Il consiglio comunale tenutosi ieri ha offerto una rappresentazione plastica della confusione dell’incompetenza, della equivocità e della inconsistenza di una maggioranza guidata da Mata-cene, il sindaco generosamente e “ruffianamente” definito dalla sfiduciata Olga Diana, “frizzante”, benché completamente “sfiatato”.
E’stato il funerale della credibilità amministrativa, celebrato da assessori afoni, smarriti politicamente evaporati e officiato da un sindaco ormai esperto solo in sorrisi fuori luogo e tempo.
Soprattutto, poi, quel consiglio, ha dato la conferma, se ve ne fosse stato bisogno, della spasmodica, disperata ossessione della maggioranza e del sindaco a non volersi scardinare dalle poltrone.
Insomma, sul palcoscenico ormai sgualcito del nostro Consiglio è andata in scena l’ennesima replica dello spettacolo tragicomico di cui è protagonista questa amministrazione.
Le interrogazioni, strumento fondamentale di controllo e trasparenza, sono state trattate come fastidi personali. Gli assessori – già delegittimati nei fatti, ma ancora aggrappati alla poltrona come naufraghi al relitto – hanno balbettato risposte telegrafiche, monosillabiche, svuotate di contenuto tecnico, prive di direzione, senza nemmeno la dignità di ammettere: “non mi sono informato, non lo so”.
A rispondere alle interrogazioni – cioè, a far finta di sapere perché occupano quella poltrona – sono stati, incredibile a dirsi, assessori politicamente defunti, tenuti in piedi solo dal filo di un incarico che nessuno ha il coraggio e la forza di tagliare. Infatti, contrariamente alle notizie fatte filtrare e pubblicate su giornali e social, a tutt’oggi, a quest’ora, non sono ancora state revocate le deleghe a tutti gli assessori: sono tutti ancora disastrosamente in carica, compreso Diana, che, pur avendo cambiato casacca, conserva sulla sua nuova maglietta il numero 19, il marchio da centravanti di sfondamento della sfiducia.
Gli assessori, reduci da mesi di silenzi e voci di corridoio più robuste delle loro deleghe, hanno risposto con la stessa convinzione con cui si giustifica una marachella che è stata scoperta: balbettando, evitando lo sguardo, e aggrappandosi a frasi fatte, come naufraghi appesi a una zattera sfasciata. Sembravano studenti chiamati all’interrogazione mentre dormivano sul banco o colti in fallo per avere scopiazzato il tema.
In mezzo a questo naufragio di dignità e competenza, galleggiava lui, il sindaco illusionista del nulla, sorridente più per falso ottimismo da mostrare che per consapevolezza. Osservava la platea con l’aria di chi aspetta che il tempo passi e che, al posto suo, risolva i problemi. Uno sperimentato attendista di razza, ben noto a tutti quelli che lo conoscono nell’arte del “non decidere per vedere cosa succede”, ma, comunque, pur di conservare la poltrona, pronto anche a cantare per intrattenere gli inviati. Inadeguato ma strumentalmente pacioso, un maestro nel confermare fiducia a chi l’ha persa da mesi, incapace di scegliere, decidere, guidare, convinto che la leadership si misuri con presenze a cerimonie varie, strette di mano, supina e sorridente disponibilità, e non, invece, con decisioni illuminate, risolutive e dando prova di risultati tangibili.
Il consiglio, nel quale da un anno si è accampata questa maggioranza, ma in cui gli astenuti sono dignità, coerenza e buon senso, più che un organo democratico, sembra una riunione di condominio in cui nessuno ha letto l’ordine del giorno, ma tutti sono convinti che sia colpa di qualcun altro.
E ieri proprio in questo modo si è andati avanti: tra risposte evasive, assessori che sembrano passanti capitati lì per caso, e un sindaco che aspetta che piova per non annaffiare il giardino.
Sappiano gli aversani, ora e finalmente, che la politica in questa città non è la soluzione dei problemi, ma è diventata essa stessa il vero problema.
E così, dopo un anno, pressati dall’opposizione, dalla nutrita e giustamente “incazzata” presenza dei mercatari (la costruzione dell’impianto sportivo gli sottrarrà spazi vitali) , con il terrore di evidenziare le loro vistose “spaccature” anche in consiglio comunale e, quindi, di andare sotto con la votazione, si sono solo ora accorti che il progetto del palazzetto dello sport va riesaminato, rivisto alla luce di un parere pro veritate da richiedere. Ma, c’è da domandare e domandarsi: il chiaro e autorevole parere espresso dalla valente segretaria comunale non conta niente? Ma si sono resi conto che in tal modo gli assessori proponenti, l’amletico Orlando De Cristofaro, e il sornione e sonnolento Francesco Sagliocco, sono stati ancora una volta clamorosamente sfiduciati?). La verità è che, più che il parere da affidare a qualche compiacente tecnico, bisognerebbe informarsi o conoscere l’esito degli accertamenti che ha compiuto o che sta compiendo l’autorità giudiziaria per tutti i rilievi sollevati nella corposa e dettagliata denuncia dell’ex consigliere comunale Eugenia D’angelo.
Imbarazzante, poi, e stata la discussione dei debiti fuori bilancio per sentenze di condanna pronunciate dall’autorità giudiziaria nei confronti del comune. Un dibattito che ha messo in evidenza(per non richiamare ancora la famosa frase pronunciata da Alberto Sordi nel film “Il marchese del Grillo) che non conta un tubo il sacrosanto principio del rispetto dell’ordine cronologico.
Stiamo parlando del settore contenzioso, che ora, incredibilmente, risulta ancora affidato ad Alfonso Oliva, il famoso “dilettante allo sbaraglio”. Ma su questa delicata vicenda, che ribolle e“grida vendetta”, sarà opportuno tornarci quanto prima con un report dettagliato e documentato.
Conclusione? Questa non è politica, è occupazione passiva del potere, senza oneri, senza onore. Non è consentito più di restare in silenzio in una città diventata ostaggio di un immobilismo che tutela solo ruoli, stipendi, visibilità. Pretendere competenza, trasparenza e responsabilità non è un lusso : è il minimo sindacale.
Questa città merita di più. E merita di meglio.