La fase senile dei partiti, la scarsa credibilità che li circonda, l’ansia di guadagnare i favori popolari con elargizioni e stratagemmi vari e le presenze affidate alla nuova agorà della democrazia telematica hanno dato spazio ad avventurieri della politica, a mercanti, a impavidi improvvisatori e ad arruffoni. Tutti costoro, tra demagogie, tradimenti e nefandezze e indecorosa trasversalità si contendono consenso e brandelli di potere appartenuto agli antichi schieramenti partitici. La Politica è quindi diventata autoreferenziale, con filiere elettoralistiche personalizzate e finalizzate alla moltiplicazione dei consensi. Ne è nata anche una “moda”, piena di umori ma scarsa nei contenuti, che induce, soprattutto a livello locale, a proclamarsi apartitici o, comunque, più o meno esplicitamente, aperti a soluzioni di qualunque genere e colore, purché funzionali alla conquista del consenso e alla scalata istituzionale. Un mare politico (o una fogna politica?) in cui oggi c’è un po’ di tutto e molti, anche gli insospettabili, ci nuotano dentro senza tapparsi nemmeno bocca e orecchie. Però, sforzandosi di essere ottimisti, è prevedibile che man mano si passerà dall’ euforia, dal protagonismo e dal personalismo esasperato alla divisione e alla marginalità.Sinora, però, ne è conseguito, in mancanza di figure credibili, autorevoli e carismatiche e considerato il livello degli spregiudicati politici emergenti, che nessuno è più in grado di governare perché, (non c’è bisogno di ricordare Alessandro Manzoni) l’umore delle folle è mutevole. Un giorno si corre tutti di qua, il giorno dopo si va di là, l’altro ancora si aspetta immobili o al centro per orientarsi prima di schierarsi. Un giorno si grida viva Tizio e il giorno dopo si passa a Caio, facendo però l’occhiolino a Sempronio. Il risultato è il vuoto politico, il trasformismo più bieco e l’immobilismo nel quale, specie a livello comunale e nel territorio casertano in particolare, viviamo da anni. E qui è superfluo enumerare i Comuni e gli Enti sciolti per infiltrazione camorristica, quelli in crisi, quelli agonizzanti per dissidi quotidiani della maggioranza o quelli abbandonati al commissariamento per problemi giudiziari o quelli lasciati “in gestione” al sodale affidatario.In questo quadro degradante, un posto di rilievo spetta ad Aversa. Questi primi sette mesi di amministrazione Matacena hanno messo a nudo tutta la discutibile e precaria labilità della informe costruzione elettoralistica messa in piedi dal consigliere regionale Giovanni Zannini, al cui vertice ha imposto Francesco Matacena. Da questa impalcatura caratterizzata da motivazioni tattiche e da strategie opache e discutibili, come era facilmente prevedibile, è immediatamente emersa la inconsistenza e inadeguatezza della cernita operata da Zannini: una singolare e trasversale disomogeneità costituita da personaggi noti per il loro trasformismo, privi di capacità, affidabilità e competenze per governare la città. Un quadro che si è, addirittura, ulteriormente degradato a seguito delle non lievi vicende giudiziarie in cui è coinvolto quel consigliere regionale, la cui conseguente perdita di forza impositiva ha aumentato dissidi e scontri interni all’ attuale maggioranza, delegittimando ancora di più un Matacena inerme, confuso, in balia di sé stesso e della sua sconcertante impreparazione. L’uomo, da commercialista, è ora diventato solo il curatore fallimentare della psseudo politica zanniniana e, allo stesso tempo, amministratore in proprio, o per conto del prossimo potente di turno cui bacerà l’ennesima pantofola, di possibili consensi per le imminenti elezioni regionali. E nell’attesa, malgrado inadempienze, sprechi e inattività della giunta, il sindaco si crogiola a restare bene assiso sulla sua tanto sognata poltrona, perché fino ad allora nessuno della sua rappezzata coalizione ha interesse a sbaraccare e tornare a casa. E men che meno i suoi ben retribuiti e chiacchierati assessori. E intanto la città langue, sprofonda, vive in un caos indicibile e costretta ad assistere ad uno spettacolo quotidiano che definire vergognoso è poco.
Isidoro Orabona Senior