Feste, farina e forca: applausi in piazza, problemi sotto il tappeto

Feste, farina e forca: applausi in piazza, problemi sotto il tappeto

Pasquale GiulianoFeste, farina e forca: applausi in piazza, problemi sotto il tappeto
Tra agosto e questa metà di settembre la città ha avuto la sua dose di concerti e spettacoli. Pubblico numeroso, piazza Municipio piena, applausi. Va riconosciuto al neoassessore Nicola De Chiara il merito di aver riempito, con pochi mezzi e in tempi strettissimi, un vuoto clamoroso di iniziative. Bravo. Chapeau!

Ma una piazza piena non significa, da sola, una città ben amministrata. Il successo personale, poi, non basta a fare buona politica, ma invita, semmai, a guardare oltre la scena e a chiedersi che cosa resterà quando si spegneranno i riflettori.

C’è un’espressione antica che, a distanza di secoli, conserva una sorprendente capacità di descrivere il presente: “Feste, farina e forca”. Un trittico ruvido, quasi teatrale, che riassume una tecnica di governo collaudata: offrire divertimento per distrarre, sostegno materiale per ottenere gratitudine e alimentare timori per scoraggiare o mettere in un angolo il dissenso.

La formula, attribuita ai Borbone ma radicata nel “Panem et circenses” dei Romani, può essere letta come la metafora di un potere che preferisce il consenso facile e immediato alla fatica della buona amministrazione.

Sia chiaro: non c’è alcuna intenzione di muovere critiche agli spettacoli popolari. Anzi, una comunità ha bisogno di socialità, leggerezza, luoghi d’incontro. Il problema nasce quando l’evento diventa il risultato da esibire, invece di essere una delle tante cose che un’amministrazione deve ordinariamente fare. Perché una città non vive soltanto nelle piazze durante una serata di festa, ma vive nelle strade che percorre ogni giorno, nella manutenzione che viene fatta prima che arrivi l’emergenza, nell’igiene urbana, nei servizi sociali, nella sicurezza, nella trasparenza degli atti, nella consapevolezza di conoscere la vera identità politica di coloro che la governano. Un concerto finisce, una strada dissestata resta; un’inaugurazione dura mezz’ora; una manutenzione fatta bene dura anni; una fotografia sul palco si dimentica; un servizio che funziona cambia davvero la vita quotidiana delle persone. È questa la differenza tra l’apparenza di governare e governare veramente. Il divertimento, da solo e in mancanza di altro, smette di essere parte della vita pubblica e diventa scenografia: copre, come una coperta civica, ciò che non funziona, anestetizza il dibattito, trasforma ogni critica in un’interferenza al clima positivo da “Spettacolo”, appunto. E così anche il dissenso diventa una “scortesia”; chi solleva un problema “rovina la festa”; chi chiede conto di una decisione è accusato di vedere soltanto il negativo; chi domanda risultati viene invitato, più o meno elegantemente, a non disturbare il clima. La politica, però, non va confusa con l’animazione musicale, non deve convincere tutti che va tutto bene: deve dimostrare, numeri, risultati alla mano e che le cose stanno veramente andando meglio.

La seconda “F” è la farina. Nella politica contemporanea prende molte forme: bonus, sussidi, contributi, agevolazioni, posti temporanei, promesse di assunzione, “incaricucci”. Il sostegno pubblico, di per sé, non è un male, perché un’istituzione deve proteggere chi è fragile, sostenere le famiglie in difficoltà, impegnarsi per ridurre le disuguaglianze. Ma c’è una differenza enorme tra garantire un diritto e distribuire favori. La politica sociale rafforza i cittadini; l’assistenzialismo li rende riconoscenti. La prima costruisce autonomia, il secondo costruisce dipendenza. La prima dice: “Ti spetta; il secondo suggerisce: “Ricordati chi te l’ha dato”. Ed è proprio qui che il confine diventa pericoloso, perché quando un aiuto pubblico viene percepito come una concessione personale, la relazione tra cittadino e istituzione si altera. Il cittadino smette di sentirsi titolare di un diritto e comincia a sentirsi debitore di qualcuno. È il terreno fertile della demagogia: vantaggi immediati, promesse facili, costi rinviati, vincoli di bilancio che diventano un dettaglio fastidioso e intanto il consenso si incassa oggi e il conto arriva domani.

