LE LAMENTAZIONI DI OLGA DIANA, MANCATO “CANALE PRIVILEGIATO”
Con una lettera trasmessa ai giornali e ai social, Olga Diana, già consigliere comunale , già assessore e già altro e altro ancora, si è fortemente risentita e lamentata della sua esclusione dalla Giunta, malgrado il corposo consenso ricevuto alle ultime elezioni comunali. Tra l’altro, ha accusato il sindaco Mata-cene e i suoi ex compagni di schieramento di essersi lasciati sfuggire la preziosa occasione di creare, attraverso di lei, ma naturalmente solo nella veste di assessore, un “canale diretto e privilegiato” con il neo assessore regionale al turismo Enzo Maraio, socialista e attuale – e si spera, non momentaneo – suo rifermento personale e politico.
C’è una certa disinvoltura retorica nel trasformare il recente rimpasto della giunta comunale (assai criticabile, ma per ragioni del tutto diverse da quelle di Diana) in un attentato alla democrazia. Olga Diana, nel suo doloroso e dolorante commiato, tenta di presentare una scelta politica legittima come se fosse un colpo di Stato, dimenticando un dettaglio non proprio secondario: in democrazia decide (bene o male che sia) chi governa, non chi, autoincensandosi quale presunta portatrice di idee e progetti, si auto-certifica indispensabile “canale”.
Il richiamo ossessivo al “rispetto del voto” suona poi quantomeno curioso se arriva da chi, in pochissimo tempo, ha cambiato più partiti che deleghe, attraversando anche schieramenti opposti con una leggerezza che renderebbe invidioso un equilibrista e prudente un saltafossi. Evidentemente, per lei, il consenso è sacro solo quando coincide con la propria permanenza in Giunta; quando invece si cambia casacca o addirittura schieramento quello stesso voto diventa improvvisamente flessibile, adattabile, quasi intercambiabile e spendibile.
Quanto ai risultati amministrativi, il suo racconto epico stride con la realtà: da assessore, Diana (per-non- attività compiuta, risultati – non- conseguiti, per giudizio unanime e, addirittura, per decisione degli allora compagni di schieramento, che, va ricordato, la sfiduciarono in massa) non ha lasciato tracce memorabili o segni tali da giustificare in qualche modo l’autoproclamata sua centralità politica.
Eppure, nel comunicato-stampa, la sua uscita dalla Giunta viene narrata come una perdita irreparabile per la città, come se ora un’Aversa, piangente e affranta per la di lei emarginazione, fosse inesorabilmente destinata all’isolamento istituzionale perché privata del suo “canale privilegiato”, che, a quanto pare, non ha però prodotto benefici tangibili quando era attivo.
Singolare anche l’interessata lezione di democrazia spicciola impartita da Olga Diana al Sindaco: licenziare un assessore diventa un atto antidemocratico, mentre restare incollati alla poltrona sarebbe l’unica vera espressione della volontà popolare. Una concezione della democrazia piuttosto originale, dove il voto non serve a governare ma a garantire incarichi a tempo indeterminato, indipendentemente dalle capacità o incapacità mostrate sul campo, dai continui cambiamenti di idee e di fronti e dalla stessa volontà degli elettori.
Infine, l’immancabile chiusura solenne: “la politica passa”. Vero, verissimo. Peccato che, nel frattempo, qualcuno sembri attraversarla “con tutta sé stessa” come una sala d’attesa, cambiando porta e poltrona ogni volta che conviene.
Più che una ferita alla democrazia, questo “licenziamento” di Diana appare come il normale epilogo di un percorso politico “personalizzato”, saltellante e confuso, raccontato però con toni da martirio civile e con riferimento ad una propria “forza delle idee” di cui, ad essere sinceri, sinora nessuno si è accorto, malgrado i martellanti comunicati, gli accattivanti slogan e le tappezzanti, bombardanti e invasive foto d.o.c.
In sintesi, gentile e molto rammaricata Olga: meno autocelebrazione, meno vittimismo, meno transumanze e, magari, un po’ più di autocritica. Anche questa, dopotutto, è democrazia.