Pasquale Giuliano Presidente di “Alleanza per l’Italia”
La nuova legge elettorale, approvata qualche ora fa dalla Camera con voto segreto (217 a favore, 152 contro e 2 astenuti), introduce un sistema proporzionale con premio di governabilità (70 seggi alla Camera, 35 al Senato), assegnato alla coalizione che supera il 42% dei voti e risulta prima in entrambe le Camere; in mancanza di tali condizioni si torna a un proporzionale puro, senza premio.
Il testo mantiene le liste bloccate, non consente agli elettori di esprimere preferenze e impone l’indicazione del candidato premier al momento della presentazione delle liste.
Il dato politicamente più significativo è che, dopo la bocciatura dell’emendamento presentato dal centrodestra, gli elettori continueranno a non poter scegliere i propri rappresentanti. Potranno scegliere il simbolo. I nomi, invece, li sceglierà qualcun altro. Una forma di partecipazione decisamente… alleggerita.
Naturalmente la riforma viene presentata come un passo avanti. Del resto, ogni legge elettorale nasce sempre con le stesse “nobili” promesse: garantire stabilità, assicurare governabilità, evitare frammentazioni. Obiettivi rispettabili Talmente rispettabili da finire quasi sempre per oscurarne un altro: la rappresentanza. Ma la rappresentanza, il pluralismo e la libertà di scelta degli elettori non hanno lo stesso valore di quelle esigenze di stabilità e governabilità?
Comunque, una domanda continua a rimanere senza risposta: una democrazia è davvero più forte se, per rendere più stabile il governo, rende più debole, fino quasi a cancellarla, la libertà degli elettori?
Al di là degli slogan, il punto è semplice: quanto potere resta realmente nelle mani dei cittadini? Ben poco. Con le liste bloccate, gli elettori votano un simbolo mentre gli eletti vengono decisi dalle segreterie dei partiti. Si vota il pacchetto, senza possibilità di scegliere il contenuto.
L’abolizione delle preferenze ha modificato profondamente il rapporto tra eletto ed elettore. Un parlamentare finisce inevitabilmente per sentirsi più debitore verso chi lo ha collocato in una posizione sicura della lista che verso gli elettori. È una forma di riconoscenza politicamente comprensibile, ma democraticamente assai discutibile.
Ne deriva un Parlamento composto da persone selezionate dall’alto, bene “irreggimentate” e spesso prive di un reale legame con il territorio che dovrebbero rappresentare. Accade così che un candidato possa essere “paracadutato” in una circoscrizione che conosce appena e di cui quasi sempre ignora i problemi. La geografia, in politica, è ormai diventata un dettaglio. Basti ricordare che nel 2001 Sergio Mattarella fu candidato in Trentino-Alto Adige, a parecchi chilometri dalla sua Sicilia.
Le preferenze non sono un sistema perfetto. Possono favorire clientelismo, voto di scambio e campagne elettorali costose, si afferma spesso. Anche le donne di tutti gli schieramenti lamentano che potrebbero non rispettare i parametri delle cosiddette quote rosa. Sono obiezioni che non mancano di fondatezza. Ma eliminare le preferenze equivale a curare la febbre rompendo il termometro. O, se si preferisce, a vietare le automobili perché esistono gli incidenti.
I sostenitori della riforma insistono sulla necessità di garantire governi più stabili. È un obiettivo legittimo. Ma una legge elettorale non serve soltanto a “produrre” governi: serve anzitutto a rappresentare i cittadini. Se la governabilità diventa l’unico criterio di giudizio, il rischio è che la rappresentanza venga considerata un fastidioso effetto collaterale.
La democrazia non muore soltanto con i colpi di Stato o con la sospensione delle libertà. Può anche consumarsi lentamente, riforma dopo riforma, ogni volta che ai cittadini viene sottratto un pezzo del loro sacrosanto diritto di decidere. È un processo silenzioso, quasi impercettibile, ma non per questo meno pericoloso. E quando agli elettori viene sottratta la possibilità di scegliere le persone che li rappresentano, la domanda non è se la democrazia sia ancora formalmente in piedi. La domanda è quanta sostanza democratica sia rimasta.
Se anche il Senato confermerà questo impianto, la distanza tra cittadini e istituzioni rischierà di aumentare ulteriormente. In un Paese già segnato da un astensionismo crescente, restringere gli spazi di scelta appare un rimedio curioso: per combattere chi non vota, si offre ancora un motivo per farlo continuare a non votare.
Resta la speranza che, a settembre, nel passaggio al Senato, prevalga una riflessione meno ideologica e più rispettosa del principio di rappresentanza. Reintrodurre le preferenze non significherebbe risolvere tutti i problemi della politica italiana, ma restituire agli elettori almeno una parte di ciò che negli anni è stato loro progressivamente sottratto.
Perché la governabilità è un valore. Ma la democrazia lo è di più.
Spes ultima dea articolo trattro da:
https://www.cittanormanna.it/articolo/pasquale-giuliano-spes-ultima-dea-yotze
Continua a leggere

Aversa, il Comune convoca i commercianti per la Notte Rosa. Ma resta il nodo delle risorse economiche
