IL TERRENO CHE NESSUNO HA COLTIVATO
Parlare di “crisi” del centrodestra casertano non significa registrare semplicemente una sconfitta elettorale. Sarebbe una lettura superficiale, quasi consolatoria. I numeri raccontano altro: il consenso c’è, è significativo, diffuso e, in molti territori, è persino maggioritario. Eppure, quel consenso non si traduce in una linea politica riconoscibile, in presenze istituzionali adeguate né in una capacità di governo. Tutto questo è il sintomo di una crisi qualitativa, strutturale, che riguarda la debolezza della classe dirigente, la tenuta dell’organizzazione e l’assenza di una proposta politica. Il paradosso è evidente: tanti voti, ma trascurabile potere reale, nessuna guida e una rappresentanza senza leadership. Questa discrasia evidenzia una crisi strutturale riconducibile a tre fattori principali: fragilità della classe dirigente, inadeguatezza dell’organizzazione partitica e assenza di un percorso politico condiviso. Ne deriva una configurazione paradossale: robusto consenso elettorale, ma scarso potere politico effettivo e assenza di una leadership capace di coordinare e di indirizzare. È il classico caso di forza senza potere, quello che i politologi hanno descritto come schieramenti che sopravvivono nelle urne ma scompaiono nella società. Da troppo tempo si continua a rappresentare il centrodestra casertano come soggetto politico unitario. In realtà non lo è. Esiste solo come etichetta elettorale, utile al momento del voto e pressoché irrilevante il giorno dopo. Esistono elettori, candidati e perfino eletti. Ma non esiste una struttura capace di organizzare quel consenso, disciplinarlo e trasformarlo in governo. Questo è il cuore del problema, anche per la qualità complessiva della democrazia locale. Quella che un tempo era una coalizione reale e vincente è oggi un arcipelago disordinato di gruppi di potere locale, leadership personali, reti di consenso ed equilibri malfermi. Non c’è una linea comune né una strategia, né una sintesi. C’è solo una competizione permanente tra notabili, micro-leadership interessate più a difendere il proprio spazio che a costruire qualcosa di collettivo. È la degenerazione della personalizzazione: non partiti forti guidati da leader, ma frammenti autoreferenziali, incapaci di parlare tra loro e con i cittadini. Di fatto, i partiti dello schieramento di centrodestra sono diventati gusci vuoti. Non c’è militanza, la presenza territoriale è insignificante, manca una selezione seria della classe dirigente. Solo simboli da utilizzare all’occorrenza o da concedere in affitto per sostenere candidature. Non esistono comunità politiche né percorsi condivisi e la formazione è assente. Domina l’improvvisazione e prospera una classe dirigente poco riconosciuta, spesso inadeguata al ruolo. Questo è il punto più critico, sul quale, però, si preferisce tacere: la responsabilità diretta degli eletti. Essere eletti non significa essere rappresentativi. Non basta raccogliere preferenze per diventare classe dirigente: servono capacità, credibilità, presenza attiva, visione. Elementi che nel contesto casertano, purtroppo, risultano carenti, insieme a una identità politica evanescente. Molti eletti sono politicamente “irreperibili”, silenti, incapaci di incidere nei processi decisionali o di costruire consenso duraturo. Non rappresentano efficacemente i territori se non in maniera occasionale e spesso si limitano alla gestione del proprio consenso personale. Però, quando il livello della rappresentanza si abbassa, si abbassa anche la qualità della politica. Il risultato è evidente: cresce la distanza tra cittadini e istituzioni e si crea un vuoto riempito da altri. In questo spazio si è progressivamente inserito il civismo. Non come alleato, ma come sostituto. Le liste civiche oggi vincono, aggregano consenso, selezionano candidati. I partiti inseguono, quando ci riescono; più spesso subiscono e si accodano docilmente. Nel casertano il fenomeno è andato oltre: si è verificata una sostituzione completa, una resa. Rappresentanti senza reale rappresentanza e, in non pochi casi, senza adeguata capacità. Ne è conseguito, tra l’altro, che i partiti non organizzano né guidano il civismo, ma ne sono ostaggio. Risultato: si litiga su tutto, si costruisce zero, si perde anche quando si vince. Eppure, si continua a far finta di niente e a pensare che basti cambiare candidato, aggiungere una lista, stringere un accordo in più. È un’illusione, o peggio un alibi. La verità è più dura: questa crisi è interna. È il prodotto di anni di inerzia, mancata organizzazione e selezione della classe dirigente basata su logiche personali anziché sul merito. È il risultato di una politica ridotta alla gestione del consenso e incapace di trasformarlo in progetto: non è mancato il consenso, ma la politica. A questo punto non ci possono essere più zone grigie. Le alternative sono due: rifondazione o irrilevanza. Rifondare significa rompere davvero con il passato. Non a parole, ma nei fatti: mettere in discussione gli equilibri consolidati, superare i feudi, interrompere le candidature automatiche, selezionare una classe dirigente credibile. Significa costruire un’aggregazione provinciale riconosciuta, capace di tenere insieme tutto e tutti e di dare una direzione unica. Significa smettere di subire il civismo e iniziare a integrarlo in un progetto politico credibile. L’alternativa è continuare così e accettare il declino: un centrodestra ridotto a sigla vuota, a un’identità politica evanescente, utile a garantire rendite di posizione a chi oggi occupa spazi di potere senza costruire nulla. Sia chiaro: chi non è disposto a cambiare non sta difendendo il centrodestra, ma gestendone il declino per convenienza personale. Allora, la domanda è semplice e non più rinviabile: si vuole tornare a fare politica o continuare a sopravvivere? Nel primo caso, servono coraggio, rottura, innovazione, responsabilità. Nel secondo, il destino è già scritto: non la sconfitta, ma l’irrilevanza. L’occasione è “storica”. La provincia di Caserta può diventare un laboratorio politico, un luogo federativo capace di ricostruire e innovare, all’insegna dell’unità. Ma a una condizione: avere il coraggio della verità e agire di conseguenza. Solo così potrà tornare la politica nella casa del centrodestra e finire la stagione delle sigle senza comunità. E tuttavia, proprio in questi ultimi tempi, si intravedono segnali che meritano attenzione. Da parte di alcuni esponenti del centrodestra emergono iniziative e approcci nuovi, ancora parziali ma indubbiamente incoraggianti, che lasciano intravedere una volontà seria e concreta di invertire la rotta. Sono segnali di innovazione che fanno ben sperare: indicano che esiste ancora energia politica, che esiste la consapevolezza della crisi e, soprattutto, la disponibilità ad affrontarla. È da qui che può e deve nascere una prospettiva diversa, fondata sull’impegno, sulla responsabilità e sulla capacità di portare finalmente aria nuova. Che ben venga.
Pasquale Giuliano
Articolo tratto da Città Normanna nr. 9 del 10/05/2025