Ci voleva una delibera di Giunta per scoprire una delle grandi verità dell’urbanistica contemporanea: un parco, da solo, non si mantiene.
Per anni abbiamo ingenuamente creduto che alberi, prati, panchine e servizi igienici fossero organismi autonomi, capaci di sopravvivere grazie alla fotosintesi e al senso civico. Finalmente qualcuno ci ha illuminati: servono manutenzione, pulizia, controlli, vigilanza. Una rivelazione destinata a entrare nei manuali di botanica amministrativa.
Il comunicato del Comune è costruito su una sconcertante contraddizione. Prima si descrive un degrado evidente dei parchi cittadini (un’ammissione che costituisce una condanna senza appello di questa amministrazione ), poi si presenta una soluzione inevitabile. È una tecnica narrativa forse efficace …alle orecchie degli sprovveduti : si crea il problema(per propria incapacità), si dichiara che non esistono alternative e si invita il pubblico a gioire e ad applaudire alla “buona notizia”.
Ma la domanda più interessante resta accuratamente fuori campo.
Perché il Comune, proprietario di quei parchi e responsabile della loro gestione, arriva oggi, dopo più di due anni, a sostenere che l’unica strada percorribile sia affidarne l’amministrazione quotidiana a un soggetto privato?
È una domanda politica, prima ancora che amministrativa.
Perché qui non si discute del taglio dell’erba. Si discute di un principio.
Un bene pubblico non è soltanto un luogo. È il simbolo della capacità dello Stato – o del Comune – di prendersi cura di ciò che appartiene a tutti. Quando l’ente pubblico rinuncia a esercitare direttamente quella funzione, non compie soltanto una scelta organizzativa. Compie una dichiarazione culturale. Dice, in sostanza: “Noi non ci riusciamo. Non ne siamo capaci .Qualcun altro lo saprà farà meglio di noi”. Ma allora viene spontaneo chiedersi quale sia il confine. Se il pubblico, questo pubblico,non riesce a gestire un parco, domani perché dovrebbe riuscire a gestire un’altro suo bene o struttura? Ogni rinuncia può trovare sempre una giustificazione. L’efficienza è una parola meravigliosa: spiega tutto e spesso evita di spiegare il resto.
Naturalmente il Comune preciserà che la proprietà rimane pubblica. E ci mancherebbe altro. Ma tra possedere un bene e decidere come quel bene deve vivere ogni giorno esiste una differenza molto meno rassicurante di quanto si voglia far credere. Chi stabilirà le attività? Chi definirà le priorità? Quali eventi saranno favoriti? Quale spazio resterà realmente libero da logiche economiche? Quale sarà il limite oltre il quale la valorizzazione rischierà di trasformarsi in privatizzazione delle funzioni? Sono domande legittime.Ed è curioso che nel trionfale racconto della “bella notizia” non trovino praticamente spazio.
C’è poi un dettaglio quasi poetico.La stessa amministrazione rivendica di mantenere una promessa elettorale. Sta di fatto che questa promessa non è stata mai fatta. Basta leggere il programma per rendersi conto che a qualche amministratore, per questa plateale bugia, si sta allungando il naso…fino al Parco Pozzi.
Ma a voler fare anche finta di crederci, resta però da capire quale fosse davvero la promessa fatta. Restituire ai cittadini un parco migliore? Oppure dimostrare che il Comune fosse ancora capace di amministrarlo?Perché sono due cose profondamente diverse.La prima potrebbe riuscire anche attraverso un concessionario.La seconda richiede una pubblica amministrazione efficiente, competente e presente.E forse è proprio questa la vera assente del comunicato.
La politica, da sempre, ama inaugurare opere. Molto meno ama raccontare le proprie rinunce e i propri fallimenti. Eppure questa, a ben vedere e a volere essere buonisti e a non usare la parola fallimento, è una inammissibile e umiliante rinuncia.
Ci si chiede, inoltre, se non rappresenti un precedente destinato a fare scuola: non la cessione della proprietà, che resta pubblica, ma la progressiva esternalizzazione della responsabilità di amministrare il patrimonio comune.
Un cambio di paradigma che meriterebbe ben altro dibattito pubblico rispetto a qualche riga celebrativa sui social o sulla stampa amica.
Perché i cancelli dei parchi si possono anche affidare a qualcuno.Le chiavi della funzione pubblica, invece, sarebbe opportuno continuare a custodirle con una certa gelosia. Prima che ci si abitui all’idea che tutto ciò che è pubblico debba essere governato da chi pubblico non è.