Alberto Salvatores
AVERSA – Quando la Regione Campania decide di commissariare un Ambito Territoriale Sociale, non sta semplicemente spostando delle caselle su un organigramma o aggiornando un database. Sta dicendo, a chiare lettere, che la macchina si è rotta. E che a ripararla, ora, deve pensarci qualcun altro, perché chi aveva le chiavi del motore ha dimostrato di non saperle usare. È successo all’Ambito C06, quello con Aversa nel ruolo di capofila. Il commissariamento era nell’aria da mesi. Era un odore di polvere, di carte arretrate, di telefonate a cui non era stata data risposta. Tutti sapevano cosa stesse accadendo nei corridoi dei municipi dell’agro aversano. Ora Roberto Fico ha firmato i poteri sostitutivi. Arriva un Commissario ad acta. Ma fermiamoci un secondo, e proviamo a capire di cosa stiamo parlando davvero.
Non siamo di fronte a un ufficio postale in crisi. Stiamo parlando di nove Comuni. Aversa, Carinaro, Casaluce, Cesa, Gricignano, Orta di Atella, Sant’Arpino, Succivo, Teverola. È un blocco unico, un tessuto urbano densissimo, incollato l’uno all’altro, dove la domanda di aiuto sociale è una marea che monta inesorabile ogni giorno che passa.
Qui le fragilità non sono voci in un bilancio. Sono famiglie al capolinea, anziani soli in palazzoni che non hanno ascensore, disabili che aspettano un progetto di autonomia che non arriva mai. E la macchina pubblica, invece di macinare risposte, macinava solo ritardi. Dal 2017, come ammette ora il sindaco. Mancate rendicontazioni, soldi fermi, servizi fantasma. E qui, puntuale come il conto delle tasse, si apre il teatro della politica locale. Perché il dramma sociale, dalle nostre parti, fa sempre da sfondo alla rissa da cortile.
Da una parte c’è il primo cittadino, Francesco Matacena, che cerca disperatamente di tenere la barra dritta mentre la barca prende acqua. «Nessuna speculazione sulla pelle delle persone fragili», tuona. E ammette, con un realismo che quasi disarma, che le criticità si trascinano da un decennio. Ma chi le ha gestite? Chi doveva controllare? La domanda resta sospesa, perché ammettere che il disastro viene da lontano è un’arma a doppio taglio: non scagiona l’attuale amministrazione che sapeva, poteva e non ha fatto, e condanna l’intero sistema politico del territorio, che per anni ha chiuso un occhio, anzi due. Il suo sguardo è già oltre: parla di costituenda Azienda Consortile, di un futuro più moderno. Come a dire: abbassiamo i toni, che c’è da ricostruire.
Dall’altra parte, però, l’opposizione non ci sta proprio a fare da comparsa in questa recita. In molti affondano i coltelli nella piaga con una precisione chirurgica. E lo fanno con una constatazione che pesa come un macigno: Aversa è rimasta isolata. Otto Comuni contro uno. Hanno chiesto loro il commissariamento. È stato perso il consenso del territorio. Il dato è oggettivo, chiaro e brutale. Qualcuno ricorda anche un emendamento respinto in bilancio per assumere più personale. Ma la politica locale ha questa memoria selettiva: tutti sapevano, tutti hanno visto la crepa nel muro, ma nessuno ha mai voluto sporcarsi le mani per metterci una pezza prima che crollasse tutto. E poi la stoccata, velenosa ma maledettamente efficace: a che serve sognare una Capitale della Cultura se poi non si riesce a gestire la più banale delle ordinarie amministrazioni? Se l’estate è un deserto e i servizi sociali sono al collasso, gli slogan valgono zero.
Ma sapete cosa vi dico? Lasciamole per un attimo in sospeso, queste urla da consiglio comunale, questi rimpalli di responsabilità. Perché la verità, quella scomoda e tagliente, è scritta a chiare lettere dalla società civile. E fa male.
Il commissariamento non è una nota a margine, un incidente di percorso. È la fotografia impietosa di un fallimento collettivo. Dietro la parola asettica “criticità” ci sono volti, ci sono storie. C’è la madre che non sa a che santo votarsi per il figlio autistico. C’è l’anziano che aspetta un assegno di assistenza per comprare le medicine. E il paradosso più crudele, quello che ti fa stringere lo stomaco, è che i soldi, forse, ci sarebbero anche. Si parla di due milioni di euro destinati ai “Progetti di Vita” per le persone con disabilità. Due milioni. Ma a che serve avere il portafoglio pieno se non hai la struttura per spenderli? Se gli uffici sono nel caos, quei soldi resteranno lì, a “prendere la polvere” sui server della Regione, mentre fuori c’è chi ha bisogno di aiuto per sopravvivere. La storia insegna che i finanziamenti non bastano. Sono come acqua versata in un setaccio se manca la capacità di trasformarli in servizi concreti, in assistenti sociali che bussano alla porta, in educatori che prendono per mano un ragazzino difficile.
Ora arriverà il Commissario. Farà le sue verifiche, sbroglierà la matassa, magari troverà le responsabilità che la Commissione Controllo e Garanzia, convocata d’urgenza, dovrà indagare. L’assessore regionale Morniroli ha condiviso la linea con i sindaci, dicono. Ma la condivisione di una disfatta non la rende meno pesante. Anzi. Ora tocca al Commissario entrare in questa terra di nessuno, ascoltare i cittadini esasperati, i sindaci degli altri otto comuni che si sentono ostaggi di un capofila inadeguato, e rimettere in moto gli ingranaggi.
Ma c’è una cosa che nessun Commissario, per quanto bravo e volenteroso, potrà mai riparare. Il danno più grande non è un bilancio da sanare o un concorso da bandire. È la fiducia. Perché quando lo Stato, quello vero, si accorge che i suoi ingranaggi locali non girano più e deve mandare un super-commissario, il cittadino comune cosa pensa? Pensa che è solo.