Sermone del sindaco: retorica d’autonomia, pratica di sudditanza

Il sindaco Franco Matacene ancora una volta ha dato prova delle sue ben note qualità. No, non di qualità politiche o di amministratore, ma di tecnico – idraulico. Già qualche settimana fa aveva documentato con un selfie come si sostituisce un tubo intasato di un lavandino di una scuola. Ieri, in consiglio comunale, ha intrattenuto l’uditorio su un suo analogo intervento, sempre presso una scuola, per riparare, mesi fa, l’impianto di riscaldamento. Matacene, in particolare, si è soffermato sulla caratteristiche di una valvola termica rotta e sulle modalità di sostituirla :con una di due o tre pollici? E qui, di fronte a questo angosciante dilemma,  si è esercitato in un’alta discussione tecnica, all’esito della quale, naturalmente, ha precisato che solo grazie ai suoi suggerimenti l’impianto tornò a funzionare. Et voila’, madame et monsieur, Matacene’ hidraulique!
Dopo questo suo involontario numero comico, Matacene, con la sua abituale e lacrimevole liturgia, ha auspicato che alle prossime elezioni regionali venga finalmente eletto un rappresentante aversano, lamentando come la città, finora, sia sempre andata “al traino” di altri territori. Constatazione del tutto apprezzabile e condivisibile,  certo, se non fosse svuotata di coerenza rispetto al suo percorso politico .Ma con quale faccia tosta e quale credibilità può invocare  un’autonomia politica per Aversa, quando proprio lui, Matacene, ha costruito la sua ascesa alla poltrona sulle spalle del mondragonese Giovanni Zannini? Non è forse lui, Matacene, che si è supinamente accovacciato sotto l’ala protettiva di colui che oggi rappresenta, politicamente, elettoralmente, ma anche altro, un riferimento esterno alla città? Impossibile dimenticare che la candidatura di Matacene, dopo le sue incessanti richieste, è stata partorita proprio nei salotti elettorali zanniniani e che la sua elezione è il frutto di un’operazione di potere in cui Aversa ha contato quanto il due di coppe quando la briscola è a denari.
Più che un invito alla riscossa civica, lo spudorato predicozzo di Matacene suona come un tentativo maldestro di riscrivere la realtà: perché Aversa non è andata al traino “di altri”, ma di chi, in prima persona, lui, per assecondare suoi vaneggiamenti di potere,ha scelto di legarla a interessi e poteri che poco hanno a che fare con l’autonomia cittadina.
Chi ha contribuito a fare di Aversa un feudo, oggi non può tentare di spacciarsi per “liberatore”.La coerenza, in politica come nella vita, non è un optional. La verità è semplice: chi ha contribuito a rendere Aversa quella che politicamente è (anzi, non è)non può oggi improvvisarsi paladino dell’indipendenza. Sarebbe come se un piromane si proponesse come capo dei vigili del fuoco.