La Campania è una regione che non perdona né incompetenze, né incertezze, né indecisioni.
Per governare la nostra Regione occorrono fermezza, visione operativa, capacità di imporre un ritmo decisionale chiaro e di tenere insieme un sistema complesso senza esserne travolti. Ed è proprio qui che emergono consistenti perplessità sul profilo del candidato Roberto Fico. La sensazione, molto diffusa anche negli stessi ambienti di centrosinistra, è che le sue doti politiche più orientate al dialogo che al comando, siano – nel caso di una sua vittoria –del tutto insufficienti per reggere l’urto di una macchina regionale che richiede competenze, esperienza, determinazione e un’autorità istituzionale ”muscolare”.
L’interrogativo è legittimo: la Campania non ha bisogno di simboli, ma di governo; non di buone intenzioni, ma di capacità amministrativa; non di figure accomodanti, ma di una leadership strutturata e riconosciuta. Fico, a dirla tutta, non sembra avere la forza e la capacità di trasformarsi da politico incolore, qual è da tutti riconosciuto, in un leader di governo in grado di affrontare con, decisione e fermezza conflitti, resistenze e nodi operativi. E’ pressoché generale la convinzione che incarna una discontinuità solo apparente, destinata però a rimanere prigioniera della propria fragilità.In una regione che chiede risposte e non sogni, la domanda diventa pressante: la Campania può permettersi un presidente dalle doti considerate, da quasi tutti gli osservatori, troppo modeste per le competenze e la forza che questo territorio pretende? La sfida è enorme. La posta in gioco, ancora di più. La Campania è una regione che non consente inesperienza, improvvisazioni. È un territorio che pretende lucidità, forza decisionale e una operatività che non si perda nel galateo istituzionale. Roberto Fico, caratterizzato da un profilo politico percepito come modesto, troppo morbido, troppo esitante, più incline a un ruolo di rappresentanza che di comando, con queste sue fragilità, appare del tutto incompatibili con la “brutalità” amministrativa che la Campania impone a chiunque ambisca a governarla. E’ comune convinzione che Fico non possieda le qualità necessarie per spezzare inerzie decennali, per imporsi su apparati recalcitranti, per fronteggiare anche la prevedibile invadente presenza di un De Luca deciso a non eclissarsi, e per tenere il passo di una governance che richiede fermezza, conflitto e rapidità. Le sue doti, giudicate toppo tenui da una significativa parte anche del suo stesso elettorato e dell’establishment in genere, rischiano di tradursi in una leadership capace solo di rincorrere con affanno e inconsistenza, invece di affrontarli, gli annosi problemi campani. La Campania non è il luogo in cui si può governare per sottrazione, sperando che la proclamata moralità personale supplisca all’assenza di un’impronta forte e innovativa. La Regione pretende una guida che sappia manovrare, non solo rappresentare; decidere, non solo dialogare; incidere, non solo evocare cambiamento. In questo senso, la candidatura di Fico appare sospesa tra ambizione e fragilità, tra desiderio di rinnovamento e la concreta e alta probabilità di risultare schiacciato da una macchina amministrativa che non concede appigli a chi non ha passo fermo e capacità di comando pienamente formata.E così la domanda finale si ripropone e si fa inevitabile, quasi crudele nella sua semplicità: una Campania che ha bisogno di autorevolezza e forza, può affidarsi a una figura che molti considerano politicamente esile, fin troppo leggera per il peso specifico della Regione? Il verdetto spetterà agli elettori. Ma la posta in gioco, per la Campania è infinitamente più alta di una vittoria elettorale: è la sua stessa capacità di ritrovare una direzione. E Fico appare l’esatto contrario dell’idea di governatore che la Campania, suo malgrado, continua a richiedere: una figura autorevole, accreditata per consolidati meriti personali e per riconosciuta operatività (non solo per cariche istituzionali ricoperte), capace di dire “no” anche con durezza, di affrontare apparati resistenti senza affidarsi alla sola levità e gentilezza istituzionale, ma in grado di esprimere l’irruenza operativa necessaria per governare un territorio che vive in costante emergenza strutturale.
Vincenzo Citarella