Il nodo politico oltre le inchieste
La recente richiesta di arresto nei confronti del consigliere regionale Giovanni Zannini per i reati di corruzione e concussione, il successivo avviso di conclusione delle indagini a suo carico per il reato di voto di scambio elettorale, nonché la sequenza di atti formali – tra cui la richiesta di arresto – che ha riguardato l’ex presidente della Provincia Giorgio Magliocca (suo storico sodale politico e personale), costituiscono, nel loro insieme, un fatto pubblico di particolare rilievo politico. Non si tratta di una condanna, ma di eventi che interrogano la politica sul modello di potere che negli ultimi anni si è affermato e consolidato. Si impone, pertanto, una profonda riflessione politica non più eludibile.
Al di là dell’esito delle vicende giudiziarie in corso – che, naturalmente, spetterà esclusivamente alla magistratura accertare, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali e, in particolare, del principio di non colpevolezza – è dovere della politica rispondere quando i fatti, anche prima delle decisioni dei tribunali, pongono una questione di credibilità istituzionale non più rinviabile sul quadro di governo cittadino e sugli equilibri che lo sorreggono, proprio in relazione al ruolo di Zannini e di Magliocca.
Fingere che tali fatti non producano conseguenze politiche immediate significherebbe abdicare al ruolo stesso della politica. Quando emergono vicende di questa portata, la questione non è se vi saranno condanne, ma se il sistema di relazioni, alleanze e fedeltà che ha governato la città possa ancora essere ritenuto legittimo, credibile e compatibile con il decoro delle istituzioni.
Indipendentemente da quelli che saranno gli esiti delle inchieste in corso, in questo scenario la posizione del sindaco Francesco Matacena e della sua maggioranza non può essere considerata estranea o neutrale. Non tanto per profili di responsabilità giudiziaria – che qui non si attribuiscono, non si suggeriscono e tantomeno si ipotizzano – quanto per le evidenti implicazioni politiche di un sistema di alleanze costruito attraverso determinate scelte, caratterizzato da una continua mobilità di ruoli e di appartenenze. I recenti cambi di schieramento e i reiterati cambi di casacca, che vedono Giovanni Zannini e i suoi rappresentanti istituzionali come protagonisti centrali, pongono un serio problema di coerenza, stabilità e trasparenza dell’azione amministrativa.
La trasformazione delle maggioranze, quando non è il frutto di un confronto politico aperto e limpido ma piuttosto di una somma di convenienze contingenti, finisce per indebolire il rapporto fiduciario tra istituzioni e cittadini. Il consenso, in una democrazia matura, non dovrebbe essere il risultato di una perenne ricollocazione tattica o strategica, bensì l’espressione di una visione riconoscibile e di un progetto amministrativo verificabile nel tempo.
Va tenuto nella doverosa e giusta considerazione il fatto che l’amministrazione cittadina vede il sindaco Francesco Matacena scelto e sponsorizzato da Giovanni Zannini, e la sua maggioranza costruita e articolata da quest’ultimo quando, prima della sua recente trasmigrazione nel centrodestra, militava nello schieramento di centrosinistra, a sostegno del Partito Democratico e del presidente Vincenzo De Luca, suo riconosciuto “benefattore” politico. Una traiettoria, quella di Zannini, che, più che a un’evoluzione politica, somiglia a una gestione proprietaria del consenso e degli equilibri istituzionali.
La vera questione, dunque, non è giudiziaria, ma politica e istituzionale. Riguarda la qualità della classe dirigente, i criteri di selezione delle responsabilità pubbliche, il confine – che deve essere considerato e restare invalicabile – tra interesse generale e reti di fedeltà personali o di interessi estranei alla dialettica democratica. In questo senso, il sindaco e la sua maggioranza sono chiamati a un’assunzione di responsabilità e a una presa di posizione chiara, che non può essere delegata né rinviata alle eventuali sentenze future. Né, tantomeno, può risultare equivoca o ammortizzata in un silenzio tattico o strategico che, di per sé e per di più, da un punto di vista politico, apparirebbe quantomeno autoaccusatorio. Chiarire, prendere posizione, ridefinire gli assetti su basi di trasparenza e coerenza non è un atto di debolezza, ma un preciso dovere nei confronti della comunità amministrata. Perché, al di là delle decisioni giudiziarie, il giudizio politico matura ora, nel dibattito pubblico; e riguarda la credibilità delle istituzioni e la fiducia dei cittadini aversani. E questa, una volta compromessa, è tra le più difficili da ricostruire.
