna riflessione sul contenuto e sul tono degli interventi del sindaco Franco Matacene, specie dopo quello solenne e liturgico fatto da lui nell’ultimo consiglio comunale.Nella comunicazione pubblica, ogni discorso di Matacene si trasforma in liturgia. Non più informazione, non più confronto, ma una celebrazione del sé, del ruolo, del potere. Lui non governa: celebra. Non risponde, ma benedice. Non comunica: officia e trasforma ogni sua apparizione pubblica in una funzione liturgica e ogni frase in un versetto del vangelo secondo sé stesso. Nel suo linguaggio nulla è mai semplicemente fatto: è “realizzato con visione”, “donato alla città”, “frutto di una missione che ci onora”, “insegniamo il rispetto per il bene comune”. Con, alla fine, la solita chiusura pastorale:“continueremo, insieme, maggioranza e opposizione, per il bene di tutti”. Manca solo l’amen, l’organo in sottofondo e la raccolta delle offerte. Il “noi” usato compulsivamente, però, non indica mai una squadra o una cittadinanza, ma serve solo a strumentalmente diluire l’ipertrofia dell’io. Insomma, in Matacene la grammatica dell’apparente umiltà nasconde un altare innalzato al proprio ego. E qui una domanda va posta. Ma Matacene, quando si rivolge con toni solenni, ieratici, impregnati di retorica salvifica che echeggiano una predica, possibile che non si renda conto che cosi sollecita un naturale interrogativo: ma costui, a chi cavolo sta parlando davvero?Le sue movenze e il suo lessico intriso di autocelebrazione, si prestano quindi a un’analisi che va oltre il piano politico. Non è solo un amministratore che informa, è un sacerdote della propria immagine, un officiante della narrazione in cui ogni decisione è un miracolo e ogni dissenso un atto di eresia. Ogni suo intervento pubblico è costruito come un’omelia, con il popolo ridotto al ruolo di coro passivo, chiamato non a partecipare ma ad adorare. I verbi usati sono spesso perentori (“abbiamo fatto”, “faremo”, “non permetteremo”, “provvederemo”), come se l’azione politica fosse un dogma calato da lui dall’alto, e non il frutto di un processo collettivo. E il tono? Artificiosamente elevato. La forma, qui, in effetti, è sostanza: lo stile pomposo nasconde la mancanza di contenuto, la retorica ridondante ed enfatica maschera l’assenza di confronto reale. Infatti, dietro il suo linguaggio pretesco si cela un intento preciso: neutralizzare il dissenso. Perché chi si oppone non è un aversano con un punto di vista diverso, ma un infedele, un ingrato, un traditore dell’ordine civico e morale che lui pretende di incarnare (!). Non c’è spazio per la dialettica, ma solo per l’adesione.Non si rende conto, Matacene, che la città non è una chiesa, i cittadini non sono fedeli e che è tempo di spegnere l’incenso. Gli aversani hanno diritto a parole chiare, a gesti concreti, a uno stile sobrio che rispetti l’intelligenza collettiva. Hanno diritto – soprattutto – a un sindaco che governa, non che predica. Con lui, infatti, i problemi diventano simboli, le soluzioni miracoli, gli oppositori blasfemi. Il municipio si trasforma così in sacrestia, la città in parrocchia. Ma solo per chi si inginocchia.Eppure, a ben vedere, la città non chiede miracoli. Chiede strade senza buche, pulite, non occupate dai locali della movida, ordine, sicurezza, dialogo costante, amministrazione trasparente. Chiede meno incenso e più sostanza. Perché gli aversani non cercano un padre spirituale: vogliono un sindaco che faccia il suo mestiere e non si affidi solo alle omelie.E allora, a chi ancora si ostina a vestire la fascia tricolore come fosse una stola sacerdotale, viene da dire con garbo e una punta di ironia: scenda dal pulpito e smetta di benedire.