Aversa, cronache di ordinaria propaganda (mentre la città brucia)
C’è una città reale, con i rifiuti che restano per strada, i lavoratori lasciati senza stipendio e un clima giudiziario che si fa sempre più cupo e annuncia tempeste. E poi c’è Aversa raccontata dai cortigiani del potere reggente, dove l’ordinaria amministrazione diventa epopea, il dovere istituzionale si trasforma in eroismo e un viaggio di piacere a Roma assume i contorni mistici della visione profetica.
Partiamo dal primo atto: l’emergenza rifiuti.
Un Comune sull’orlo del blocco della raccolta dei rifiuti, una ditta inadempiente, stipendi non pagati, lavoratori esasperati. Uno scenario che, in qualunque città normale, imporrebbe interventi immediati e decisi, perché è esattamente anche questo ciò per cui un sindaco viene eletto. E invece no. Qui il racconto dei difensori del regime è un altro: il sindaco che “prende in mano la situazione”, che “non molla la presa”, che “si interfaccia”, “trasmette”, “convoca”, “diffida”. Manca solo la colonna sonora epica o l’inno dei marines americani e il grido a squarciagola di “arrivano i nostri”!
Peccato che tutto ciò non sia un’impresa straordinaria, ma la base minima del minimo del manuale di istruzioni di qualunque amministratore pubblico. Non è Achille sotto le mura di Troia: è un sindaco che fa – tardivamente, rumorosamente, ma sostanzialmente inascoltato – ciò che era obbligato a fare. Il fatto stesso che la città sia arrivata a un passo dal disastro viene accuratamente rimosso dalla narrazione. Nessuna domanda sulle responsabilità politiche, nessuna autocritica, nessun “perché” su come siamo arrivati fin qui. Solo applausi e congratulazioni a comando.
E, per inciso, l’assessore competente e i consiglieri comunali che si propagandano come delegati del settore e risolutori del problema… perché sono scomparsi?
Il bello di questa vicenda è, però, che la saliva di ritorno delle slinguazzate si è riversata proprio sui cantori delle imprese del regno, perché stamattina, a smentire l’emanato “bollettino della vittoria” e a dimostrazione che nulla era stato risolto, i lavoratori della Tekra sono stati presenti in massa a protestare davanti al Municipio e non hanno nemmeno risparmiato coloro che avevano suonato le trombe della presunta e magnificata impresa epica di Mata-cene.
Insomma, in definitiva, più che di trombe si è sentito il fastidioso e interessato suono dei tromboni.
Secondo atto del peana: il sogno della “Capitale della Cultura” (correttamente: candidatura a “Capitale della Cultura”)
Un sogno che nasce e viene propagandato nient’altro che da una sostanziale, doverosa ricerca di notizie presso il Ministero della Cultura. Curioso, perché per informarsi delle procedure sarebbe bastato un collegamento internet, una PEC, una telefonata. Invece no: il sindaco va a Roma, rigorosamente accompagnato dalla festante e sorridente corte, per farsi immortalare sotto l’insegna del Ministero della cultura. La politica dell’immagine che scaccia la realtà, l’istantanea che vale più dei contenuti.
Contenuti che non sono certamente quelli che ci vogliono fare più o meno esplicitamente intendere con il riferimento a presunti rapporti privilegiati dell’attuale assessore alla cultura con personaggi del Ministero che avrebbero “le mani in pasto” e che potrebbero “favorirci”. La verità è che, invece delle pubblicizzate e presunte raccomandazioni” o “soffiate”, solo per candidarsi sono necessari presupposti e condizioni che attualmente sono del tutto inesistenti e che mai si potranno realizzare, o anche solo avviare, con il dilettantismo e l’incapacità sinora dimostrati dall’amministrazione Mata-cene. Al massimo, confidando sulle presunte qualità canore di Mata-cene e sui suoi gorgheggi, potremmo attualmente garantire solo qualche concertino alla buona.
Tutto questo, nientemeno, mentre Aversa è attraversata da un putiferio giudiziario senza precedenti: richieste di arresto di nomi pesanti – Giovanni Zannini, Giorgio Magliocca, sindaci vari – e un sistema di relazioni politiche che coinvolge direttamente il sindaco Mata-cene, l’attuale maggioranza e il loro consigliere regionale di riferimento e di gestione. Insomma, un terremoto che scuote le fondamenta della città.
E qui la domanda diventa inevitabile: perché di questo i neo-cantori ufficiali non parlano? Perché negli articoli pieni di lirismo, orgoglio e“belle sensazioni” non c’è una riga, una parola, un accenno a ciò che sta accadendo nelle aule giudiziarie e a ciò che presumibilmente accadrà o potrà accadere nella politica aversana e nel cuore del Consiglio comunale?
E allora quel sogno che si vuole propagandare, in maniera che in verità sembra infantile, serve a coprire il rumore delle macerie. Forse perché, mentre la città è politicamente sotto inchiesta, conviene parlare di cattedrali normanne e di dossier futuri, eventuali e opacamente suggeriti. O forse perché, nel clima dell’imminente celebrazione della conversione di San Paolo, qualche cantore a forfait è rimasto strumentalmente folgorato sulla strada delle manifestazioni natalizie?
Sia chiaro: nessuno è contrario alla cultura, ai sogni, alle ambizioni di una candidatura. Tutt’altro, ed è superfluo sottolinearlo. Ma c’è qualcosa di profondamente stonato nel parlare di (candidatura a) “Capitale della Cultura” mentre la capitale morale e amministrativa della città è sotto assedio e si trova in disperate condizioni di vivibilità. C’è qualcosa di offensivo nel raccontare favole patinate mentre i cittadini fanno i conti con rifiuti, precarietà, indagini e silenzi che si rivelano politicamente autoaccusatori.
La cultura, quella vera, comincia dalla verità, dalla trasparenza, dal coraggio di raccontare tutto e dalla dignità di essere coerenti con se stessi, e non dall’esigenza di assecondare, per un piatto di lenticchie, la narrazione che piace e conviene al potere di turno.
Ma allora questo non può essere spacciato per sogno. È solo propaganda di corte, ben rappresentata, ma sempre propaganda. O, meglio, propaganda di mestiere per alcuni e di sopravvivenza per altri.