di Pasquale Giuliano*
Una Regione si giudica dalle sue priorità, non dai suoi bilanci. I numeri sono indispensabili per amministrare, ma non possono diventare l’alibi per rinunciare a governare. Quando la contabilità prende il posto della politica, i diritti si trasformano in costi e i cittadini in semplici voci di spesa. È il rischio che oggi si corre nella vicenda della ipotizzata chiusura del Pronto Soccorso dell’ospedale “Pineta Grande” di Castel Volturno, che registra circa 75.000 accessi all’anno.
Qui non è in discussione il destino di una struttura privata convenzionata. È in discussione la capacità delle istituzioni di garantire un servizio essenziale a un territorio vastissimo, abitato da decine di migliaia di persone che, durante la stagione estiva, diventano molte di più. In un’emergenza non conta la natura giuridica dell’ospedale: conta sapere che un medico, una sala operatoria e un’équipe siano raggiungibili in pochi minuti. Perché tra la vita e la morte, spesso, la differenza è il tempo.
Non esiste investimento pubblico più importante della tutela della salute, perché da essa dipendono tutti gli altri diritti. Si può rinviare un’opera pubblica, un’infrastruttura o un progetto. Un infarto, un trauma stradale, un ictus o un’emorragia, invece, non attendono l’approvazione di una delibera.
C’è poi una domanda che dovrebbe attraversare questo dibattito: quanto costa mantenere aperto un Pronto Soccorso? Ma soprattutto: quanto costa perderlo? Quanto costa un’ambulanza costretta a percorrere decine di chilometri in più?
Quanto costa una vita che avrebbe potuto essere salvata qualche minuto prima?Sono costi che nessun bilancio registra, ma che ogni comunità finisce per pagare.
La Regione Campania non può sottrarsi a rispondere a un interrogativo angosciante: se domani il Pronto Soccorso dell’ospedale “Pineta Grande” dovesse chiudere, chi garantirebbe lo stesso servizio ai cittadini del litorale domizio e dei comuni limitrofi? Non tra un anno. Non dopo un nuovo piano sanitario, ma dal giorno successivo. Finché questa risposta non verrà data, ogni discussione su contratti, tariffe e bilanci resta incompleta. Perché la salute non può essere sospesa in attesa che la burocrazia trovi il proprio equilibrio.
Qui non è in gioco il destino di un presidio di emergenza riconosciuto da tutti come essenziale e privo di alternative equivalenti. Nessuno mette in discussione che quel Pronto Soccorso funzioni. Nessuno sostiene che sia inutile. Nessuno indica una struttura pubblica in grado di sostituirlo. E allora la domanda diventa inevitabile: se tutti ne riconoscono l’assoluta necessità, perché si continua a discuterne come se fosse un problema anziché una risorsa?
La Regione ha il dovere di amministrare con rigore le risorse pubbliche. Ma il rigore non può trasformarsi nell’alibi dell’immobilismo o dell’incertezza. Governare significa assumersi la responsabilità delle decisioni, non limitarsi a registrare le difficoltà. Se un servizio è indispensabile, il compito dell’istituzione è renderlo sostenibile, non assistere al rischio della sua scomparsa.
La sanità è il settore che assorbe la parte più consistente del bilancio pubblico — circa 27 miliardi di euro —, proprio perché tutela il bene più prezioso: la vita. Eppure, paradossalmente, quando si tratta di salvaguardare un Pronto Soccorso che svolge una funzione insostituibile, sembrano prevalere le logiche amministrative sulle esigenze primarie dei cittadini. Ma la Costituzione, all’articolo 32, non tutela l’equilibrio dei capitoli di spesa, ma il diritto alla salute: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo…”.
Ogni minuto guadagnato in un’emergenza può fare la differenza tra la vita e la morte. Chi sostiene che un Pronto Soccorso possa essere chiuso senza conseguenze dovrebbe avere il coraggio di spiegare ai cittadini dove saranno curati e quale ospedale assorbirà migliaia e migliaia di accessi in più. Perché il problema non scompare eliminando un presidio: si trasferisce sugli altri ospedali, aggravando un sistema già sotto pressione e in affanno.
La politica, in queste circostanze, si misura sulla capacità di trovare soluzioni, non di elencare ostacoli. È troppo facile invocare i vincoli di bilancio; molto più difficile è assumersi la responsabilità di garantire un diritto fondamentale.
La Regione Campania ha oggi un dovere preciso: sedersi al tavolo, verificare i costi, correggere ciò che va corretto, pretendere trasparenza, ma soprattutto raggiungere un accordo. Non per fare una concessione a “Pineta Grande”, bensì per adempiere a un preciso obbligo verso i cittadini.
C’è un principio che dovrebbe precedere ogni ragionamento contabile: quando è in gioco la salute dei cittadini, la politica ha il dovere di trovare una soluzione, non di certificare un problema. Mantenere operativo quel Pronto Soccorso non può essere una semplice scelta tecnica: è una ineludibile responsabilità politica.
I cittadini giudicano i risultati. Giudicano se, nel momento del bisogno, trovano una porta aperta o un servizio essenziale in meno. Le istituzioni acquistano autorevolezza non quando dimostrano di saper dire dei no, ma quando trovano il modo di rendere possibile ciò che appare impossibile. È questa la vera missione della buona politica.
* Presidente di “Alleanza per l’Italia”