La terza “F” è la forca. Nel linguaggio politico odierno non indica, naturalmente, violenza fisica, ma delegittimazione degli avversari, intimidazione del dissenso, uso selettivo delle regole, trasformazione del confronto politico in scontro personale.

È la parte più insidiosa del meccanismo: non serve mettere a tacere qualcuno, ma basta convincerlo che parlare gli costerà caro. Colui che critica vieni additato come nemico della città, disfattista, sabotatore, portavoce di interessi oscuri o di poteri forti. Le obiezioni di merito vengono sostituite dagli attacchi personali, il controllo democratico viene dipinto come intralcio e la richiesta di trasparenza come provocazione. A quel punto la discussione non riguarda più ciò che è stato fatto, ma chi ha osato contestarlo. È una scorciatoia formidabile e ben nota: se non si hanno argomenti per rispondere alla domanda, si delegittima chi l’ha posta. La “forca” moderna, poi, può essere anche amministrativa: esclusioni, isolamento, revoche di incarichi, allontanamento dagli spazi decisionali. Non occorre una repressione spettacolare, ma è sufficiente che circoli la sensazione che il dissenso abbia un prezzo e che la fedeltà, invece, abbia un rendimento, quasi come un capitale che produce interessi.

Il filo che unisce festa, farina e forca è semplice: il consenso diventa più importante del governo. La festa produce consenso emotivo, la farina consenso materiale e la forca produce prudenza, conformismo, silenzio. Tre strumenti diversi per mantenere le poltrone perseguendo un solo obiettivo: distrarre, “narcotizzare” e rendere meno necessario il controllo del potere da parte dei cittadini. In questo schema, le emergenze diventano utili perché rinviano le verifiche; le inaugurazioni – vere o finte- sostituiscono la manutenzione e gli annunci roboanti prendono il posto della programmazione.

In questo sistema, la fedeltà conta più della competenza, gli occhi bassi più delle domande, la schiena curva più della schiena dritta, e, mentre si discute dell’ultimo evento, dell’ultima fotografia, dell’ultimo annuncio, le questioni strutturali possono tranquillamente aspettare. È qui che si innesta anche il gioco dei quattro cantoni politici e istituzionali: incarichi che cambiano, ruoli che si spostano, equilibri interni che si ricompongono, nomi che ruotano e poltrone che, naturalmente, restano perennemente occupate.

Il problema non è quindi che la politica organizzi iniziative popolari. Il problema nasce quando queste attività diventano il principale linguaggio del governo e il principale metro con cui il governo pretende di essere giudicato. Ma una conduzione responsabile, matura ed efficiente di una città non può essere ridotta alla somma di applausi, sussidi e timori.

Il cittadino non è un suddito da divertire, “sfamare”, irreggimentare e disciplinare. È titolare di diritti, e, come tale, non deve ringraziare nessuno per ciò che gli spetta, non deve applaudire per ottenere attenzione e non deve avere paura di fare domande. Ha, inoltre, il diritto di conoscere i costi delle decisioni, di verificare i risultati, di contestare gli sprechi ed esigere risposte. E, quando necessario, di cambiare i governanti attraverso il voto.

Per tutto questo, “feste, farina e forca” resta una formula attuale: non perché ogni festa sia propaganda o ogni aiuto sia clientelismo, ma perché ricorda una verità politica elementare: il consenso ottenuto attraverso l’intrattenimento, la dipendenza o la paura non è la stessa cosa del consenso conquistato attraverso i risultati.

Alla fine, dunque, la domanda è semplice: che cosa rimane quando la musica finisce? Se rimangono strade da sistemare, servizi da migliorare, problemi da affrontare, conti da spiegare e decisioni da programmare, allora la festa può essere stata piacevole, ma non può certamente diventare il bilancio, seppure provvisorio, di un’amministrazione.

Una città non si governa con i riflettori, ma si governa quando i riflettori si spengono. E quando la politica offre soltanto spettacolo, assistenza strumentale, beghe interne, giri di valzer politici e capri espiatori, il potere non sta governando il presente né il futuro: sta semplicemente organizzando la propria sopravvivenza.

Intelligenti, pauca.

Pasquale Giuliano – Presidente di “ALLEANZA per l’ITALIA”

“riceviamo e pubblichiamo”