Non è compito della politica sostituirsi ai giudici né anticipare sentenze. Ma è compito della politica interrogarsi su se stessa e rispondere ai dubbi, al disorientamento e alle domande degli aversani. E oggi, dopo i fatti degli ultimi giorni, questi interrogativi non possono più essere elusi: il silenzio della politica non è più sostenibile né in alcun modo giustificabile.
Non si tratta di colpe accertate né di responsabilità penali da attribuire per via mediatica. Si tratta di fatti politici di grande rilevanza. Perché quando una o più inchieste investono in maniera così imponente il cuore di un sistema di relazioni che ha inciso profondamente sugli assetti di governo della città di Aversa, il problema non è solo giudiziario: riguarda la credibilità, il decoro e la qualità del potere esercitato.
Il sindaco e la sua maggioranza non possono in alcun modo chiamarsi fuori o rifugiarsi nell’attendismo. Non perché coinvolti nelle indagini, ma perché da quel sistema di equilibri hanno tratto – e traggono – stabilità, numeri e continuità amministrativa. Una stabilità costruita su una mobilità politica incessante, fatta di cambi di schieramento, trasmigrazioni, rimescolamenti di ruoli e di casacca, di cui Zannini e i suoi rappresentanti in Consiglio comunale sono stati protagonisti riconosciuti e registi instancabili. Quando le maggioranze diventano variabili e le appartenenze si piegano alle convenienze del momento, la politica perde identità e le istituzioni perdono credibilità. Non si tratta di trasformismo fisiologico, ma di una pratica che logora la fiducia pubblica e svuota il mandato elettorale del suo significato originario.
A rendere il quadro ancora più delicato contribuiscono le voci ricorrenti e insistenti circa l’esistenza di ulteriori filoni d’indagine che riguarderebbero entrature e concorsi presso la Provincia e la Regione, nonché enti e organismi – come il consorzio idrico e altre strutture pubbliche – nei quali Zannini avrebbe avuto, per il suo ruolo politico e anche quale presidente della Commissione Ambiente, una significativa capacità di influenza. Si tratta, sia chiaro, di mere indiscrezioni, di voci che non possono in alcun modo essere assunte come fatti accertati e che vanno perciò trattate con estrema prudenza e massimo rigore. Tuttavia, è indubbio che il loro diffondersi segnali un clima di sospetto, di opacità e di inquietudine che la politica commetterebbe un grave errore a ignorare. Così come ha fatto in passato, quando di vicende da tempo all’attenzione dell’autorità giudiziaria si parlava insistentemente, e non solo nei salotti, già all’epoca della candidatura a sindaco di Matacena e dello schieramento che lo sosteneva, e che di fatto faceva capo anche a Zannini.
Il punto, quindi, non è attendere l’esito delle inchieste per poi adeguarsi. Il punto è assumersi ora, in questo preciso momento, una responsabilità politica chiara: dire se questo modello di gestione del potere – fondato su reti personali, fedeltà trasversali e maggioranze elastiche – sia ancora considerato accettabile e sostenibile, oppure se non sia giunto il momento di una reale discontinuità.
Il silenzio, in questa fase, non è neutralità: è una scelta. Ed è un silenzio che rischia di apparire come una opaca forma di acquiescenza. La città ha diritto di sapere se chi governa intenda ancora difendere un sistema che oggi mostra tutte le sue profonde crepe e i suoi “altarini”, o se voglia restituire alla politica il suo ruolo più alto: quello della trasparenza, della responsabilità, del rispetto degli elettori e della fiducia. Perché sia chiaro sin da ora, qualunque sarà la verità giudiziaria, una verità politica si sta già formando. Ed è su quella che si misurerà la credibilità di chi oggi amministra.