Questo giorno di fine anno si è svegliato con un grande richiamo del mio passato e delle mie radici. Immagino la solennità del Duomo e di Piazza Mercato, come si chiamava un tempo, resa più ampia dal silenzio e dalla mancanza di frequentatori, e non molto lontano il bel S. Domenico, che più è spoglio e più mi sembra austero e nobile, con la sua fontana che ha finito la sua acqua, con la bella cancellata dell’antico chiostro. Aversa è piena di grate, nelle chiese e nei conventi, nelle sacrestie e negli oratori delle congreghe, sui pianerottoli dei palazzi marchesali e perfino nei bassi di certi magazzini. Penso con dolore anche alle grate del Palazzo Orineti di Via Drengot, al numero 41, lasciato in colpevole abbandono. E’ bello in sé, con il suo salone affrescato, con la fucina del dio Vulcano che prepara le armi per Achille, ampio e accogliente, di magnifica fattura. Ma è più bello perché conserva la memoria di un Istituto prestigioso, benché piccolo, l’Istituto missionario del PIME, che in quel palazzo per molti anni ha formato tanti uomini stimati nel mondo a diverse latitudini, in una rete di rapporti che includevano tanti cittadini e tante associazioni. Anche questo passato fa parte della storia di Aversa e quindi della nostra storia. Invidio chi fa l’architetto ed ha competenza per impedire che i bei palazzi con le storiche piazze cadano in abbandono, ed è in grado di recuperare fino all’ultima pietra di tufo e le pietre laviche con le loro sconnessioni, in cui noi, piccini, facevamo in sfida arrivare le nostre biglie colorate, mentre i muri risuonavano delle nostre grida ed ora ne hanno nostalgia e non se ne danno pace. Mi invento il gioco di essere come il gigante buono di quella pubblicità che mette le campane al loro posto, e non trascura le edicole religiose di certi angoli, con le grate di certe finestrelle. Ma nessuna grata è stata così carica di magia, e di mistero, come quella che chiudeva all’esterno lo stipo di tante nostre nonne. Stipo piccolissimo, in genere accanto ai fornelli, con una piccola porta di legno, senza nessuna pretesa artistica, liscia, con gli assi in mostra, ma non bene allineati, che consentivano, nell’apparente imperfezione, una provvida circolazione d’aria, con una chiusura semplice, un cuneo dello stesso legno, che andava a immettersi in un gancio ad U, semplice ed efficace, che dava immediatamente il segno di una saggezza antica. La piccola porta nascondeva una nicchia che attraversava lo spesso muro fino all’esterno, dov’era protetta da una rete metallica, che costringeva la luce a passaggi fantasmagorici e dava la stessa aria di sacro di certi confessionali. Nella nicchia-dispensa, mia nonna, al Lemitone, per noi piccoli aveva sempre pronta una sorpresa. In genere era qualcosa di cucinato dalle sue mani. Apriva la porticina ed una gioia inaspettata trovava compimento; a noi sembrava un gioco di magia, tanto sproporzionato appariva agli occhi nostri quello spazio per tutte le cose buone che riusciva a conservare. I bambini sono sempre alla ricerca di uno stipo, in cui qualcuno ha l’idea di conservare “una bella cosa”, come ricorda Filumena Maturano a Domenico Soriano, che invece alle belle cose ha smesso di credere. Quante idee rappresenta uno stipo! Finge di appartenere al materiale e al biologico, ma parla all’anima e all’intelletto. Ci dice del provvido e previdente, della piacevolezza, del sorprendere e del donare, della riconoscenza, del conservare e perfino del programmare, per non parlare del buon amministrare. Una porticina di uno stipo, a pensarci, funziona come una metafora della speranza, questa apparentemente piccola virtù, che sembra la più dimessa rispetto alle sue sorelle maggiori, eppure è lei che rinforza il cuore quando si è tentati di battere in ritirata.
Raffaele Iavazzo medico psichiatra, psicologo clinico, bioeticista